Gli dèi e gli eroi, parte 1ª: gli dèi

Jacques Offenbach (20 giugno 1819 - 1880): Orphée aux enfers, ouverture. BBC Philharmonic Orchestra, dir. Yan Pascal Tortelier.
Per la verità non esistono ouvertures “autentiche” delle operette di Offenbach: quelle che vengono proposte come tali sono in realtà composizioni apocrife, per lo più create per allestimenti extra-parigini dei lavori offenbachiani. Il brano qui diretto da Tortelier è un pot-pourri di temi dell’Orphée composto dall’austriaco Carl Binder (1816 - 1860) in occasione della 1ª rap­pre­sen­ta­zione viennese dell’operetta (1860).

Orphée aux enfers fu presentata al pubblico dei Bouffes-Parisiens come opéra bouffon in 2 atti e 3 quadri il 28 ottobre 1858; il libretto era stato redatto da Hector Crémieux e Ludovic Halévy (quest’ultimo, divenuto segretario generale al Ministero per l’Algeria, non poté firmare il testo definitivo; Offenbach fece in modo che il suo nome comparisse ugualmente, dedicandogli l’opera). Più tardi Offenbach riprese in mano la partitura per sottoporla a una profonda revisione: andò in scena il 7 febbraio 1874 come opéra-féerie in 4 atti e 12 quadri.

Trama. ATTO I: nella campagna presso la città di Tebe sorgono l’una di fronte all’altra la casa di Orfeo, «direttore dell’Orphéon di Tebe», violinista e insegnante di musica, e quella di Aristeo, pastore e apicultore. Orfeo e Euridice, marito e moglie, non si sopportano; soprattutto, Euridice non può soffrire le interminabili sviolinate che Orfeo si ostina a propinarle. Sorpresa dal coniuge mentre adorna di fiori la porta della capanna di Aristeo, Euridice ammette di essersi perdutamente innamorata del vicino di casa: Orfeo, contrariato ma tutt’altro che geloso, allontanandosi alla volta di Tebe lascia intendere di aver preparato nel vicino campo di grano una trappola mortale per l’incauto amante di Euridice. Cantando le gioie ecologiche dell’umile pastore d’Arcadia giunge Aristeo; preoccupatissima, Euridice si precipita ad avvertirlo del pericolo, ma viene morsa da un serpente velenoso: in realtà, Aristeo è Plutone e ha assunto sembianze mortali per avvicinare la bella moglie di Orfeo; egli stesso ha suggerito allo stolido musicista il trabocchetto di cui Euridice è rimasta vittima. Mentre la donna agonizza melodiosamente e senza soffrire, Plutone assume il suo vero aspetto di divinità infernale, provoca una tempesta scuotendo il bidente, che poi affida a Euridice perché con una delle sue punte incida in lettere di fuoco sulla porta di casa un ultimo messaggio:
  Se lascio la magione
  è perché sono morta,
  Aristeo è Plutone
  e via il diavolo mi porta!

Dopodiché Aristeo trascina con sé Euridice negli inferi. Tornato a casa, Orfeo legge il messaggio di Euridice e quasi sviene per la gioia, ma sopraggiunge un terribile personaggio, l’Opinione Pubblica, che obbliga il malcapitato – affinché ciò serva d’esempio per i posteri – a recarsi nel mondo dell’oltretomba per reclamare la sposa perduta.
ATTO II: intorno alla vetta dell’Olimpo, languidamente sdraiati su morbide nuvolette, gli dèi sono immersi nel sonno: uno dopo l’altro, Venere, Cupido e Marte rientrano da un misterioso viaggio a Citera: preso posto nelle rispettive nuvole, subito s’addormentano. Seguito dalla Notte con il suo corteo di Sogni multicolori, Morfeo si muove con circospezione fra i dormienti, agitando papaveri sotto le loro nari. Le Ore danzano intorno alla Notte e ai Sogni, obbligandoli via via a uscire di scena; giungono l’Aurora e quindi la luce del giorno, e s’odono in lontananza i corni di Diana cacciatrice: Giove invita gli dèi ad accogliere con i dovuti onori la sua figlia prediletta. Diana è molto triste: ha perso ogni traccia dell’aitante pastore Atteone; Giove ammette di averlo trasformato in cervo, facendo poi in modo che la metamorfosi fosse attribuita proprio a Diana, «giusto per salvare le apparenze». Amareggiata, Diana rimprovera a Giove di predicare bene e razzolare male, ciò che suscita l’interesse della gelosissima Giunone: si mormora infatti che proprio al padre degli dèi si debba imputare la scomparsa di una mortale, da un dio rapita al legittimo consorte. Giove si dice innocente; a trarlo d’impaccio è però l’arrivo di Mercurio, di ritorno dal regno degli inferi dove, egli dice, ci si divertiva alquanto perdurando l’assenza di Plutone, ch’è da poco rientrato in compagnia di un’avvenente signora. Giove spiega agli astanti di avere appunto convocato il signore dell’Ade perché faccia luce sulla vicenda di Euridice. Accompagnato da tre demoni giunge Plutone; ben presto comprende che Giove è perfettamente al corrente dei suoi intrighi: egli respinge ogni accusa, ma la sua posizione si fa sempre più difficile. Scoppia intanto una rivolta degli dèi, che al suono della Marsigliese proclamano a gran voce di essere stanchi del tediosissimo tran-tran dell’Olimpo. Invano Giove stigmatizza l’immoralità di Plutone: gli si rinfacciano le molteplici «scappatelle» con graziose mortali, e Giunone vorrebbe addirittura il divorzio. Ma ancora una volta la situazione volge in favore del re degli dèi: annunciato da Mercurio e sempre pungolato dall’Opinione Pubblica, giunge infatti Orfeo; ascoltate le sue insincere lamentele, Giove proclama solennemente la propria volontà: Plutone è condannato a restituire Euridice al vedovo inconsolabile. E aggiunge che, per controllare che la sentenza sia effettivamente eseguita, egli stesso si recherà nell’Ade; gli dèi l’implorano di portarli con sé, e Giove astutamente, per chetare ogni velleità di rivolta, accoglie la loro richiesta: sicché condurrà negli inferi l’Olimpo al gran completo.
ATTO III: nel boudoir di Plutone, Euridice si annoia terribilmente; l’amore degli dèi, le avevano detto, è fonte di ineffabili delizie, ma Plutone l’ha abbandonata ormai da due giorni, senz’altra compagnia che quella di un goffo domestico, John Styx. Ammaliato da Euridice ed ebbro dell’acqua del Lete, questi tenta un maldestro approccio, raccontando di essere stato, in vita, un importante personaggio, un re di Beozia. All’arrivo degli dèi, John rinchiude Euridice nell’appartamento di Plutone. Giove è ben deciso a conoscere la bella mortale che Plutone si ostina a nascondergli; convoca perciò i tre giudici infernali, Minosse, Eaco e Radamante, e come testimone il portinaio Cerbero: ma sono tutti al soldo di Plutone, e la seduta del tribunale degenera in rissa, nel corso della quale Cerbero azzanna Giove. Furioso, questi ristabilisce l’ordine lanciando fulmini e saette; mentre gli altri si mettono in salvo, Cupido offre all’amato padre il proprio aiuto per rintracciare Euridice: sguinzaglia perciò una brigata di policemen dell’Amore, che in breve scoprono il luogo in cui la donna è segregata. Per consentirgli di introdursi nella stanza, Cupido trasforma Giove in mosca, in modo che possa passare attraverso il buco della serratura. Euridice è talmente demoralizzata per la noia e per la solitudine che accoglie con gioia l’arrivo del grosso insetto, con il quale intona un tenero duetto d’amore: l’una canta, l’altro ronza. Giove si fa riconoscere e promette a Euridice di liberarla e di portarla con sé sull’Olimpo, poi vola via dalla finestra. Sopraggiunge Plutone, che ha saputo della metamorfosi: troppo tardi.
ATTO IV: tutti gli dèi prendono parte a una grande festa lungo le rive dello Stige; mascherata da baccante, Euridice canta un appassionato inno a Bacco. Giove l’invita quindi a danzare un minuetto, cui fa seguito un galop indiavolato, al termine del quale i due contano di allontanarsi senza farsi notare. Ma Plutone, che li teneva d’occhio, sbarra loro la strada; segue un nuovo litigio, che ha termine quando il dio degli inferi ricorda al signore dell’Olimpo la promessa fatta a Orfeo, «quel piccolo trovatore». «Miserere!», esclama Giove, che se n’era completamente dimenticato. S’ode avvicinarsi il suono lamentoso di un violino: Orfeo e l’Opinione Pubblica risalgono lo Stige a bordo di una barca. Giove è costretto a mantenere la parola data, ma pone a Orfeo una condizione: egli dovrà incamminarsi verso lo Stige precedendo Euridice e senza mai voltarsi, altrimenti la perderà, e questa volta per sempre. Dietro l’Opinione Pubblica, che l’esorta a obbedire, Orfeo si avvia mestamente; alle sue spalle Euridice, velata, è condotta per mano da John Styx. Giove è inquieto: non avrà forse contato invano sulla curiosità del musicista? «Non si volta! Tanto peggio, ora lo fulmino!»; e lancia in direzione di Orfeo un vigoroso calcione elettrico che attraversa l’intera scena sotto forma d’una scintilla: colpito nel fondoschiena, il disgraziato si volta bruscamente; Euridice scompare dalla sua vista, l’Opinione Pubblica recrimina, Orfeo si difende: «è stato un movimento involontario». Plutone gongola pensando di poter finalmente disporre della donna, ma Giove ne raffredda l’entusiasmo annunciando che farà di lei una baccante. Euridice, affranta, intona un’invocazione a Bacco sulle note del galop infernale, ma ora un accento malinconico pervade il suo canto: alla fine della favola, del tanto decantato amore degli dèi non ha potuto gustare che un ben modesto assaggio.

Doré
Il galop enfernal visto da Gustave Doré


Orphée aux enfers, atto IV (originariamente atto II, scena 2a). Si tratta di un allestimento dell’Opéra National de Lyon diretto da Marc Minkowski, con una strepitosa Natalie Dessay (Euridice) – voi sapete già quanto io ami quella donna, Offenbach l’avrebbe adorata 🙂

In questa pagina di YouTube potete ascoltare la versione del 1874, integrale, in una bellissima incisione discografica del 1979, diretta da Michel Plasson, con la partecipazione di interpreti di grande bravura, fra i quali Mady Mesplé (Euridice), Charles Burles (Aristeo/Plutone), Michel Trempont (Giove), Jane Rhodes (l’Opinione Pubblica) e Michel Sénéchal (Orfeo).


1889
Vignetta del 1889

Annunci

Une symphonie imaginaire

Con il titolo Une symphonie imaginaire Marc Minkowski e Les Musiciens du Louvre realizzarono alcuni anni fa un cd contenente una suite di brani strumentali tratti da varie composizioni di Jean-Philippe Rameau (1683 – 12 settembre 1764). Questi i titoli:

  1. Zaïs : Ouverture
  2. Castor et Pollux : «Tristes apprêts, pâles flambeaux», scène funèbre (atto II) [5:48]
  3. Les Fêtes d’Hébé, ou Les talents lyriques : Air tendre [9:11]
  4. Dardanus : Tambourins I-II (prologo) [11:06]
  5. Le Temple de la gloire : Air tendre pour les Muses [12:58]
  6. Abaris, ou Les Boréades : Contredanse en rondeau (atto I, scena 4a) [17:23]
  7. La Naissance d’Osiris : Air gracieux [20:28]
  8. Abaris : Gavottes I-II (atto IV, scena 4a) [22:48]
  9. Platée, ou Junon jalouse : Orage (atto I, scena 6a) [25:32]
  10. Abaris : Preludio all’atto V [28:05]
  11. La Poule (ultimo dei 6 Concerts transcrits en sextuor) [29:24]
  12. Les Fêtes d’Hébé : Musette tendre en rondeau – Tambourin en rondeau [33:55]
  13. Hippolyte et Aricie : Ritournelle (atto III) [37:17]
  14. Naïs : Rigaudons (prologo) [39:27]
  15. Les Indes galantes : Danse (rondeau) des sauvages (atto IX) [41:48]
  16. Abaris : Entrée de Polymnie (atto IV, scena 4a) [44:06]
  17. Les Indes galantes : Chaconne (atto IX) [50:12]

Il sole vittorioso sulle nubi

Louis-Nicolas Clérambault (19 dicembre 1676-1749): Le Soleil, vainqueur des nuages, «cantate allégorique sur le rétablissement de la santé du Roi» (1720). Mireille Delunsch, soprano; Les Musiciens du Louvre, dir. Marc Minkowski.

I. Symphonie
II. Récitatif: «Les Persans assemblés dans leurs vastes campagnes» [a 1:36]

Les Persans assemblés dans leurs vastes campagnes
 Au lever du Soleil qui doroit les montagnes,
 Se prométoit le plus beau jour,
Leurs yeux goûtoient déja les fruits de sa présence,
Sans cesse ils bénissoient l’instant de sa naissance,
Et leurs cœurs par ces chants exprimoient leur amour.

III. Air: «Poursuis ta brillante carrière» [a 2:15]

 Poursuis ta brillante carrière,
Règne, divin Soleil, règne sur les Mortels,
 Les biens que répand la lumière
Dans tous les cœurs t’élevent des Autels.
 C’est peu que d’éclairer le monde,
 Ton cours utile et glorieux
 Deviens une source féconde
 De mille trésors précieux:
 Poursuis ta brillante carrière,
Regne, divin Soleil, regne sur les Mortels,
 Les biens que répand la lumière,
Dans tous les cœurs t’élevent des Autels.

IV. Récitatif: «Mais le jour s’obscurcit» [a 6:15]

Mais le jour s’obscurcit, Dieux! quels suages sombres
Dérobent tout à coup la splendeur qui nous luit.
Le plus noir Aquilon que la Thrace ait produit
 Répand par tout s’épaisses ombres
Et fait céder le jour aux horreurs de la nuit.

V. Symphonie et Air: «Arrête, destin redoutable» [a 6:42]

 Arrête, destin redoutable,
 Suspens la rigueur de tes coups,
 Rends-moi cet objet adorable,
 Qui seul fait nos biens les plus doux.
 Veux-tu nous punir de nos crimes,
 Que ces monts renversez sur nous,
 De la terre ouvre les âbimes:
 Frape, nous t’offrons tes victimes,
 Épuise sur nous ton couroux.
 Arrête, destin redoutable,
 Suspens la rigueur de tes coups,
 Rends-moi cet objet adorable,
 Qui seul fait nos biens les plus doux.

VI. Récitatif: «Nos vœux sont exaucés» [a 10:17]

Nos vœux sont exaucés… goûtons-en les présages,
Par l’éclat lumineux qui brille dans les airs…
 Des traits de feux dissipent les nuages…
Et les rayons par tout s’ouvrant mille passages
Vont le rendre plus pur aux yeux de l’Univers.

VII. Air: «Préparons d’éclatantes fêtes» [a 11:34]

 Préparons d’éclatantes fêtes,
 Formons les plus aimables jeux:
 De festons couronnons nos têtes,
 Chantons, chantons ce jour heureux,
 Il rend le Soleil à nos vœux.
 Il fait le destin de la Terre;
 De lui dépendent nos beaux jours,
 Rien ne trouble plus son cours,
 Qu’aux monstres déclarant la guerre:
 Il règne, il triomphe toujours.
 Préparons d’éclatantes fêtes,
 Formons les plus aimables jeux:
 De festons couronnons nos têtes,
 Chantons, chantons ce jour heureux,
 Il rend le Soleil à nos vœux.


I selvaggi di Rameau (encore)


Jean-Philippe Rameau (25 settembre 1683-1764): Rondeau des sauvages («Forets paisibles»), dall’ultimo atto delle Indes galantes (1735). Il rondeau è preso decisamente alla bersagliera da Marc Minkowski con i Musiciens du Louvre; ma siccome solisti (Magali Léger e Laurent Naouri) e coro reggono il tempo alla perfezione non ci vedo nulla di male 🙂



Ancora il rondeau eseguito al pianoforte da Grigorij Sokolov.