Musica per Shylock

Gabriel Fauré (1845 - 4 novembre 1924): Shylock, suite per tenore e orchestra op. 57 (1889) dalle musiche di scena per la commedia omonima in 3 atti di Edmond Haraucourt (adattamento dal Mercante di Venezia di Shakespeare). Nicolai Gedda, tenore; Orchestre du Capitole de Toulouse, dir. Michel Plasson.

I. Chanson: Allegro moderato

Oh! les filles! Venez, les filles aux voix douces!
C’est l’heure d’oublier l’orgueil et les vertus,
Et nous regarderons éclore dans le mousses,
La fleur des baisers défendus.

Les baisers défendus c’est Dieu qui les ordonne.
Oh! les filles! Il fait le printemps pour les nids,
Il fait votre beauté pour qu’elle nous soit bonne,
Nos désirs pour qu’ils soient unis.

Oh! filles! Hors l’amour rien n’est bon sur la terre,
Et depuis les soirs d’or jusqu’aux matin rosés
Les morts ne sont jaloux, dans leur paix solitaire,
Que du murmure des baisers!

II. Entr’acte: Andante moderato [2:33]

III. Madrigal: Allegretto [6:25]

Celle que j’aime a de beauté
Plus que Flore et plus que Pomone,
Et je sais pour l’avoir chanté
Que sa bouche est le soir d’automne
Et son regard la nuit d’été.

Pour marraine elle eut Astarté,
Pour patronne elle a la Madone,
Car elle est belle autant que bonne,
Celle que j’aime.

Elle écoute, rit et pardonne,
N’écoutant que par charité ;
Elle écoute, mais sa fierté
N’écoute ni moi ni personne,
Et rien encore n’a tenté
Celle que j’aime.

IV. Épithalame: Adagio [7:46]
V. Nocturne: Andante molto moderato [11:09]
VI. Final: Allegretto vivo [13:46]


op. 57

La Vie parisienne

La Vie parisienne, opéra bouffe in 5 atti di Jacques Offenbach su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, fu rappresentata per la 1ª volta al Théâtre du Palais-Royal di Parigi il 31 ottobre 1866. Sette anni dopo, il 25 settembre 1873, una nuova versione in 4 atti andò in scena al Théâtre des Variétés; generalmente si rifanno a questo secondo allestimento le riprese odierne, compresa l’incisione discografica che qui vi propongo, diretta da Michel Plasson, con interpreti quali Régine Crespin (Métella), Mady Mesplé (Gabrielle) e Michel Sénéchal (Gardefeu). Vi sono omesse le parti recitate, mentre quelle musicali sono divise in due clip, con due atti ciascuna. Nel riassunto del libretto ho indicato fra parentesi l’incipit del testo di ogni brano cantato, seguito dal relativo minutaggio (in neretto). Volendo, si può leggere il libretto completo qui.


Ouverture (0:00). ATTO I: Parigi, Gare de l’Ouest: i dipendenti delle ferrovie ci informano sulle stazioni collegate (coro: «Nous sommes employés de la ligne de l’Ouest», 4:48). Entrano in scena Bobinet e Raoul de Gardefeu, giovanotti di belle speranze; i due si ignorano ostentatamente: hanno litigato per via di Métella, una graziosa grisette di cui si contendono le grazie. Arriva il treno di Trouville (coro dei viaggiatori: «Le ciel est noir, il va pleuvoir», 6:00): ne scende Métella insieme con un terzo spasimante, Gontran, e finge di non conoscere né Gardefeu né Bobinet («Attendez d’abord», 6:57). I due giovanotti si riconciliano all’istante e si ripropongono, per il futuro, di frequentare solo signore di classe elevata («Elles sont tristes, les marquises», 8:49). Congedatosi Bobinet, Gardefeu incontra un suo ex servitore, Joseph, che ora fa la guida turistica e sta appunto aspettando una coppia di aristocratici svedesi, il barone Gondremarck e signora, ansiosi di conoscere la «vita parigina»: con l’idea di sedurre la baronessa, Gardefeu chiede e ottiene da Joseph di potersi sostituire a lui. Prende dunque in consegna i due svedesi, cui promette di svelare ogni segreto della «nuova Babilonia», nonché di soddisfare certi piccoli desideri che ciascun coniuge nutre all’insaputa dell’altro (trio: «Jamais, foi de cicérone», 10:18). Dai treni sciamano numerosi altri turisti (coro: «À Paris nous arrivons en masse», 15:16) fra cui un ricchissimo brasiliano («Je suis Brésilien, j’ai de l’or», 15:35): tutti si apprestano a invadere la città per «divertirsi come pazzi» (coro: «Paris! Paris! Paris!», 17:28).

Entr’acte (20:45).
ATTO II: A casa di Gardefeu, il calzolaio Frick e la guantaia Gabrielle attendono il ritorno del padrone («Entrez! entrez, jeune fille à l’œil bleu!» 21:19); Gabrielle fa l’elogio dei guanti, simbolo impareggiabile d’eleganza e memoria di amori perduti per sempre (Rondò o Aria del guanto: «Autrefois plus d’un amant», 24:04). Frick le propone di sposarlo. Giunge Gardefeu con i Gondremarck, cui fa credere che l’edificio sia una dépendance dell’hotel. Il barone mostra a Gardefeu una lettera di raccomandazione e lo prega di inoltrarla alla destinataria, una bella parigina di nome Métella («Dans cette ville toute pleine», 26:11). Poi Gondremarck chiede di avere il menu a prezzo fisso, aggiungendo di non voler cenare con la moglie: Gardefeu si rende conto che l’assenza di altri clienti potrebbe insospettirlo, perciò chiede a Gabrielle e Frick di presentarsi all’ora di cena, insieme con altri loro amici, fingendosi ospiti dell’hotel. Giunge Métella, che vorrebbe riconciliarsi con Gardefeu; questi le consegna la lettera di raccomandazione: è firmata da Jean-Stanislas barone di Frascata, suo amante di un tempo, il quale prega la giovane di dispensare a Gondremarck le stesse gioie che in passato aveva riservato a lui («Vous souvient-il, ma belle», 28:11). Gardefeu presenta Métella allo svedese: la donna, che ha capito il gioco dell’amico, dà appuntamento al barone «fra qualche giorno», e intanto medita di vendicarsi di Gardefeu. Questi, per aver mano libera con la baronessa, si rivolge a Bobinet, il quale lo rassicura: per la notte successiva organizzerà una festa nella villa di una sua zia, ora in vacanza, e vi porterà il barone. Arrivano i finti ospiti per il menu a prezzo fisso: entra per primo Frick, che ora è Èdouard, maggiore dell’esercito («Pour découper adroitement», 31:33); seguono gli altri (coro: «Nous entrons dans cette demeure», 33:33), fra cui Gabrielle che impersona Madame de Sainte-Amaranthe, una vedova di guerra («Je suis veuve d’un colonel», 34:46). Gardefeu annuncia che la cena è servita: cantando un’allegra tirolese tutti si dirigono verso la sala da pranzo («On est v’nu m’inviter», 38:37).


ATTO III: nell’austero palazzo di madame Quimper-Karadec, in assenza di quest’ultima, il nipote di lei Bobinet ha allestito una grande festa da ballo: vi prendono parte i suoi domestici (introduzione e coro: «Il faut nous dépêcher vite», 0:00), travestiti in modo da far credere al barone Gondremarck di avere a che fare con la crema della società parigina (sestetto: «Donc, je puis me fier à vous», 0:42). Giunge l’aristocratico svedese, convinto di essere stato invitato dai coniugi Waller, un «ammiraglio svizzero» (impersonato da Bobinet) e signora (Pauline, una cameriera); ma l’ammiraglio per il momento non può essere presente (ha qualche difficoltà a entrare nell’uniforme, forse è ingrassato), sicché Gondremarck si intrattiene con «madame l’ammiraglia» (duetto: «L’amour, c’est une échelle immense», 4:47). Alla festa partecipa anche Madame de Sainte-Amaranthe, cioè Gabrielle, che dedica un affettuoso blason alla donna parigina («On va courir, on va sortir», 7:11). Arriva infine anche l’ammiraglio, che è riuscito a infilarsi l’uniforme al prezzo di qualche piccolo inconveniente (sestetto: «Votre habit a craqué dans le dos», 9:16). Ci si siede a tavola (coro: «Soupons, soupons, c’est le moment», 11:21), lo champagne scorre a fiumi e tutti bevono senza ritegno («En endossant mon uniforme», 14:07).

ATTO IV: la scena si sposta in un ristorante parigino, dove il brasiliano offre un ballo in maschera. Prima che la festa abbia inizio, i camerieri si preparano a dare il proprio apporto (coro: «Bien bichonnés et bien rasés», 19:45); Alfred, il maître, fa loro le ultime raccomandazioni («Avant toute chose il faut être mystérieux et réservés», 20:36). Arriva il barone Gondremarck per il suo appuntamento con Métella; è inquieto, comincia a avere qualche sospetto. La giovane gli rivela di essere innamorata di un altro e gli chiede di farsene una ragione, di guardare la realtà: siamo in un ristorante di moda, si avvicina la mezzanotte, sta per cominciare la festa, ci si darà ai piaceri più sfrenati, ma è vera allegria quella che a un certo punto comincerà a affievolirsi e prima dell’alba sarà del tutto svanita? («C’est ici l’endroit redouté des mères», 22:40). Arrivano gli invitati in maschera (coro: «En avant, les jeunes femmes! En avant, les gais viveurs!», 26:06), fra i quali si notano il brasiliano e Gabrielle, mascherati da… brasiliani (duetto: «Hier, à midi, la gantière», 27:16). Gardefeu e Métella si riconciliano; Gondremarck s’infuria quando viene a sapere che l’uomo amato da Métella è Gardefeu; solo la baronessa riesce a chetarlo. Alla fine, tutti insieme brindano a Parigi («Par nos chansons et par nos cris célébrons Paris», 28:17).

Gli dèi e gli eroi, parte 1ª: gli dèi

Jacques Offenbach (20 giugno 1819 - 1880): Orphée aux enfers, ouverture. BBC Philharmonic Orchestra, dir. Yan Pascal Tortelier.
Per la verità non esistono ouvertures “autentiche” delle operette di Offenbach: quelle che vengono proposte come tali sono in realtà composizioni apocrife, per lo più create per allestimenti extra-parigini dei lavori offenbachiani. Il brano qui diretto da Tortelier è un pot-pourri di temi dell’Orphée composto dall’austriaco Carl Binder (1816 - 1860) in occasione della 1ª rap­pre­sen­ta­zione viennese dell’operetta (1860).

Orphée aux enfers fu presentata al pubblico dei Bouffes-Parisiens come opéra bouffon in 2 atti e 3 quadri il 28 ottobre 1858; il libretto era stato redatto da Hector Crémieux e Ludovic Halévy (quest’ultimo, divenuto segretario generale al Ministero per l’Algeria, non poté firmare il testo definitivo; Offenbach fece in modo che il suo nome comparisse ugualmente, dedicandogli l’opera). Più tardi Offenbach riprese in mano la partitura per sottoporla a una profonda revisione: andò in scena il 7 febbraio 1874 come opéra-féerie in 4 atti e 12 quadri.

Trama. ATTO I: nella campagna presso la città di Tebe sorgono l’una di fronte all’altra la casa di Orfeo, «direttore dell’Orphéon di Tebe», violinista e insegnante di musica, e quella di Aristeo, pastore e apicultore. Orfeo e Euridice, marito e moglie, non si sopportano; soprattutto, Euridice non può soffrire le interminabili sviolinate che Orfeo si ostina a propinarle. Sorpresa dal coniuge mentre adorna di fiori la porta della capanna di Aristeo, Euridice ammette di essersi perdutamente innamorata del vicino di casa: Orfeo, contrariato ma tutt’altro che geloso, allontanandosi alla volta di Tebe lascia intendere di aver preparato nel vicino campo di grano una trappola mortale per l’incauto amante di Euridice. Cantando le gioie ecologiche dell’umile pastore d’Arcadia giunge Aristeo; preoccupatissima, Euridice si precipita ad avvertirlo del pericolo, ma viene morsa da un serpente velenoso: in realtà, Aristeo è Plutone e ha assunto sembianze mortali per avvicinare la bella moglie di Orfeo; egli stesso ha suggerito allo stolido musicista il trabocchetto di cui Euridice è rimasta vittima. Mentre la donna agonizza melodiosamente e senza soffrire, Plutone assume il suo vero aspetto di divinità infernale, provoca una tempesta scuotendo il bidente, che poi affida a Euridice perché con una delle sue punte incida in lettere di fuoco sulla porta di casa un ultimo messaggio:
  Se lascio la magione
  è perché sono morta,
  Aristeo è Plutone
  e via il diavolo mi porta!

Dopodiché Aristeo trascina con sé Euridice negli inferi. Tornato a casa, Orfeo legge il messaggio di Euridice e quasi sviene per la gioia, ma sopraggiunge un terribile personaggio, l’Opinione Pubblica, che obbliga il malcapitato – affinché ciò serva d’esempio per i posteri – a recarsi nel mondo dell’oltretomba per reclamare la sposa perduta.
ATTO II: intorno alla vetta dell’Olimpo, languidamente sdraiati su morbide nuvolette, gli dèi sono immersi nel sonno: uno dopo l’altro, Venere, Cupido e Marte rientrano da un misterioso viaggio a Citera: preso posto nelle rispettive nuvole, subito s’addormentano. Seguito dalla Notte con il suo corteo di Sogni multicolori, Morfeo si muove con circospezione fra i dormienti, agitando papaveri sotto le loro nari. Le Ore danzano intorno alla Notte e ai Sogni, obbligandoli via via a uscire di scena; giungono l’Aurora e quindi la luce del giorno, e s’odono in lontananza i corni di Diana cacciatrice: Giove invita gli dèi ad accogliere con i dovuti onori la sua figlia prediletta. Diana è molto triste: ha perso ogni traccia dell’aitante pastore Atteone; Giove ammette di averlo trasformato in cervo, facendo poi in modo che la metamorfosi fosse attribuita proprio a Diana, «giusto per salvare le apparenze». Amareggiata, Diana rimprovera a Giove di predicare bene e razzolare male, ciò che suscita l’interesse della gelosissima Giunone: si mormora infatti che proprio al padre degli dèi si debba imputare la scomparsa di una mortale, da un dio rapita al legittimo consorte. Giove si dice innocente; a trarlo d’impaccio è però l’arrivo di Mercurio, di ritorno dal regno degli inferi dove, egli dice, ci si divertiva alquanto perdurando l’assenza di Plutone, ch’è da poco rientrato in compagnia di un’avvenente signora. Giove spiega agli astanti di avere appunto convocato il signore dell’Ade perché faccia luce sulla vicenda di Euridice. Accompagnato da tre demoni giunge Plutone; ben presto comprende che Giove è perfettamente al corrente dei suoi intrighi: egli respinge ogni accusa, ma la sua posizione si fa sempre più difficile. Scoppia intanto una rivolta degli dèi, che al suono della Marsigliese proclamano a gran voce di essere stanchi del tediosissimo tran-tran dell’Olimpo. Invano Giove stigmatizza l’immoralità di Plutone: gli si rinfacciano le molteplici «scappatelle» con graziose mortali, e Giunone vorrebbe addirittura il divorzio. Ma ancora una volta la situazione volge in favore del re degli dèi: annunciato da Mercurio e sempre pungolato dall’Opinione Pubblica, giunge infatti Orfeo; ascoltate le sue insincere lamentele, Giove proclama solennemente la propria volontà: Plutone è condannato a restituire Euridice al vedovo inconsolabile. E aggiunge che, per controllare che la sentenza sia effettivamente eseguita, egli stesso si recherà nell’Ade; gli dèi l’implorano di portarli con sé, e Giove astutamente, per chetare ogni velleità di rivolta, accoglie la loro richiesta: sicché condurrà negli inferi l’Olimpo al gran completo.
ATTO III: nel boudoir di Plutone, Euridice si annoia terribilmente; l’amore degli dèi, le avevano detto, è fonte di ineffabili delizie, ma Plutone l’ha abbandonata ormai da due giorni, senz’altra compagnia che quella di un goffo domestico, John Styx. Ammaliato da Euridice ed ebbro dell’acqua del Lete, questi tenta un maldestro approccio, raccontando di essere stato, in vita, un importante personaggio, un re di Beozia. All’arrivo degli dèi, John rinchiude Euridice nell’appartamento di Plutone. Giove è ben deciso a conoscere la bella mortale che Plutone si ostina a nascondergli; convoca perciò i tre giudici infernali, Minosse, Eaco e Radamante, e come testimone il portinaio Cerbero: ma sono tutti al soldo di Plutone, e la seduta del tribunale degenera in rissa, nel corso della quale Cerbero azzanna Giove. Furioso, questi ristabilisce l’ordine lanciando fulmini e saette; mentre gli altri si mettono in salvo, Cupido offre all’amato padre il proprio aiuto per rintracciare Euridice: sguinzaglia perciò una brigata di policemen dell’Amore, che in breve scoprono il luogo in cui la donna è segregata. Per consentirgli di introdursi nella stanza, Cupido trasforma Giove in mosca, in modo che possa passare attraverso il buco della serratura. Euridice è talmente demoralizzata per la noia e per la solitudine che accoglie con gioia l’arrivo del grosso insetto, con il quale intona un tenero duetto d’amore: l’una canta, l’altro ronza. Giove si fa riconoscere e promette a Euridice di liberarla e di portarla con sé sull’Olimpo, poi vola via dalla finestra. Sopraggiunge Plutone, che ha saputo della metamorfosi: troppo tardi.
ATTO IV: tutti gli dèi prendono parte a una grande festa lungo le rive dello Stige; mascherata da baccante, Euridice canta un appassionato inno a Bacco. Giove l’invita quindi a danzare un minuetto, cui fa seguito un galop indiavolato, al termine del quale i due contano di allontanarsi senza farsi notare. Ma Plutone, che li teneva d’occhio, sbarra loro la strada; segue un nuovo litigio, che ha termine quando il dio degli inferi ricorda al signore dell’Olimpo la promessa fatta a Orfeo, «quel piccolo trovatore». «Miserere!», esclama Giove, che se n’era completamente dimenticato. S’ode avvicinarsi il suono lamentoso di un violino: Orfeo e l’Opinione Pubblica risalgono lo Stige a bordo di una barca. Giove è costretto a mantenere la parola data, ma pone a Orfeo una condizione: egli dovrà incamminarsi verso lo Stige precedendo Euridice e senza mai voltarsi, altrimenti la perderà, e questa volta per sempre. Dietro l’Opinione Pubblica, che l’esorta a obbedire, Orfeo si avvia mestamente; alle sue spalle Euridice, velata, è condotta per mano da John Styx. Giove è inquieto: non avrà forse contato invano sulla curiosità del musicista? «Non si volta! Tanto peggio, ora lo fulmino!»; e lancia in direzione di Orfeo un vigoroso calcione elettrico che attraversa l’intera scena sotto forma d’una scintilla: colpito nel fondoschiena, il disgraziato si volta bruscamente; Euridice scompare dalla sua vista, l’Opinione Pubblica recrimina, Orfeo si difende: «è stato un movimento involontario». Plutone gongola pensando di poter finalmente disporre della donna, ma Giove ne raffredda l’entusiasmo annunciando che farà di lei una baccante. Euridice, affranta, intona un’invocazione a Bacco sulle note del galop infernale, ma ora un accento malinconico pervade il suo canto: alla fine della favola, del tanto decantato amore degli dèi non ha potuto gustare che un ben modesto assaggio.

Doré
Il galop enfernal visto da Gustave Doré


Orphée aux enfers, atto IV (originariamente atto II, scena 2a). Si tratta di un allestimento dell’Opéra National de Lyon diretto da Marc Minkowski, con una strepitosa Natalie Dessay (Euridice) – voi sapete già quanto io ami quella donna, Offenbach l’avrebbe adorata 🙂

In questa pagina di YouTube potete ascoltare la versione del 1874, integrale, in una bellissima incisione discografica del 1979, diretta da Michel Plasson, con la partecipazione di interpreti di grande bravura, fra i quali Mady Mesplé (Euridice), Charles Burles (Aristeo/Plutone), Michel Trempont (Giove), Jane Rhodes (l’Opinione Pubblica) e Michel Sénéchal (Orfeo).


1889
Vignetta del 1889

Tableaux de Paris


Henri Sauguet (pseudonimo di Jean-Pierre Poupard; 18 maggio 1901 – 1989): Tableaux de Paris, suite symphonique (1950). Orchestre du Capitol de Toulouse, dir. Michel Plasson.

  1. Prélude – Panorama
  2. Matin aux Tuileries: Andante – Alla valse
  3. Quai aux Fleurs: Andantino – Vivo – Allegretto
  4. La Place des Vosges: Andante moderato – Andantino
  5. Le Canal Saint-Martin: Tempo di valse
  6. Midi, Place de l’Opéra: Alla valse – Andante moderato – Alla valse – Allegro giusto
  7. Lunch au Ritz: Allegro moderato
  8. Coucher du soleil sur l’Arc de Triomphe: Tempo di marcia
  9. Soirée à Saint-Germain-des-Prés: Allegro giusto – Allegro
  10. Nuit à Montmartre – Épilogue: Galop

Édouard Cortès: Boulevard Bonne Nouvelle
Édouard Cortès
Édouard Cortès
Édouard Cortès
Édouard Cortès
Dipinti di Édouard Cortès (1882 – 1969).

Effet de nuit

Sylvio Lazzari (30 dicembre 1857-1944): Effet de nuit, poema sinfonico per orchestra (1901) ispirato da una poesia di Paul Verlaine. Orchestre du Capitole de Toulouse, dir. Michel Plasson.

La nuit. La pluie. Un ciel blafard que déchiquette
De flèches et de tours à jour la silhouette
D’une ville gothique éteinte au lointain gris.
La plaine. Un gibet plein de pendus rabougris
Secoués par le bec avide des corneilles
Et dansant dans l’air noir des gigues nonpareilles,
Tandis, que leurs pieds sont la pâture des loups.
Quelques buissons d’épine épars, et quelques houx
Dressant l’horreur de leur feuillage à droite, à gauche,
Sur le fuligineux fouillis d’un fond d’ébauche.
Et puis, autour de trois livides prisonniers
Qui vont pieds nus, un gros de hauts pertuisaniers
En marche, et leurs fers droits, comme des fers de herse,
Luisent à contresens des lances de l’averse.

Paul Verlaine (da Eaux-fortes, 1866)


Pacific 231

Arthur Honegger (1892-27 novembre 1955): Pacific 231, «mouvement symphonique» (1923). Orchestre national du Capitole de Toulouse, dir. Michel Plasson.

Arthur Honegger«Ho sempre amato le locomotive con passione; per me sono esseri viventi, e le amo come altri possono amare le donne o i cavalli. In Pacific quello che ho cercato di fare non è l’imitazione dei rumori della locomotiva ma la traduzione d’un’impressione visiva e di un godimento fisico in una costruzione musicale. La composizione parte da una contemplazione oggettiva: il respiro tranquillo della macchina in riposo, lo sforzo dell’avviamento, e poi il progressivo aumento della velocità finché si arriva allo stadio lirico o patetico di un treno di trecento tonnellate lanciato in piena notte a 120 all’ora. Ho scelto a oggetto della composizione la locomotiva di tipo Pacific n. 231 per i convogli pesanti dalle grandi velocità» (Arthur Honegger).


Pacific