Chiari di Luna – II

Gabriel Fauré (1845 - 1924): Clair de Lune (Menuet ), mélodie per soprano e orchestra op. 46 n. 2 (1887) sul medesimo testo di Paul Verlaine (da Fêtes galantes, 1869) che ispirò a Debussy il III movimento della Suite bergamasque. Natalie Dessay, soprano; Radion sinfoniaorkesteri, dir. Hannu Lintu.


Votre âme est un paysage choisi
Que vont charmant masques et bergamasques
Jouant du luth et dansant et quasi
Tristes sous leurs déguisements fantasques.

Tout en chantant sur le mode mineur
L’amour vainqueur et la vie opportune,
Ils n’ont pas l’air de croire à leur bonheur
Et leur chanson se mêle au clair de lune,

Au calme clair de lune triste et beau,
Qui fait rêver les oiseaux dans les arbres
Et sangloter d’extase les jets d’eau,
Les grands jets d’eau sveltes parmi les marbres.

(Paul Verlaine)


Fauré, op. 46 n. 2

Gli dèi e gli eroi, parte 1ª: gli dèi

Jacques Offenbach (20 giugno 1819 - 1880): Orphée aux enfers, ouverture. BBC Philharmonic Orchestra, dir. Yan Pascal Tortelier.
Per la verità non esistono ouvertures “autentiche” delle operette di Offenbach: quelle che vengono proposte come tali sono in realtà composizioni apocrife, per lo più create per allestimenti extra-parigini dei lavori offenbachiani. Il brano qui diretto da Tortelier è un pot-pourri di temi dell’Orphée composto dall’austriaco Carl Binder (1816 - 1860) in occasione della 1ª rap­pre­sen­ta­zione viennese dell’operetta (1860).

Orphée aux enfers fu presentata al pubblico dei Bouffes-Parisiens come opéra bouffon in 2 atti e 3 quadri il 28 ottobre 1858; il libretto era stato redatto da Hector Crémieux e Ludovic Halévy (quest’ultimo, divenuto segretario generale al Ministero per l’Algeria, non poté firmare il testo definitivo; Offenbach fece in modo che il suo nome comparisse ugualmente, dedicandogli l’opera). Più tardi Offenbach riprese in mano la partitura per sottoporla a una profonda revisione: andò in scena il 7 febbraio 1874 come opéra-féerie in 4 atti e 12 quadri.

Trama. ATTO I: nella campagna presso la città di Tebe sorgono l’una di fronte all’altra la casa di Orfeo, «direttore dell’Orphéon di Tebe», violinista e insegnante di musica, e quella di Aristeo, pastore e apicultore. Orfeo e Euridice, marito e moglie, non si sopportano; soprattutto, Euridice non può soffrire le interminabili sviolinate che Orfeo si ostina a propinarle. Sorpresa dal coniuge mentre adorna di fiori la porta della capanna di Aristeo, Euridice ammette di essersi perdutamente innamorata del vicino di casa: Orfeo, contrariato ma tutt’altro che geloso, allontanandosi alla volta di Tebe lascia intendere di aver preparato nel vicino campo di grano una trappola mortale per l’incauto amante di Euridice. Cantando le gioie ecologiche dell’umile pastore d’Arcadia giunge Aristeo; preoccupatissima, Euridice si precipita ad avvertirlo del pericolo, ma viene morsa da un serpente velenoso: in realtà, Aristeo è Plutone e ha assunto sembianze mortali per avvicinare la bella moglie di Orfeo; egli stesso ha suggerito allo stolido musicista il trabocchetto di cui Euridice è rimasta vittima. Mentre la donna agonizza melodiosamente e senza soffrire, Plutone assume il suo vero aspetto di divinità infernale, provoca una tempesta scuotendo il bidente, che poi affida a Euridice perché con una delle sue punte incida in lettere di fuoco sulla porta di casa un ultimo messaggio:
  Se lascio la magione
  è perché sono morta,
  Aristeo è Plutone
  e via il diavolo mi porta!

Dopodiché Aristeo trascina con sé Euridice negli inferi. Tornato a casa, Orfeo legge il messaggio di Euridice e quasi sviene per la gioia, ma sopraggiunge un terribile personaggio, l’Opinione Pubblica, che obbliga il malcapitato – affinché ciò serva d’esempio per i posteri – a recarsi nel mondo dell’oltretomba per reclamare la sposa perduta.
ATTO II: intorno alla vetta dell’Olimpo, languidamente sdraiati su morbide nuvolette, gli dèi sono immersi nel sonno: uno dopo l’altro, Venere, Cupido e Marte rientrano da un misterioso viaggio a Citera: preso posto nelle rispettive nuvole, subito s’addormentano. Seguito dalla Notte con il suo corteo di Sogni multicolori, Morfeo si muove con circospezione fra i dormienti, agitando papaveri sotto le loro nari. Le Ore danzano intorno alla Notte e ai Sogni, obbligandoli via via a uscire di scena; giungono l’Aurora e quindi la luce del giorno, e s’odono in lontananza i corni di Diana cacciatrice: Giove invita gli dèi ad accogliere con i dovuti onori la sua figlia prediletta. Diana è molto triste: ha perso ogni traccia dell’aitante pastore Atteone; Giove ammette di averlo trasformato in cervo, facendo poi in modo che la metamorfosi fosse attribuita proprio a Diana, «giusto per salvare le apparenze». Amareggiata, Diana rimprovera a Giove di predicare bene e razzolare male, ciò che suscita l’interesse della gelosissima Giunone: si mormora infatti che proprio al padre degli dèi si debba imputare la scomparsa di una mortale, da un dio rapita al legittimo consorte. Giove si dice innocente; a trarlo d’impaccio è però l’arrivo di Mercurio, di ritorno dal regno degli inferi dove, egli dice, ci si divertiva alquanto perdurando l’assenza di Plutone, ch’è da poco rientrato in compagnia di un’avvenente signora. Giove spiega agli astanti di avere appunto convocato il signore dell’Ade perché faccia luce sulla vicenda di Euridice. Accompagnato da tre demoni giunge Plutone; ben presto comprende che Giove è perfettamente al corrente dei suoi intrighi: egli respinge ogni accusa, ma la sua posizione si fa sempre più difficile. Scoppia intanto una rivolta degli dèi, che al suono della Marsigliese proclamano a gran voce di essere stanchi del tediosissimo tran-tran dell’Olimpo. Invano Giove stigmatizza l’immoralità di Plutone: gli si rinfacciano le molteplici «scappatelle» con graziose mortali, e Giunone vorrebbe addirittura il divorzio. Ma ancora una volta la situazione volge in favore del re degli dèi: annunciato da Mercurio e sempre pungolato dall’Opinione Pubblica, giunge infatti Orfeo; ascoltate le sue insincere lamentele, Giove proclama solennemente la propria volontà: Plutone è condannato a restituire Euridice al vedovo inconsolabile. E aggiunge che, per controllare che la sentenza sia effettivamente eseguita, egli stesso si recherà nell’Ade; gli dèi l’implorano di portarli con sé, e Giove astutamente, per chetare ogni velleità di rivolta, accoglie la loro richiesta: sicché condurrà negli inferi l’Olimpo al gran completo.
ATTO III: nel boudoir di Plutone, Euridice si annoia terribilmente; l’amore degli dèi, le avevano detto, è fonte di ineffabili delizie, ma Plutone l’ha abbandonata ormai da due giorni, senz’altra compagnia che quella di un goffo domestico, John Styx. Ammaliato da Euridice ed ebbro dell’acqua del Lete, questi tenta un maldestro approccio, raccontando di essere stato, in vita, un importante personaggio, un re di Beozia. All’arrivo degli dèi, John rinchiude Euridice nell’appartamento di Plutone. Giove è ben deciso a conoscere la bella mortale che Plutone si ostina a nascondergli; convoca perciò i tre giudici infernali, Minosse, Eaco e Radamante, e come testimone il portinaio Cerbero: ma sono tutti al soldo di Plutone, e la seduta del tribunale degenera in rissa, nel corso della quale Cerbero azzanna Giove. Furioso, questi ristabilisce l’ordine lanciando fulmini e saette; mentre gli altri si mettono in salvo, Cupido offre all’amato padre il proprio aiuto per rintracciare Euridice: sguinzaglia perciò una brigata di policemen dell’Amore, che in breve scoprono il luogo in cui la donna è segregata. Per consentirgli di introdursi nella stanza, Cupido trasforma Giove in mosca, in modo che possa passare attraverso il buco della serratura. Euridice è talmente demoralizzata per la noia e per la solitudine che accoglie con gioia l’arrivo del grosso insetto, con il quale intona un tenero duetto d’amore: l’una canta, l’altro ronza. Giove si fa riconoscere e promette a Euridice di liberarla e di portarla con sé sull’Olimpo, poi vola via dalla finestra. Sopraggiunge Plutone, che ha saputo della metamorfosi: troppo tardi.
ATTO IV: tutti gli dèi prendono parte a una grande festa lungo le rive dello Stige; mascherata da baccante, Euridice canta un appassionato inno a Bacco. Giove l’invita quindi a danzare un minuetto, cui fa seguito un galop indiavolato, al termine del quale i due contano di allontanarsi senza farsi notare. Ma Plutone, che li teneva d’occhio, sbarra loro la strada; segue un nuovo litigio, che ha termine quando il dio degli inferi ricorda al signore dell’Olimpo la promessa fatta a Orfeo, «quel piccolo trovatore». «Miserere!», esclama Giove, che se n’era completamente dimenticato. S’ode avvicinarsi il suono lamentoso di un violino: Orfeo e l’Opinione Pubblica risalgono lo Stige a bordo di una barca. Giove è costretto a mantenere la parola data, ma pone a Orfeo una condizione: egli dovrà incamminarsi verso lo Stige precedendo Euridice e senza mai voltarsi, altrimenti la perderà, e questa volta per sempre. Dietro l’Opinione Pubblica, che l’esorta a obbedire, Orfeo si avvia mestamente; alle sue spalle Euridice, velata, è condotta per mano da John Styx. Giove è inquieto: non avrà forse contato invano sulla curiosità del musicista? «Non si volta! Tanto peggio, ora lo fulmino!»; e lancia in direzione di Orfeo un vigoroso calcione elettrico che attraversa l’intera scena sotto forma d’una scintilla: colpito nel fondoschiena, il disgraziato si volta bruscamente; Euridice scompare dalla sua vista, l’Opinione Pubblica recrimina, Orfeo si difende: «è stato un movimento involontario». Plutone gongola pensando di poter finalmente disporre della donna, ma Giove ne raffredda l’entusiasmo annunciando che farà di lei una baccante. Euridice, affranta, intona un’invocazione a Bacco sulle note del galop infernale, ma ora un accento malinconico pervade il suo canto: alla fine della favola, del tanto decantato amore degli dèi non ha potuto gustare che un ben modesto assaggio.

Doré
Il galop enfernal visto da Gustave Doré


Orphée aux enfers, atto IV (originariamente atto II, scena 2a). Si tratta di un allestimento dell’Opéra National de Lyon diretto da Marc Minkowski, con una strepitosa Natalie Dessay (Euridice) – voi sapete già quanto io ami quella donna, Offenbach l’avrebbe adorata 🙂

In questa pagina di YouTube potete ascoltare la versione del 1874, integrale, in una bellissima incisione discografica del 1979, diretta da Michel Plasson, con la partecipazione di interpreti di grande bravura, fra i quali Mady Mesplé (Euridice), Charles Burles (Aristeo/Plutone), Michel Trempont (Giove), Jane Rhodes (l’Opinione Pubblica) e Michel Sénéchal (Orfeo).


1889
Vignetta del 1889

Cogli la rosa – II

Georg Friedrich Händel (1685 – 1759): «Lascia la spina», dall’oratorio Il trionfo del Tempo e del Disinganno HWV 46a (1707) su testo di Benedetto Pamphili. Natalie Dessay, soprano; Le Concert d’Astrée, dir. Emmanuelle Haïm.

Lascia la spina,
cogli la rosa;
tu vai cercando
il tuo dolor.

Canuta brina
per mano ascosa
giungerà quando
nol crede il cuor.


Georg Friedrich Händel: «Lascia ch’io pianga», dal II atto dell’opera Rinaldo HWV 7 (1711) su libretto di Giacomo Rossi. Patricia Petibon, soprano; Venice Baroque Orchestra.

Lascia ch’io pianga
mia cruda sorte
e che sospiri
la libertà.

Il duolo infranga
queste ritorte
de’ miei martiri
sol per pietà.



William Babell (1689/90 – 23 settembre 1723): «Lascia ch’io pianga» di Händel, trascrizione per clavicembalo eseguita da Erin Helyard.


Lascia ch'io pianga

Mozart in the Jungle 3.1

La terza stagione della fortunata serie televisiva statunitense Mozart in the Jungle va in onda sul canale Sky Atlantic a partire da questa sera. Ecco i brani inseriti nella colonna sonora del 1° episodio (La Fiamma), in ordine di apparizione:

  1. Antonio Salieri: Sinfonia La Veneziana, I. Allegro assai (incipit);
  2. Léo Delibes: Les Filles de Cadix, proveniente da un giradischi in casa di Alessandra (Monica Bellucci);
  3. Gabriel Fauré: Élégie per violoncello e orchestra op. 24, eseguita prima durante una prova e poi in concerto dall’ensemble dell’insopportabile Andrew Walsh (Dermot Mulroney);
  4. Giuseppe Verdi: brindisi della Traviata, cantato senza accompagnamento da un uomo che passa in gondola;
  5. Franz Schubert: Ave Maria, cantata senza accompagnamento da Alessandra;
  6. Antonio Vivaldi: Concerto op. 8 n. 6, Il piacere, III. Allegro: fa da sfondo all’arrivo a Venezia dell’Andrew Walsh Ensemble e alla successiva passeggiata di Hailey (Lola Kirke); quando quest’ultima incontra il mimo, il brano di Vivaldi è momentaneamente interrotto da una versione pop del I movimento della Sinfonia n. 40 K 550 di Mozart;
  7. Giacomo Puccini: Valzer di Musetta dall’opera La bohème, cantato senza accompagnamento da una donna e poi da Alessandra in una strada di Venezia;
  8. Wolfgang Amadeus Mozart: duetto di Papageno e Papagena da Die Zauberflöte, a conclusione dell’episodio.

Antonio Salieri (1750-1825): Sinfonia in re maggiore La Veneziana (dalle ouvertures delle opere La scuola de’ gelosi e La partenza inaspettata, entrambe del 1779). London Mozart Players, dir. Matthias Bamert.

I. Allegro assai
II. Andantino grazioso [4:01]
III. Presto [7:32]


Dello scoppiettante bolero di Delibes Les Filles de Cadix Cap’s Blog si è già occupato tempo fa: potete ascoltarlo qui nella strepitosa interpretazione di Natalie Dessay.


Gabriel Fauré (1845-1924): Élégie op. 24 (1883), versione per violoncello e orchestra. Harriet Krijgh, violoncello; Deutsche Staatsphilharmonie Rheinland-Pfalz, dir. Gustavo Gimeno.


Giuseppe Verdi (1813-1901): «Libiamo ne’ lieti calici», brindisi dal I atto dell’opera La traviata (1853; libretto di Francesco Maria Piave). Maria Callas, soprano; Francesco Albanese, tenore; Coro e Orchestra della Rai di Torino, dir. Gabriele Santini.


Franz Schubert (1797-1828): Ellens Gesang III (Ave Maria), Lied op. 52 n. 6, D 839 (1825); testo di Walter Scott tradotto in tedesco da Adam Storck. Dame Janet Baker, mezzosoprano; Gerald Moore, pianoforte.


Antonio Vivaldi (1678-1741): Concerto in do maggiore per violino, archi e basso continuo op. 8 n. 6, RV 180, Il piacere (1725). Sonatori de la Gioiosa Marca, dir. e violino principale Giuliano Carmignola.

I. Allegro assai
II. Largo [2:50]
III. Allegro [5:36]


Giacomo Puccini (1858-1924): «Quando me n’ vo soletta per la via» (Valzer di Musetta), dal II quadro della Bohème (1896). Anna Moffo et al. (1956).


Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791): duetto di Papageno e Papagena dal II atto (scena 24a) del Singspiel Die Zauberflöte K 620 (1791). Montserrat Caballé, soprano; Thomas Quasthoff, baritono; SWR Rundfunkorchester Kaiserslautern, dir. José Collado.


MitJ

Il presente articolo è dedicato a Carla, lettrice e telefilm-dipendente, nonché anima del blog tararabundidee 🙂

Nuit d’étoiles

Claude Debussy (1862-1918): Nuit d’étoiles, mélodie su testo di Théodore de Banville (1890). Natalie Dessay, soprano; Philippe Cassard, pianoforte.

        Nuit d’étoiles,
        Sous tes voiles,
Sous ta brise et tes parfums,
        Triste lyre
        Qui soupire,
Je rêve aux amours défunts.

La sereine Mélancolie
Vient éclore au fond de mon cœur,
Et j’entends l’âme de ma mie
Tressaillir dans le bois rêveur.

        Nuit d’etoiles…

Je revois à notre fontaine
Tes regards bleus comme les cieux;
Cette rose, c’est ton haleine,
Et ces étoiles sont tes yeux.

        Nuit d’etoiles…


L 2

Au pays mystérieux

Eva Dell’Acqua (28 febbraio 1856-1930): Villanelle, mélodie su testo di Frédéric van der Elst (1893). Natalie Dessay, soprano; Berliner Philharmoniker, dir. Michael Schonwandt.

J’ai vu passer l’hirondelle
Dans le ciel pur du matin:
Elle allait, à tire-d’aile,
Vers le pays où l’appelle
Le soleil et le jasmin.
J’ai vu passer l’hirondelle!
J’ai longtemps suivi des yeux
Le vol de la voyageuse.
Depuis, mon âme rêveuse
L’accompagne par les cieux.
Ah! ah! au pays mystérieux!
Et j’aurais voulu comme elle
Suivre le même chemin.


Le ragazze di Cadice

Léo Delibes (1836 – 16 gennaio 1891): Les filles de Cadix, boléro (1874); testo di Alfred de Musset. Natalie Dessay, soprano; Berliner Symphoniker, dir. Michael Schønwandt.

Nous venions de voir le taureau,
Trois garçons, trois fillettes.
Sur la pelouse il faisait beau,
Et nous dansions un boléro
Au son des castagnettes:
«Dites-moi, voisin,
Si j’ai bonne mine,
Et si ma basquine
Va bien, ce matin.
Vous me trouvez la taille fine?
Ah! ah!
Les filles de Cadix aiment assez cela.»

Et nous dansions un boléro
Un soir, c’était dimanche.
Vers nous s’en vint un hidalgo
Cousu d’or, la plume au chapeau,
Et la poing sur la hanche:
«Si tu veux de moi,
Brune au doux sourire,
Tu n’as qu’a le dire,
Cet or est à toi.
— Passez votre chemin, beau sire
Ah! Ah!
Les filles de Cadix n’entendent pas cela.»

Et nous dansions un boléro,
Au pied de la colline.
Sur le chemin passa Diégo,
Qui pour tout bien n’a qu’un manteau
Et qu’une mandoline:
«La belle aux doux yeux,
Veux-tu qu’à l’église
Demain te conduise
Un amant jaloux?
— Jaloux! jaloux! quelle sottise!
Ah! ah!
Les filles de Cadix craignent ce défaut là!»


Delibes, Les filles de Cadix