Moon of Alabama

Kurt Weill (1900 - 1950): Alabama Song su testo di Bertolt Brecht (1898 - 1956), da Mahagonny (1927). Robyn Archer, voce solista; London Sinfonietta, dir. Dominic Muldowney.
Il testo originale, in tedesco, fu pubblicato nella raccolta di poesie Hauspostille (1927); non è chiaro se la traduzione inglese sia opera dello stesso Brecht oppure di Elisabeth Hauptmann (1897 - 1973), allora collaboratrice del drammaturgo tedesco.
La musica fu composta dallo stesso Brecht insieme con Franz Servatius Bruinier (1905 - 1928); venne poi modificata da Kurt Weill per essere inserita in due lavori nati dalla collaborazione con Brecht: il «Songspiel» Mahagonny (1927) e l’opera Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny (1930).

Show me the way to the next whisky bar,
Oh, don’t ask why,
For if we don’t find the next whisky bar
I tell you we must die.

Oh, Moon of Alabama,
We now must say good-bye.
We’ve lost our good old mama
And must have whisky,
Oh, you know why.

Show me the way to the next pretty girl,
Oh, don’t ask why,
For if we don’t find the next pretty girl
I tell you we must die.

Oh, Moon of Alabama,
We now must say good-bye.
We’ve lost our good old mama
And must have a girl,
Oh, you know why.

Show me the way to the next little dollar,
Oh, don’t ask why,
For if we don’t find the next little dollar
I tell you we must die.

Oh, Moon of Alabama,
We now must say good-bye.
We’ve lost our good old mama
And must have dollars,
Oh, you know why.


KW

Kurt Weill

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Suite panamense

Kurt Weill (1900-1950): Suite panaméenne, tratta dalle musiche di scena per Marie Galante (1934) di Jacques Deval; arrangiamento di David Drew (1989). Ensemble Modern, dir. HK Gruber.

I. Introduction et Tango
II. Marche de l’armée panaméenne [a 3:18]
III. Youkali (tango-habanera) [a 5:30]
IV. Tempo di Foxtrot [a 8:19]

Greensleeves – VII

Con il suo ensemble, The Broadside Band, Jeremy Barlow ha lavorato a lungo e proficuamente sulle musiche utilizzate da Johann Christoph Pepusch nella Beggar’s Opera (1728) di John Gay: la quale è l’unica ballad opera di cui si parli ancora ai nostri giorni, grazie anche al rifacimento brechtiano del 1928, Die Dreigroschenoper, che adotta però musiche originali composte da Kurt Weill. Per la Beggar’s Opera invece, com’è noto, Pepusch adattò i testi di Gay a melodie che all’epoca avevano una certa notorietà, prendendole a prestito da broadside ballads, arie d’opera, inni religiosi e canti di tradizione popolare.
Oltre a produrre un’edizione completa del lavoro di Gay e Pepusch, Barlow e la sua band hanno inciso (per Harmonia Mundi, 1982) anche un’antologia degli airs più famosi (in tutto nove brani), di ciascuno dei quali proponendo non solo la versione della Beggar’s Opera ma anche la composizione originale e eventuali altre sue trasformazioni, varianti e parodie.
L’ultimo track dell’antologia, quello che qui sottopongo alla vostra attenzione, è dedicato a Greensleeves. Comprende, nell’ordine:
1. una improvvisazione sul passamezzo antico, eseguita al liuto da George Weigand;
2. [a 1:13] Greensleeves, la più antica versione nota della melodia con la più antica versione nota del testo (*), cantata da Paul Elliott accompagnato al liuto da Weigand;
3. [a 4:07] la versione strumentale di William Cobbold (1560-1639), con improvvisazioni eseguite da Weigand alla chitarra barocca e da Rosemary Thorndycraft al bass viol;
4. [a 5:27] la versione della Beggar’s Opera che già conosciamo, interpretata ancora da Elliott;
5. [a 6:03] un «medley» di jigs irlandesi eseguito da Barlow al flauto e da Alastair McLachlan al violino.

(*) Da A Handful of Pleasant Delights, 1584:

Alas, my love, you do me wrong,
To cast me off discourteously.
And I have loved you so long,
Delighting in your company.

Greensleeves was all my joy,
Greensleeves was my delight,
Greensleeves was my heart of gold,
And who but my Lady Greensleeves.

I have been ready at your hand,
To grant whatever you wouldst crave,
I have both waged life and land,
Your love and goodwill for to have.

Well I will pray to God on high
That thou my constancy mayst see,
And that yet once before I die,
Thou wilt vouchsafe to love me.

Greensleeves, now farewell, adieu,
God I pray to prosper thee,
For I am still thy lover true,
Come once again and love me.


My Lady Greensleeves

La canzone dell’inadeguatezza

Kurt Weill (1900-1950): cinque brani dalla Kleine Dreigroschenmusik für Blasorchester (1928). London Sinfonietta, dir. David Atherton.
La Kleine Dreigroschenmusik non è propriamente una suite tratta dalle musiche scritte per l’Opera da tre soldi, ma piuttosto una composizione del tutto autonoma, dove i temi della partitura originale sono trattati con libertà e arguzia: la celebre «Moritat von Mackie Messer», per esempio, è fusa con il «Lied der Unzulänglichkeit» in un insieme di mirabile finezza e eleganza.
Pensata per 12 strumenti a fiato, pianoforte, banjo, chitarra, bandoneon e percussione, la Kleine Dreigroschenmusik fu eseguita per la prima volta durante un ballo all’Opera di Berlino nel febbraio 1929, sotto la direzione di Otto Klemperer.

  1. Die Moritat von Mackie Messer
  2. Anstatt-dass-Song [a 2:12]
  3. Die Ballade vom angenehmen Leben [a 3:59]
  4. Tango-Ballade [a 6:53]
  5. Kanonen-Song [a 9:35]

Ed ecco una vera chicca: il «Lied der Unzulänglichkeit des menschlichen Strebens» cantato nientemeno che da Bertolt Brecht in carne e adenoidi.

Der Mensch lebt durch den Kopf,
sein Kopf reicht ihm nicht aus,
versuch´ es nur, von deinem Kopf
lebt höchstens eine Laus.
Denn für dieses Leben
ist der Mensch nicht schlau genug,
niemals merkt er eben
diesen Lug und Trug.

Ja, mach nur einen Plan,
sei nur ein großes Licht
und mach dann noch ´nen zweiten Plan,
gehen tun sie beide nicht.
Denn für dieses Leben
ist der Mensch nicht schlecht genug,
doch sein höh’res Streben
ist ein schöner Zug.

Ja, renn nur nach dem Glück!
Doch renne nicht zu sehr,
denn alle rennen nach dem Glück,
das Glück rennt hinterher!
Denn für dieses Leben
ist der Mensch nicht anspruchslos genug,
drum ist all sein Streben
nur ein Selbstbetrug.

Der Mensch ist gar nicht gut
drum hau ihn auf den Hut
hast du ihn auf den Hut gehaut
dann wird er vielleicht gut.
Denn für dieses Leben
ist der Mensch nicht gut genug
darum haut ihn eben
ruhig auf den Hut.