Mors


Perotino (c1160 – c1230): Mors, clausula a 4 voci. Theatre of Voices, dir. Paul Hillier.


Notre-Dame, 15 marzo 2019

Natale con Perotino – III


Perotino (c1160 – c1230): Beata viscera, conductus monodico; testo probabilmente di Philippe le Chancelier. Ensemble Tonus Peregrinus.

Testo completo (nell’interpretazione dell’ensemble Tonus Peregrinus sono omesse le strofe 2, 3 e 5) e traduzione:

1. Beata viscera
Marie virginis
cuius ad ubera
rex magni nominis,
veste sub altera
vim celans numinis,
dictavit federa
Dei et hominis.

O mira novitas
et novum gaudium
matris integritas
post puerperium.

Beato il grembo
della vergine Maria,
al cui seno
un re di nome illustre,
celando sotto altra veste
la propria divina natura,
stabilì l’alleanza
di Dio con l’uomo.

O novità mirabile
e nuova fonte di gioia
la purezza della madre
dopo il parto.


2. Populus gentium
sedens in tenebris
surgit ad gaudium
partus tam celebris:
Iudea tedium
fovet in latebris,
cor gerens conscium
delicet funebris.

O mira novitas…


Il popolo delle nazioni,
che sedeva nelle tenebre,
si alza in piedi per la gioia
di un parto tanto illustre:
la Giudea cova il disgusto
di nascosto, avendo nel cuore
la consapevolezza
di una colpa funesta. 

O novità mirabile…


3. Fermenti pessimi
qui fecem hauserant,
ad panis azimi
promisa properant:
sunt Deo proximi
qui longe steterant,
et hi novissimi
qui primi fuerant.

O mira novitas…


Chi aveva inghiottito il fondo
di un lievito pessimo
si affretta alle promesse
del pane azzimo:
sono più vicini a Dio
coloro che erano stati lontani,
e ultimi quelli
che erano stati i primi.

O novità mirabile…


4. Partum quem destruis,
Iudea misera!
De quo nos arguis,
quem docet littera;
si nova respuis,
crede vel vetera,
in hoc quem astruis
Christum considera.

O mira novitas…


Quale parto distruggi,
infelice Giudea!
Ci accusi di quanto
la lettera insegna;
se rifiuti i fatti nuovi,
credi almeno a quelli vecchi,
in ciò che aggiungi
riconosci il Cristo.

O novità mirabile…


5. Te semper implicas
errore patrio;
dum viam indicas
errans in invio:
in his que predicas,
sternis in medio
bases propheticas
sub evangelio.

O mira novitas…


Ancora ti avviluppi
nell’errore dei tuoi padri,
mentre indichi la strada
vagando in luoghi impraticabili:
in ciò che proclami
dissemini nel mezzo
basi profetiche
sotto il vangelo.

O novità mirabile…


6. Legis mosayce
clausa misteria;
nux virge mystice
nature nescia;
aqua de silice,
columpna previa,
prolis dominice
signa sunt propera.

O mira novitas…


Della legge mosaica
chiusi i misteri;
il frutto della mistica verga
ignoto alla natura;
acqua dalla roccia,
colonna che precede,
della prole del Signore
sono segni impetuosi.

O novità mirabile…


7. Solem, quem libere,
dum purus oritur
in aura cernere
visus non patitur,
cernat a latere
dum repercutitur,
alvus puerpere,
qua totus clauditur.

O mira novitas…


Il sole che liberamente,
mentre nitido sorge
nell’aria, guardare
non è possibile,
lo si osservi di lato
mentre si riflette,
grembo della madre
in cui tutto è racchiuso.

O novità mirabile…

Natale con Perotino – II

Perotino (c1160-c1230): Sederunt principes, organum quadruplum sul graduale della messa di Santo Stefano (composto forse nel 1199). The Early Music Consort of London, dir. David Munrow.
Fonti del testo sono il Salmo CXVIII, vv. 23a e 86b, e il CVIII, v. 26:

CXVIII: 23a Sederunt principes, et adversum me loquebantur:
86b et iniqui persecuti sunt me.
CVIII: 26a Adjuva me, Domine Deus meus:
26b salvum me fac propter misericordiam tuam.


Mi chiesi se l’Abate non avesse scelto di far cantare quel graduale proprio quella notte, quando ancora erano presenti alla funzione gli inviati dei principi, per ricordare come da secoli il nostro ordine fosse pronto a resistere alla persecuzione dei potenti, grazie al suo privilegia­to rapporto col Signore, Dio degli eserciti. E invero l’inizio del canto diede una grande impressione di potenza.

Sulla prima sillaba se iniziò un coro lento e solenne di decine e deci­ne di voci, il cui suono basso riempì le navate e aleggiò sopra le nostre teste, e tuttavia sembrava sorgere dal cuore della terra. Né s’interruppe, perché mentre altre voci incominciavano a tessere, su quella linea profonda e continua, una serie di vocalizzi e melismi, esso — tellurico — continuava a dominare e non cessò per il tempo intero che occorre a un recitante dalla voce cadenzata e lenta per ripetere dodici volte l’Ave Maria. E quasi sciolte da ogni timore, per la fiducia che quell’ostinata sillaba, allegoria della durata eterna, dava agli oranti, le altre voci (e massime quelle dei novizi) su quella base petrosa e solida innalzavano cuspidi, colonne, pinnacoli di neumi liquescenti e subpuntati. E mentre il mio cuore stordiva di dolcezza al vibrare di un climacus o di un porrectus, di un torculus o di un salicus, quelle voci parevano dirmi che l’anima (degli oranti e mia che li ascoltavo), non potendo reggere alla esuberanza del sentimento, attraverso di essi si lacerava per esprimere la gioia, il dolore, la lode, l’amore, con slancio di sonorità soavi. Intanto, l’ostinato accanirsi delle voci ctonie non demordeva, come se la presen­za minacciosa dei nemici, dei potenti che perseguitavano il popolo del Signore, permanesse irrisolta. Sino a che quel nettunico tumultuare di una sola nota parve vinto, o almeno convinto e avvinto dal giubilo allelujatico di chi vi si opponeva, e si sciolse su di un maestoso e perfettis­simo accordo e su un neuma resupino.

Pronunciato con fatica quasi ottusa il “sederunt”, s’innalzò nell’aria il “principes”, in una grande e serafica calma. Non mi domandai più chi fossero i potenti che parlavano contro di me (di noi), era scomparsa, dissolta l’ombra di quel fantasma sedente e incombente.

[…]

Ora il coro stava intonando festosamente lo “adjuva me”, di cui la a chiara lietamente si espandeva per la chiesa, e la stessa u non appari­va cupa come quella di “sederunt”, ma piena di santa energia. I mona­ci e i novizi cantavano, come vuole la regola del canto, col corpo dirit­to, la gola libera, la testa che guarda in alto, il libro quasi all’altezza delle spalle in modo che vi si possa leggere senza che, abbassando il capo, l’aria esca con minore energia dal petto. Ma l’ora era ancora notturna e, malgrado squillassero le trombe della giubilazione, la caligine del sonno insidiava molti dei cantori i quali, persi magari nell’emissione di una lunga nota, fiduciosi nell’onda stessa del cantico, a volte reclinavano il capo, tentati dalla sonnolenza. Allora i veglianti, anche in quel fran­gente, ne esploravano i volti col lume, a uno a uno, per ricondurli appunto alla veglia, del corpo e dell’anima.

da Umberto Eco, Il nome della rosa
(Sesta giornata, Mattutino),
Bompiani, Milano 1980

Natale con Perotino – I

Perotino il Grande (magister Perotinus Magnus ovvero Pérotin, c1160-c1230): Viderunt omnes, organum quadruplum sul graduale della 3ª messa di Natale (composto forse nel 1198). The Hilliard Ensemble.
Fonte del testo è il Salmo XCVII, vv. 3b, 4a e 2:

3b Viderunt omnes fines terræ salutare Dei nostri.
4a Jubilate Deo, omnis terra.
2a Notum fecit Dominus salutare suum;
2b ante conspectum gentium revelavit justitiam suam.