La Vie parisienne

La Vie parisienne, opéra bouffe in 5 atti di Jacques Offenbach su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, fu rappresentata per la 1ª volta al Théâtre du Palais-Royal di Parigi il 31 ottobre 1866. Sette anni dopo, il 25 settembre 1873, una nuova versione in 4 atti andò in scena al Théâtre des Variétés; generalmente si rifanno a questo secondo allestimento le riprese odierne, compresa l’incisione discografica che qui vi propongo, diretta da Michel Plasson, con interpreti quali Régine Crespin (Métella), Mady Mesplé (Gabrielle) e Michel Sénéchal (Gardefeu). Vi sono omesse le parti recitate, mentre quelle musicali sono divise in due clip, con due atti ciascuna. Nel riassunto del libretto ho indicato fra parentesi l’incipit del testo di ogni brano cantato, seguito dal relativo minutaggio (in neretto). Volendo, si può leggere il libretto completo qui.


Ouverture (0:00). ATTO I: Parigi, Gare de l’Ouest: i dipendenti delle ferrovie ci informano sulle stazioni collegate (coro: «Nous sommes employés de la ligne de l’Ouest», 4:48). Entrano in scena Bobinet e Raoul de Gardefeu, giovanotti di belle speranze; i due si ignorano ostentatamente: hanno litigato per via di Métella, una graziosa grisette di cui si contendono le grazie. Arriva il treno di Trouville (coro dei viaggiatori: «Le ciel est noir, il va pleuvoir», 6:00): ne scende Métella insieme con un terzo spasimante, Gontran, e finge di non conoscere né Gardefeu né Bobinet («Attendez d’abord», 6:57). I due giovanotti si riconciliano all’istante e si ripropongono, per il futuro, di frequentare solo signore di classe elevata («Elles sont tristes, les marquises», 8:49). Congedatosi Bobinet, Gardefeu incontra un suo ex servitore, Joseph, che ora fa la guida turistica e sta appunto aspettando una coppia di aristocratici svedesi, il barone Gondremarck e signora, ansiosi di conoscere la «vita parigina»: con l’idea di sedurre la baronessa, Gardefeu chiede e ottiene da Joseph di potersi sostituire a lui. Prende dunque in consegna i due svedesi, cui promette di svelare ogni segreto della «nuova Babilonia», nonché di soddisfare certi piccoli desideri che ciascun coniuge nutre all’insaputa dell’altro (trio: «Jamais, foi de cicérone», 10:18). Dai treni sciamano numerosi altri turisti (coro: «À Paris nous arrivons en masse», 15:16) fra cui un ricchissimo brasiliano («Je suis Brésilien, j’ai de l’or», 15:35): tutti si apprestano a invadere la città per «divertirsi come pazzi» (coro: «Paris! Paris! Paris!», 17:28).

Entr’acte (20:45).
ATTO II: A casa di Gardefeu, il calzolaio Frick e la guantaia Gabrielle attendono il ritorno del padrone («Entrez! entrez, jeune fille à l’œil bleu!» 21:19); Gabrielle fa l’elogio dei guanti, simbolo impareggiabile d’eleganza e memoria di amori perduti per sempre (Rondò o Aria del guanto: «Autrefois plus d’un amant», 24:04). Frick le propone di sposarlo. Giunge Gardefeu con i Gondremarck, cui fa credere che l’edificio sia una dépendance dell’hotel. Il barone mostra a Gardefeu una lettera di raccomandazione e lo prega di inoltrarla alla destinataria, una bella parigina di nome Métella («Dans cette ville toute pleine», 26:11). Poi Gondremarck chiede di avere il menu a prezzo fisso, aggiungendo di non voler cenare con la moglie: Gardefeu si rende conto che l’assenza di altri clienti potrebbe insospettirlo, perciò chiede a Gabrielle e Frick di presentarsi all’ora di cena, insieme con altri loro amici, fingendosi ospiti dell’hotel. Giunge Métella, che vorrebbe riconciliarsi con Gardefeu; questi le consegna la lettera di raccomandazione: è firmata da Jean-Stanislas barone di Frascata, suo amante di un tempo, il quale prega la giovane di dispensare a Gondremarck le stesse gioie che in passato aveva riservato a lui («Vous souvient-il, ma belle», 28:11). Gardefeu presenta Métella allo svedese: la donna, che ha capito il gioco dell’amico, dà appuntamento al barone «fra qualche giorno», e intanto medita di vendicarsi di Gardefeu. Questi, per aver mano libera con la baronessa, si rivolge a Bobinet, il quale lo rassicura: per la notte successiva organizzerà una festa nella villa di una sua zia, ora in vacanza, e vi porterà il barone. Arrivano i finti ospiti per il menu a prezzo fisso: entra per primo Frick, che ora è Èdouard, maggiore dell’esercito («Pour découper adroitement», 31:33); seguono gli altri (coro: «Nous entrons dans cette demeure», 33:33), fra cui Gabrielle che impersona Madame de Sainte-Amaranthe, una vedova di guerra («Je suis veuve d’un colonel», 34:46). Gardefeu annuncia che la cena è servita: cantando un’allegra tirolese tutti si dirigono verso la sala da pranzo («On est v’nu m’inviter», 38:37).


ATTO III: nell’austero palazzo di madame Quimper-Karadec, in assenza di quest’ultima, il nipote di lei Bobinet ha allestito una grande festa da ballo: vi prendono parte i suoi domestici (introduzione e coro: «Il faut nous dépêcher vite», 0:00), travestiti in modo da far credere al barone Gondremarck di avere a che fare con la crema della società parigina (sestetto: «Donc, je puis me fier à vous», 0:42). Giunge l’aristocratico svedese, convinto di essere stato invitato dai coniugi Waller, un «ammiraglio svizzero» (impersonato da Bobinet) e signora (Pauline, una cameriera); ma l’ammiraglio per il momento non può essere presente (ha qualche difficoltà a entrare nell’uniforme, forse è ingrassato), sicché Gondremarck si intrattiene con «madame l’ammiraglia» (duetto: «L’amour, c’est une échelle immense», 4:47). Alla festa partecipa anche Madame de Sainte-Amaranthe, cioè Gabrielle, che dedica un affettuoso blason alla donna parigina («On va courir, on va sortir», 7:11). Arriva infine anche l’ammiraglio, che è riuscito a infilarsi l’uniforme al prezzo di qualche piccolo inconveniente (sestetto: «Votre habit a craqué dans le dos», 9:16). Ci si siede a tavola (coro: «Soupons, soupons, c’est le moment», 11:21), lo champagne scorre a fiumi e tutti bevono senza ritegno («En endossant mon uniforme», 14:07).

ATTO IV: la scena si sposta in un ristorante parigino, dove il brasiliano offre un ballo in maschera. Prima che la festa abbia inizio, i camerieri si preparano a dare il proprio apporto (coro: «Bien bichonnés et bien rasés», 19:45); Alfred, il maître, fa loro le ultime raccomandazioni («Avant toute chose il faut être mystérieux et réservés», 20:36). Arriva il barone Gondremarck per il suo appuntamento con Métella; è inquieto, comincia a avere qualche sospetto. La giovane gli rivela di essere innamorata di un altro e gli chiede di farsene una ragione, di guardare la realtà: siamo in un ristorante di moda, si avvicina la mezzanotte, sta per cominciare la festa, ci si darà ai piaceri più sfrenati, ma è vera allegria quella che a un certo punto comincerà a affievolirsi e prima dell’alba sarà del tutto svanita? («C’est ici l’endroit redouté des mères», 22:40). Arrivano gli invitati in maschera (coro: «En avant, les jeunes femmes! En avant, les gais viveurs!», 26:06), fra i quali si notano il brasiliano e Gabrielle, mascherati da… brasiliani (duetto: «Hier, à midi, la gantière», 27:16). Gardefeu e Métella si riconciliano; Gondremarck s’infuria quando viene a sapere che l’uomo amato da Métella è Gardefeu; solo la baronessa riesce a chetarlo. Alla fine, tutti insieme brindano a Parigi («Par nos chansons et par nos cris célébrons Paris», 28:17).

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Offenbach 200! – Il celebre virtuoso

Vita di Jacques Offenbach – 3a parte

Poco dopo aver lasciato l’orchestra dell’Opéra-Comique, nel 1838, Jacques conobbe Friedrich von Flotow, altro musicista tedesco momentaneamente stanziato a Parigi, di sette anni più anziano e già ben introdotto nei salotti della capitale: qui Flotow e Offenbach iniziarono a esibirsi in duo, eseguendo brani per violoncello e pianoforte composti a quattro mani. Nel gennaio del 1839 Jacques e Julius, nel frattempo diventato Jules, tennero il loro primo concerto pubblico insieme, facendo il tutto esaurito. Una valse lente che Jacques improvvisò quella sera piacque tanto, il pubblico la paragonò ai valzer di Chopin.
Nel corso degli anni 1840 Offenbach proseguì l’attività concertistica, suonando talvolta con altri celebri virtuosi, fra i quali Anton Rubinštejn, allora undicenne, nel 1841, e Franz Liszt, a Colonia, nel 1843. Convertitosi poi al cattolicesimo, nell’agosto del 1844 Offenbach sposò Herminie d’Alcain (*). Si erano conosciuti nel salotto della madre di lei, il cui secondo marito era un organizzatore londinese di concerti, John Mitchell: e così, già nella primavera di quell’anno Jacques si era esibito a Londra, suonando fra gli altri con Mendelssohn e il dodicenne Joseph Joachim nel Castello di Windsor, presenti la regina Vittoria e il principe consorte, Alberto.

Nel frattempo Offenbach si era cimentato nella composizione di musiche destinate alla rappresentazione scenica. Il suo segreto desiderio era quello di scrivere per il teatro: ebbe una prima occasione di esaudirlo nel 1839, quando gli fu commissionato il vaudeville in 1 atto Pascal et Chambord, su libretto di Anicet Bourgeois e Brisebarre: andò in scena al Palais-Royal il 2 marzo e fu un fiasco colossale. Nel 1847 fu la volta dell’opéra-comique L’Alcôve, sempre in 1 atto, libretto di Philippe-Auguste Pittaud de Forges, Adolphe de Leuven e Eugène Roche; fu rappresentato il 24 aprile al Théâtre de La Tour d’Auvergne e non ebbe sorte migliore. Piacque a un unico spettatore, ma era uno spettatore importante: Adolphe-Charles Adam, celebrato autore di opere come Le Postillon de Lonjumeau (1836) e di balletti come Giselle (1841), la cui fortuna dura ancor oggi. Adam espresse il proprio gradimento a Jacques, che ne fu rincuorato: aveva speso tutto ciò che poteva permettersi di spendere per allestire L’Alcôve, l’insuccesso rischiava di mettere la parola fine alla sua carriera di operista. In seguito Adam propose a Offenbach di scrivere una partitura per il suo teatro, il Théâtre Lyrique, inaugurato il 15 novembre di quell’anno. La rappresentazione del lavoro di Offenbach era prevista per la primavera dell’anno successivo e tutto sembrava andare per la maggiore.
Già, ma l’anno successivo fu il fatidico 1848.
Allo scoppio della rivoluzione, l’ennesima, Jacques vide crollare nuovamente i propri sogni. Fu costretto a tornare a Colonia. Al suo ritorno a Parigi ottenne l’incarico di direttore del Théâtre Français (1850); i suoi nuovi componimenti teatrali continuarono a riscuotere successi assai modesti.
Ma poi giunse il 1855, l’anno dell’Esposizione universale…


«La vita di Jacques Offenbach è la storia di una conquista. Un ragazzo vive solo, a tredici anni, in una città immensa. Gli abitanti l’ignorano. Degli uomini e delle donne che lo circondano egli non parla nemmeno la lingua. È povero. Deve guadagnarsi il pane. Ogni sera raggiunge una soffitta solitaria: spesso ha fame. Ma egli è felice perché sa che un giorno la sua vita sarà piena; perché porta in sé infiniti tesori melodici. La vita di Jacques Offenbach è l’esempio d’una lotta contro la disperazione, d’un combattimento risolto in una vittoria che per lungo tempo gli si è negata. Il fatto che essa sia stata infine concessa a Jacques Offenbach prova che esiste fra certi esseri e certe epoche una identificazione, talvolta assoluta. Era necessario che Offenbach attendesse il Secondo Impero per ottenere il successo. Egli ebbe l’eroismo della pazienza: il più grande. A tale coraggio noi siamo debitori d’una musica che prodigiosamente rievoca il suo tempo. Nel nostro cuore gli spartiti di Jacques Offenbach sono legati indissolubilmente al regno di Napoleone III. Più che le scomparse Tuileries, essi illustrano le grandezze e le pecche di un’epoca. Cerchiamo di ricordare il regno del secondo Napoleone: sentiremo i ritmi di Offenbach. Solo i suoi. Privilegio senza dubbio unico.»
(Alain Decaux, Offenbach, roi du Second Empire, 1966; traduzione italiana di Alberto Pogni, Rusconi, Milano 1981)

(continua)


(*) Herminie era nata nel 1826 e morì nel 1887. Dal matrimonio nacquero cinque figli: Berthe (1845 - 1927), Minna (1850 - 1914), Pépita (1855 - 1925), Jacqueline (1858 - 1936) e Auguste (1862 - 1883).


JO
Jacques Offenbach e famiglia

Offenbach 200! – A Parigi

Vita di Jacques Offenbach – 2a parte

Non fu facile mettere insieme il denaro necessario per compiere il viaggio da Colonia a Parigi. Isaac dovette fare molti sacrifici, ma per sua fortuna poté contare sul cospicuo aiuto di numerosi musicisti suoi concittadini, i membri dell’orchestra municipale e molti semplici dilettanti, ai quali il trio dei piccoli Offenbach dedicò un concerto di ringraziamento la sera del 9 ottobre 1833. Il mese successivo Isaac, Julius e Jacob lasciarono Colonia; per i due ragazzi fu davvero triste il distacco dalla mamma, dalle sorelle e dagli amici, non sapendo se e quando avrebbero potuto rivederli.

La Parigi in cui giunsero i tre Offenbach era quella della Monarchia di luglio. Erano trascorsi più di tre anni dalle Trois Glorieuses, che avevano portato sul trono Luigi Filippo d’Orléans: i violenti moti del 1830 erano soltanto un ricordo, nessuno pensava di ritornare sulle barricate e gli insoddisfatti, “aiutati” da leggi molto severe, avevano deciso di continuare a lottare usando soltanto le armi dell’ironia e della satira – chi non ha mai visto la famosa caricatura di Daumier con la testa di Luigi Filippo che si trasforma a poco a poco in una pera alzi la mano.
Bisogna tenere conto di questo stato di cose quando si pensa agli anni di formazione di Offenbach per poter comprendere appieno una caratteristica fondamentale del suo stile di autore di operette: il gusto per il motto di spirito, per la burla (mai malevola, beninteso), per la parodia.

Giunto dunque a Parigi, Isaac si adoperò per trovare ai figli un’adeguata sistemazione. Riuscì a ottenere l’ammissione di Jacob al Conservatorio. «Signore,» gli aveva detto in un primo momento Luigi Cherubini, direttore dell’istituto, «secondo lo Statuto di questa scuola, nessuno straniero può farne parte». Isaac non gli rispose, come sarebbe stato ovvio, «Ma voi siete italiano!» Chiese invece al suo austero interlocutore di avere la compiacenza di ascoltare il ragazzo suonare: Cherubini accondiscese e infine si convinse.
Per entrambi i ragazzi Isaac trovò il modo di ottenere piccole entrate, poi rientrò a Colonia, convinto che il più fosse fatto. In realtà i due fratelli dovettero affrontare subito molteplici difficoltà. Non parlavano né capivano il francese, dovevano esprimersi a gesti. Il denaro che riuscivano a guadagnare era veramente poco, e così spesso pativano la fame e il freddo. E soprattutto soffrivano la solitudine.

Dopo un anno Jacob, ormai diventato per tutti Jacques, decise di abbandonare il Conservatorio. Non fu, come affermano alcuni, per mancanza di fondi: semplicemente il ragazzo ne aveva abbastanza dell’austerità di Cherubini e della rigidità dei programmi di studio. Era impaziente di ottenere qualcosa dalla vita, e sentiva che fra le mura del Conservatorio quel qualcosa avrebbe tardato troppo a arrivare.
Si diede dunque da fare per ottenere un lavoro degnamente retribuito, e infine riuscì a entrare a far parte dell’orchestra dell’Opéra-Comique.

(continua)


JO

Jacques Offenbach
20 giugno 1819 – 5 ottobre 1880
(fotografia di Nadar, c1850)

Tableaux de Paris


Henri Sauguet (pseudonimo di Jean-Pierre Poupard; 18 maggio 1901 – 1989): Tableaux de Paris, suite symphonique (1950). Orchestre du Capitol de Toulouse, dir. Michel Plasson.

  1. Prélude – Panorama
  2. Matin aux Tuileries: Andante – Alla valse
  3. Quai aux Fleurs: Andantino – Vivo – Allegretto
  4. La Place des Vosges: Andante moderato – Andantino
  5. Le Canal Saint-Martin: Tempo di valse
  6. Midi, Place de l’Opéra: Alla valse – Andante moderato – Alla valse – Allegro giusto
  7. Lunch au Ritz: Allegro moderato
  8. Coucher du soleil sur l’Arc de Triomphe: Tempo di marcia
  9. Soirée à Saint-Germain-des-Prés: Allegro giusto – Allegro
  10. Nuit à Montmartre – Épilogue: Galop

Édouard Cortès: Boulevard Bonne Nouvelle
Édouard Cortès
Édouard Cortès
Édouard Cortès
Édouard Cortès
Dipinti di Édouard Cortès (1882 – 1969).