Concerto militare


Jacques Offenbach (20 giugno 1819-1880): Concerto in sol maggiore per violoncello e orchestra, detto Concerto militaire (1847-48). Jérôme Pernoo, violoncello; Les Musiciens du Louvre, dir. Marc Minkowski.

I. Allegro maestoso
II. Andante [a 14:40]
III. Allegretto [a 23:18]


Jacques Offenbach, 1850

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Dalla prima all’ultima

Jacques Offenbach (1819-5 ottobre 1880): Die Rheinnixen, ouverture (1864). Wiener Philharmoniker, dir. Georges Prêtre.
Oltre alle operette per cui è famoso, Offenbach scrisse due opere «serie». La prima, Les Fées du Rhin, composta su libretto di Charles-Louis-Étienne Nuitter, Offenbach vivente fu rappresentata solo a Vienna nel 1864 con il titolo di Die Rheinnixen e libretto tradotto in tedesco da Alfred von Wolzogen; ma fu un allestimento poco fortunato: l’opera andò in scena in forma ridotta a causa di un’indisposizione del tenore Alois Ander, che vi avrebbe dovuto sostenere uno dei ruoli principali. La prima rappresentazione integrale, con il libretto originale francese, è del 2002.
Offenbach riutilizzò due brani delle Fées nella sua seconda e ultima opera, Les contes d’Hoffmann, rappresentata postuma nel 1881. Il più famoso dei due, lo «Chant des Elfes» citato anche nell’ouverture, diventò la barcarola («Belle nuit, ô nuit d’amour») cantata da Nicklausse e Giulietta all’inizio del IV atto, ambientato a Venezia.

Dopo il «Galop infernal» di Orphée aux enfers (ascoltatelo qui), questa barcarola è senz’altro la più celebre composizione di Offenbach. Qui è eseguita da Elīna Garanča e Anna Netrebko accompagnate dall’Orchestra filarmonica di Praga diretta da Emmanuel Villaume.

Belle nuit, ô nuit d’amour,
Souris à nos ivresses,
Nuit plus douce que le jour,
Ô belle nuit d’amour!
Le temps fuit et sans retour
Emporte nos tendresses
Loin de cet heureux séjour.
Le temps fuit sans retour.
Zéphyrs embrasés.
Versez-nous vos caresses.
Zéphyrs embrasés,
Donnez-nous vos baisers.

Un grande quamquam

Sembra che la parola cancan (o can-can) abbia origini coltissime: sarebbe nata nell’ambito di un’accesa discussione fra accademici francesi sull’esatta pronuncia del vocabolo latino quamquam 🙂
Comunque sia, quello che oggi, in un contesto musicale, tutti chiamano cancan è in realtà un galop, ossia una danza veloce in tempo binario che originariamente faceva parte della quadriglia, costituendone la sezione conclusiva.
Così cantano in coro, entusiasti, gli dèi dell’Olimpo, al culmine di una festa organizzata da Plutone sulle rive dello Stige, nell’ultimo atto di Orphée aux enfers:

Ce bal
Est original,
D’un galop infernal
Donnons tous le signal.
Vive le galop infernal!
Donnons le signal
D’un galop infernal!
Amis, vive le bal!


Offenbach nacque il 20 giugno 1819 (ma credeva di essere venuto al mondo un anno dopo): era un genio, uno di quelli che sanno come rendere la vita, se non migliore, almeno più allegra – molto più allegra. Fra cinque anni, se saremo ancora qui, ne festeggeremo adeguatamente il bicentenario 😀


Mesdames de la Halle

Jacques Offenbach (1819-1880): Mesdames de la Halle, opérette-bouffe in 1 atto su libretto di Armand Lapointe. Ensemble Choral «Jean Laforge», Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo, dir. Manuel Rosenthal; fra i cantanti, segnalo Charles Burles nel ruolo di Raflafla e Mady Mesplé in quello di Ciboulette (*).
Rappresentata per la prima volta nella Salle Choiseul del Théâtre des Bouffes-Parisiens il 3 marzo 1858 (pochi mesi prima dello straordinario successo di Orphée aux enfers), questa spassosa operetta è una satira ben calibrata che prende di mira un genere operistico molto in voga nel teatro musicale della prima metà dell’Ottocento, non solo francese: mi riferisco a certi drammoni familiari «alla Meyerbeer», i cui protagonisti hanno alle spalle un passato doloroso e il cui momento culminante è costituito dal più o meno miracoloso ritrovamento di un figlio creduto scomparso per sempre.

Trama (**). La vicenda ha luogo nel 1837 (***) in Parigi, al Mercato degli Innocenti, presso la fontana omonima. Ferve l’attività di numerosi commercianti, dei quali risuonano incessantemente i richiami; si distinguono per singolare intensità le voci di Madame Poiretapée, pescivendola, e delle venditrici di frutta e verdura Madame Madou e Madame Beurrefondu (ruoli en travesti, affidati rispettivamente a un tenore e a due baritoni). Le tre donne, non più nel fiore degli anni, sono assai danarose: e dichiaratamente per motivi d’interesse il tamburmaggiore Raflafla le corteggia con assiduità; ma invano, giacché le tre signore gli confidano di aver rinunciato all’amore in gioventù, dopo essere state abbandonate dai rispettivi mariti. In realtà, le megere hanno messo gli occhi sul giovane sguattero Croûte-au-Pot, il quale a sua volta ama di un amore sincero la graziosa fruttivendola Ciboulette; quest’ultima ricambia i sentimenti di Croûte-au-Pot, ma è colta da un inspiegabile batticuore ogni volta che incontra Raflafla. Dopo un vivace battibecco, nel corso del quale le tre attempate venditrici vengono alle mani, s’inizia una grottesca serie di rivelazioni: prima Madame Beurrefondu, poi Madame Madou credono di riconoscere in Ciboulette la figlia perduta in giovanissima età e, sopraffatte dall’emozione, a turno perdono i sensi e cadono nella grande vasca della Fontana degli Innocenti. Sull’intricata vicenda fa luce infine una lettera che Ciboulette conserva da quando era bambina: la fanciulla è in realtà figlia di Raflafla (noto in gioventù come sergente Larissol) e di Madame Poiretapée (già Célimène Crapuzot): i due si rassegnano perciò – reprimendo, è vero, un certo ribrezzo – a riprendere le consuetudini coniugali, mentre Ciboulette e Croûte-au-Pot possono coronare il proprio sogno d’amore.


(*) Si tratta, per quanto ne so, dell’unica incisione discografica di Mesdames de la Halle.
(**) Il testo che segue è tratto dal Dizionario dei titoli e dei personaggi (Utet 1999), corretto e migliorato; l’estensore del riassunto e il titolare del presente blog sono in effetti la stessa persona.
(***) Secondo en.wikipedia l’operetta sarebbe ambientata ai tempi di Luigi XV (regnante dal 1715 al 1774).

Mercato e Fontana degli Innocenti nel 1822
Mercato e Fontana degli Innocenti nel 1822.

1ª rappresentazione Parigi, Théâtre des Bouffes-Parisiens, Salle Choiseul, 3 marzo 1858
personaggi e interpreti Mme Poiretapée (tenore): Léonce (Édouard-Théodore Nicole)
Mme Madou (baritono): Désiré (Amable Courtecuisse)
Mme Beurrefondu (baritono): Georges-Louis Mesmaecker
Raflafla (tenore): Edmond Duvernoy
Le Commissaire (baritono): Prosper Guyot
Marchand d’habits (tenore): Jean Paul
Ciboulette (soprano): Marguerite Chabert
Croûte-au-Pot (soprano): Lise Tautin
Marchande de plaisirs (soprano): Mlle Baudoin
Marchande de fruits (soprano): Marie Cico
Marchande de légumes (mezzosoprano): Mlle Kunzé
Marchande de pois verts (soprano): Mlle Byard
Frequentatori del mercato, poliziotti, soldati
1ª edizione G. Brandus & S. Dufour, Parigi 1858 (spartito)
edizioni online
(pubblico dominio)
spartito: scansione dell’edizione Brandus & Dufour di cui sopra ⇒ Biblioteca Musicale Petrucci

Offenbach: Mesdames de la Halle

Un quodlibet irriverente


Peter Schickele (1935): Eine kleine Nichtmusik (1977).

Provate a riconoscere tutte le composizioni citate, oltre ovviamente alla serenata quasi omonima (K525) di Mozart. Se non ci riuscite, qui sotto sono elencate in ordine di apparizione 😀

I movimento
– Anonimo: Turkey in the Straw [a 0:06]
– Liszt: Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 [a 0:29]
– Brahms: Sinfonia n. 3 [a 0:32]
– Mozart: duetto «Là ci darem del mano» dal Don Giovanni [a 0:39]
– Mozart: Concerto per pianoforte n. 23 [a 0:46]
– Mozart: «Voi che sapete» dalle Nozze di Figaro [a 0:53]
– Anonimo: Canto dei battellieri del Volga [a 0:58]
– Anonimo: D’ye ken John Peel? (canzone tradizionale inglese) [a 1:17]
– Mozart: Sinfonia n. 1 [a 1:25]
– Anonimo: El jarabe tapatio [a 1:33]
– Mozart: «Voi che sapete» dalle Nozze di Figaro [a 1:40]
– Rachmaninov: Concerto per pianoforte n. 2 [a 1:47]
– Sousa: The Thunderer [a 2:11]
– Beethoven: Sinfonia n. 7 [a 2:14]
– Mozart: Sinfonia n. 41 (Jupiter) [a 2:32]
– Dvořák: Sinfonia n. 9 (Dal Nuovo Mondo) [a 2:37]
– Brahms: Sinfonia n. 3 [a 2:40]
– Brahms: Sinfonia n. 4 [a 2:50]
– Händel: «For Unto Us a Child Is Born» dal Messiah [a 3:03]
– Beethoven: Sinfonia n. 5 [a 3:13]
– Emmett: I wish I was in Dixie [a 3:23]
– Šostakovič: Sinfonia n. 9 [a 3:35]
– Čajkovskij: «Marcia» dallo Schiaccianoci [a 3:44]

II movimento
– Foster: Jeannie with the light brown hair [a 4:01]
– Čajkovskij: Nur wer die Sehnsucht kennt [a 4:38]
– Anonimo: Mary had a little lamb (canzoncina infantile) [a 4:52]
– Čajkovskij: scena dal Lago dei cigni [a 5:07]
– Beethoven: Concerto per pianoforte n. 3 [a 5:20]
– Rimskij-Korsakov: Shahrazad [a 5:20]
– Mendelssohn: Frühlingslied, n. 6 dei Lieder ohne Worte op. 62 [a 5:33]
– Brahms: Sinfonia n. 4 [a 5:40]
– Anonimo: Auld Lang Syne [a 5:53]
– Verdi: «Vedi, le fosche notturne spoglie» dal Trovatore [a 6:16]
– Wagner: Tristan und Isolde [a 6:31]
– Anonimo: Alouette (canzoncina infantile) [a 6:48]
– Tema B-A-C-H (sib-la-do-si) [a 7:04]
– Rachmaninov: Concerto per pianoforte n. 2 [a 7:12]

III movimento
– Anonimo: Here We Go Loopty Loo (canzoncina infantile) [a 7:53]
– Beethoven: Sinfonia n. 5 [a 8:14]
– Von Tilzer: Take Me Out to the Ball Game (inno ufficioso del baseball negli Stati Uniti) [a 8:36]
– Musorgskij: scena dell’incoronazione da Boris Godunov [a 8:55]
– Anonimo: Oh, Dear, What Can the Matter Be? (canzoncina infantile) [a 9:12]
– Rimskij-Korsakov: Shahrazad [a 9:23]

IV movimento
– Foster: Oh, Susanna [a 9:56]
– Rossini: galop dalla sinfonia del Guillaume Tell [a 10:11]
– Schubert: Marcia militare [a 10:15]
– Franck: Sinfonia in re minore [a 10:19]
– Sullivan: «Miya sama» dal Mikado [a 10:19]
– Grieg: «Nell’antro del re della montagna» da Peer Gynt [a 10:23]
– Musorgskij: Boris Godunov [a 10:26]
– Anonimo: Ah!, vous dirai-je, maman (canzoncina infantile) [a 10:32]
– Franck: Sinfonia in re minore [a 10:36]
– Anonimo: Old Black Joe (canto tradizionale) [a 10:44]
– Mozart: Sinfonia n. 29 [a 10:50]
– Stravinskij: dal finale di Pétrouchka [a 10:55]
– Humperdinck: Hänsel und Gretel [a 11:03]
– Offenbach: «Galop enfernal» da Orphée aux enfers [a 11:07]
– Schumann: Sinfonia n. 1 (Frühlingssymphonie) [a 11:11]
– Anonimo: Travadja La Moukère [a 11:15]
– Musorgskij: «La Grande Porta di Kiev» dai Quadri da un’esposizione [a 11:19]
– Beethoven: Sinfonia n. 5 [a 11:20]
– R. Strauss: Till Eulenspiegels lustige Streiche [a 11:30]


Peter Schickele è il compositore e musicologo statunitense divenuto celebre per aver riscoperto la figura e il lascito musicale di P.D.Q. Bach, ventunesimo figlio del Kantor di Lipsia. Credo che ne sentirete parlare ancora.

Peter Schickele

Onomatopee

Onomatopee
(Qualcuno cantò sul grido del cuculo)

In musica, onomatopea è detto (non molto propriamente, per la verità) ogni artificio tendente a riprodurre con effetti vocali o strumentali rumori e suoni non musicali; le Quattro Stagioni, si sa, ne contengono un vasto campionario: Vivaldi però – e questo è forse meno noto – non fu il primo compositore a cimentarvisi.

Il più antico caso di onomatopea musicale che io conosca è costituito dall’imitazione del verso del cuculo in un brano polivocale inglese anonimo, databile intorno al 1240-50: Sumer is icumen in – detto anche «rota di Reading» perché si trova in un manoscritto proveniente da quell’abbazia (oggi è alla British Library) – è anche il più antico canone (rota) a sei voci oggi noto. Il modo lidio, assimilabile al moderno fa maggiore, e il tempus perfectum (ritmo ternario) fluente e ben cadenzato lo rendono assai gradevole anche alle orecchie più refrattarie alle polifonie arcaiche.

Fra Sumer is icumen in e il Catalogue d’oiseaux di Olivier Messiaen inter­corrono 700 anni, e se si volesse compilare un elenco delle musiche, composte in questo lasso di tempo, che contengono imitazioni di versi d’uccelli probabilmente si riempirebbero un bel po’ di pagine.

Clément Janequin dedicò una chanson all’allodola, un’altra all’usignolo, e all’intera fauna avicola quella che forse è la più famosa di tutte: Resveillez vous, cueurs endormis, meglio nota per l’appunto come le Chant des oyseaulx. I testi di questi brani contengono moltissime onomatopee di gusto quasi futurista:

      Ti ti pity, chou thi thouy
      Tu que dy tu, que dy tu
      Frian frian frian…
      tar tar tar… tu velecy velecy
      ticun ticun… tu tu… coqui coqui…
      qui lara qui lara ferely fy fy
      teo coqui coqui si ti si ti
      oy ty oy ty… trrr tu
      turri turri… qui lara

Giusto per completare il quadro, Janequin musicò anche il chiacchiericcio delle comari (le Caquet des femmes), suoni e rumori di una spedizione venatoria (la Chasse), l’animazione delle strade di una grande città (les Cris de Paris), e le concitate fasi d’una famosa battaglia (la Guerre ovvero la Bataille de Marignan).

Fra i pennuti che hanno prestato la propria voce alla musica, il cuculo è di quelli che vantano un gran numero di presenze: conclude le Chant des oyseaulx – apparentemente dando un senso di pace alla chiusa del brano, ma l’intento è in realtà malizioso: in questa chanson d’amore, ultimo viene il cocu («la femelle de cet oiseau ayant une reputation d’infide­lité», Dictionnaire Larousse) –, fa qualche apparizione più o meno fugace in famose sinfonie (nella Pastorale di Beethoven, nella Prima di Mahler, e anche nella Sinfonia dei giocattoli un tempo attribuita a Leopold Mozart, padre di Amadé, e a Jospeh Haydn, ma il cui autore è in realtà Edmund Angerer, monaco benedettino del convento di Fiecht, nel Tirolo); ma è coprotagonista in un concerto di Händel per organo e orchestra, detto appunto The Cuckoo and the Nightingale, nonché nel Carnaval des animaux. Saint‑Saëns pone il cucù «in fondo al bosco»: un severo corale, eseguito dai pianisti, è infatti punteggiato dagli interventi del perfido volatile, il cui verso è affidato a un clarinetto suonato en coulisse, cioè dietro le quinte.
Un «cucco» prende parte – insieme con un cane, un gatto e un chiù (chiurlo) – al Festino nella sera del Giovedì grasso avanti cena di Adriano Banchieri: i quattro animali «per spasso / fan contrappunto a mente sopra un basso».

Il mammifero più simpatico ai musicisti è indubbiamente il gatto. Infatti nel Carnaval des animaux non c’è: a riprova del fatto che Saint‑Saëns vi volle raffigurare soltanto animali che gli erano antipatici.
Fra le cose più belle dedicate al micio domestico, il pas de deux nel III atto della Bella addormentata di Čajkovskij, e la parte per clarinetto in Pierino e il lupo di Prokof’ev – ma, più che il consueto gnaulìo, la musica intende qui rappresentare un «passo» molto felpato.
V’è poi un divertente round (canone) a tre voci composto da un musicista inglese del Seicento, Richard Brown (o Browne), in cui alcuni gatti si esprimono in… prima persona:

We cats when assembl’d at midnight together
    for innocent puring in moonshiney weather,
if dogs be in kennel, all fast in their straw,
    we march and meaw without scratch or a claw;
but if they surprise us and put us to flight,
    we fret and we spit, give a squall, and goodnight.

Un buon terzetto di cantanti, capaci di dare un «colore» particolare a parole come puring, meaw, scratch, fret, spit, squall, sapranno creare l’equivalente musicale di una Merrie Melodie con l’impareggiabile gatto Silvestro.

Per quanto concerne gli insetti, oltre all’arcinoto calabrone della Favola dello zar Saltan di Rimskij‑Korsakov, c’è un Giove trasformato in mosca nel III atto di Orphée aux Enfers di Offenbach: grazie a questa metamorfosi, il re dell’Olimpo penetra (attraverso la serratura) nel boudoir di Plutone e può così avvicinare Euridice, che il signore dell’Ade tiene segregata. I due si uniscono dunque in un tenero duetto d’amore: l’una canta, l’altro ronza.

Tralasciando le numerosissime rappresentazioni musicali di temporali (gli organari francesi inventarono un registro apposito, che chiamarono pédale de l’orage) e di altre manifestazioni meteorologiche, di battaglie (oltre a quella di Janequin, Wellingtons Sieg di Beethoven, 1812 di Čajkovskij e tantissime altre), dello sfer­ra­glia­re di treni (Pacific 231 di Arthur Honegger) ecc. ecc. ecc., mi sembra interes­sante ricordare qualche caso in cui si chiede alla voce umana di imitare gli strumenti musicali.

In un mottetto in onore di S. Antonio abate composto dal fiammingo Antoine Busnois (xv secolo) solennemente rintocca una campana.

Se Janequin nelle sue chansons faceva risonare vari strumenti a fiato (con effetti a volte un po’ equivoci), Henry Purcell andava matto per il timbro della viola, come si può evincere dal testo di questo suo catch (altro tipo di canone):

Of all the instruments that are,
none with the viol can compare:
mark how the strings in order keep
with a whet, whet, whet, and a sweep, sweep, sweep;
but above all this still abounds
with a zingle, zingle, zing, and a zit zan zounds.

A mio parere, l’effetto onomatopeico più spassoso e, a suo modo, geniale in questo campo è ascrivibile ancora a Offenbach: nel concertato finale del II atto della Belle Hélène l’ine­guagliabile inventore di gag musicali fa tacere per qualche secondo l’orchestra e lascia ai cantanti il compito di proseguire le parti strumentali:

Elena:
Paride:
Agamennone:
Oreste e Bacchide:
gli altri:
tutti:
Ah! Qu’ai‑je fait de son honneur?
Ah! ah, ah, ah…
Bing, bing, bing, bing…
Ta, ta, ta, ta…
Zing, zing, zing, badaboum!
De son honneur?

Insomma, un’onomatopea che si morde la coda…

[1994]


miao