Le Voyage dans la Lune

Jacques Offenbach (1819 - 1880): Ouverture e balletto [7:00] dall’opéra-féerie in 4 atti et 23 quadri Le Voyage dans la Lune (1875), libretto di Albert Vanloo, Eugène Leterrier e Arnold Mortier, liberamente tratto dal romanzo De la Terre à la Lune (1865) di Jules Verne. Philharmonia Orchestra, dir. Antonio de Almeida.


Voyage dans la Lune, frontespizio

Biancaneve circassa

Jacques Offenbach (20 giugno 1819 - 1880): Le Papillon, balletto in 2 atti e 4 scene (1860). London Symphony Orchestra, dir. Richard Bonynge.

  1. Preludio – Atto I, scena 1a: inizio
  2. Atto I, scena 1a: fine [9:23]
  3. Atto I, scena 2a: inizio [16:53]
  4. Atto I, scena 2a: Valse des rayons [18:36]
  5. Atto I, scena 2a: fine [23:10]
  6. Atto II, scena 1a: inizio [30:30]
  7. Atto II, scena 1a: continuazione [32:26]
  8. Atto II, scena 1a: fine [39:42]
  9. Atto II, scena 2a: Pas de deux [41:52]
  10. Apoteosi [53:06]

Composto sopra un soggetto di Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges e Maria Taglioni, il balletto andò in scena per la prima volta all’Opéra di Parigi, Salle Le Peletier, il 26 novembre 1860, con la coreografia di M. Taglioni; fra gli interpreti, Emma Livry (Farfalla), Louis Mérante (Djalma), Louise Marquet (Hamza) e Berthier (Patimate).

Trama. ATTO I: l’azione si svolge in Circassia. La fata Hamza, ormai anziana, cerca invano di sedurre il principe Djalma, il cui bacio le restituirebbe magicamente bellezza e giovinezza. La giovane Farfalla, alla quale il principe dedica le proprie attenzioni, si burla della fata, suscitandone l’ira: Hamza infatti la trasforma nell’insetto da cui trae il nome. Catturata dalle dame di corte, Farfalla viene riconosciuta da Djalma, che le dà la libertà. Ma Hamza è vigile e riduce nuovamente Farfalla in prigionia; a questo punto Patimate, servo della fata, rivela che Farfalla è figlia dell’emiro e tempo prima era stata rapita da Hamza.
ATTO II: la rivelazione di Patimate costringe Hamza a restituire Farfalla al padre, il quale promette la fanciulla in sposa al principe. Nel momento in cui i due giovani stanno per baciarsi, la fata malvagia riesce a intrufolarsi fra loro: davvero il bacio le ridona giovinezza e bellezza. Ma il principe continua a respingerla, sicché Hamza, indispettita, induce in lui un magico sonno e ritrasforma Farfalla in insetto, mentre il palazzo dell’emiro diventa un giardino incantato. Nella casa di Hamza, Farfalla viene attratta dalla luce delle torce: volando troppo vicino alla fiamma si brucia le ali e precipita nel vuoto, ma viene salvata dal principe, che prendendola fra le braccia spezza il sortilegio: Farfalla, riprese sembianze umane, potrà sposare Djalma mentre Hamza, per punizione, viene trasformata in una statua.


Le Papillon
Offenbach 200 !

La Vie parisienne

La Vie parisienne, opéra bouffe in 5 atti di Jacques Offenbach su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, fu rappresentata per la 1ª volta al Théâtre du Palais-Royal di Parigi il 31 ottobre 1866. Sette anni dopo, il 25 settembre 1873, una nuova versione in 4 atti andò in scena al Théâtre des Variétés; generalmente si rifanno a questo secondo allestimento le riprese odierne, compresa l’incisione discografica che qui vi propongo, diretta da Michel Plasson, con interpreti quali Régine Crespin (Métella), Mady Mesplé (Gabrielle) e Michel Sénéchal (Gardefeu). Vi sono omesse le parti recitate, mentre quelle musicali sono divise in due clip, con due atti ciascuna. Nel riassunto del libretto ho indicato fra parentesi l’incipit del testo di ogni brano cantato, seguito dal relativo minutaggio (in neretto). Volendo, si può leggere il libretto completo qui.


Ouverture (0:00). ATTO I: Parigi, Gare de l’Ouest: i dipendenti delle ferrovie ci informano sulle stazioni collegate (coro: «Nous sommes employés de la ligne de l’Ouest», 4:48). Entrano in scena Bobinet e Raoul de Gardefeu, giovanotti di belle speranze; i due si ignorano ostentatamente: hanno litigato per via di Métella, una graziosa grisette di cui si contendono le grazie. Arriva il treno di Trouville (coro dei viaggiatori: «Le ciel est noir, il va pleuvoir», 6:00): ne scende Métella insieme con un terzo spasimante, Gontran, e finge di non conoscere né Gardefeu né Bobinet («Attendez d’abord», 6:57). I due giovanotti si riconciliano all’istante e si ripropongono, per il futuro, di frequentare solo signore di classe elevata («Elles sont tristes, les marquises», 8:49). Congedatosi Bobinet, Gardefeu incontra un suo ex servitore, Joseph, che ora fa la guida turistica e sta appunto aspettando una coppia di aristocratici svedesi, il barone Gondremarck e signora, ansiosi di conoscere la «vita parigina»: con l’idea di sedurre la baronessa, Gardefeu chiede e ottiene da Joseph di potersi sostituire a lui. Prende dunque in consegna i due svedesi, cui promette di svelare ogni segreto della «nuova Babilonia», nonché di soddisfare certi piccoli desideri che ciascun coniuge nutre all’insaputa dell’altro (trio: «Jamais, foi de cicérone», 10:18). Dai treni sciamano numerosi altri turisti (coro: «À Paris nous arrivons en masse», 15:16) fra cui un ricchissimo brasiliano («Je suis Brésilien, j’ai de l’or», 15:35): tutti si apprestano a invadere la città per «divertirsi come pazzi» (coro: «Paris! Paris! Paris!», 17:28).

Entr’acte (20:45).
ATTO II: A casa di Gardefeu, il calzolaio Frick e la guantaia Gabrielle attendono il ritorno del padrone («Entrez! entrez, jeune fille à l’œil bleu!» 21:19); Gabrielle fa l’elogio dei guanti, simbolo impareggiabile d’eleganza e memoria di amori perduti per sempre (Rondò o Aria del guanto: «Autrefois plus d’un amant», 24:04). Frick le propone di sposarlo. Giunge Gardefeu con i Gondremarck, cui fa credere che l’edificio sia una dépendance dell’hotel. Il barone mostra a Gardefeu una lettera di raccomandazione e lo prega di inoltrarla alla destinataria, una bella parigina di nome Métella («Dans cette ville toute pleine», 26:11). Poi Gondremarck chiede di avere il menu a prezzo fisso, aggiungendo di non voler cenare con la moglie: Gardefeu si rende conto che l’assenza di altri clienti potrebbe insospettirlo, perciò chiede a Gabrielle e Frick di presentarsi all’ora di cena, insieme con altri loro amici, fingendosi ospiti dell’hotel. Giunge Métella, che vorrebbe riconciliarsi con Gardefeu; questi le consegna la lettera di raccomandazione: è firmata da Jean-Stanislas barone di Frascata, suo amante di un tempo, il quale prega la giovane di dispensare a Gondremarck le stesse gioie che in passato aveva riservato a lui («Vous souvient-il, ma belle», 28:11). Gardefeu presenta Métella allo svedese: la donna, che ha capito il gioco dell’amico, dà appuntamento al barone «fra qualche giorno», e intanto medita di vendicarsi di Gardefeu. Questi, per aver mano libera con la baronessa, si rivolge a Bobinet, il quale lo rassicura: per la notte successiva organizzerà una festa nella villa di una sua zia, ora in vacanza, e vi porterà il barone. Arrivano i finti ospiti per il menu a prezzo fisso: entra per primo Frick, che ora è Èdouard, maggiore dell’esercito («Pour découper adroitement», 31:33); seguono gli altri (coro: «Nous entrons dans cette demeure», 33:33), fra cui Gabrielle che impersona Madame de Sainte-Amaranthe, una vedova di guerra («Je suis veuve d’un colonel», 34:46). Gardefeu annuncia che la cena è servita: cantando un’allegra tirolese tutti si dirigono verso la sala da pranzo («On est v’nu m’inviter», 38:37).


ATTO III: nell’austero palazzo di madame Quimper-Karadec, in assenza di quest’ultima, il nipote di lei Bobinet ha allestito una grande festa da ballo: vi prendono parte i suoi domestici (introduzione e coro: «Il faut nous dépêcher vite», 0:00), travestiti in modo da far credere al barone Gondremarck di avere a che fare con la crema della società parigina (sestetto: «Donc, je puis me fier à vous», 0:42). Giunge l’aristocratico svedese, convinto di essere stato invitato dai coniugi Waller, un «ammiraglio svizzero» (impersonato da Bobinet) e signora (Pauline, una cameriera); ma l’ammiraglio per il momento non può essere presente (ha qualche difficoltà a entrare nell’uniforme, forse è ingrassato), sicché Gondremarck si intrattiene con «madame l’ammiraglia» (duetto: «L’amour, c’est une échelle immense», 4:47). Alla festa partecipa anche Madame de Sainte-Amaranthe, cioè Gabrielle, che dedica un affettuoso blason alla donna parigina («On va courir, on va sortir», 7:11). Arriva infine anche l’ammiraglio, che è riuscito a infilarsi l’uniforme al prezzo di qualche piccolo inconveniente (sestetto: «Votre habit a craqué dans le dos», 9:16). Ci si siede a tavola (coro: «Soupons, soupons, c’est le moment», 11:21), lo champagne scorre a fiumi e tutti bevono senza ritegno («En endossant mon uniforme», 14:07).

ATTO IV: la scena si sposta in un ristorante parigino, dove il brasiliano offre un ballo in maschera. Prima che la festa abbia inizio, i camerieri si preparano a dare il proprio apporto (coro: «Bien bichonnés et bien rasés», 19:45); Alfred, il maître, fa loro le ultime raccomandazioni («Avant toute chose il faut être mystérieux et réservés», 20:36). Arriva il barone Gondremarck per il suo appuntamento con Métella; è inquieto, comincia a avere qualche sospetto. La giovane gli rivela di essere innamorata di un altro e gli chiede di farsene una ragione, di guardare la realtà: siamo in un ristorante di moda, si avvicina la mezzanotte, sta per cominciare la festa, ci si darà ai piaceri più sfrenati, ma è vera allegria quella che a un certo punto comincerà a affievolirsi e prima dell’alba sarà del tutto svanita? («C’est ici l’endroit redouté des mères», 22:40). Arrivano gli invitati in maschera (coro: «En avant, les jeunes femmes! En avant, les gais viveurs!», 26:06), fra i quali si notano il brasiliano e Gabrielle, mascherati da… brasiliani (duetto: «Hier, à midi, la gantière», 27:16). Gardefeu e Métella si riconciliano; Gondremarck s’infuria quando viene a sapere che l’uomo amato da Métella è Gardefeu; solo la baronessa riesce a chetarlo. Alla fine, tutti insieme brindano a Parigi («Par nos chansons et par nos cris célébrons Paris», 28:17).

Dalla prima all’ultima

Jacques Offenbach (20 giugno 1819 - 1880): Die Rheinnixen, ouverture (1864). Wiener Phil­harmoniker, dir. Georges Prêtre.
Oltre alle operette per cui è famoso, Offenbach scrisse due opere «serie». La prima, Les Fées du Rhin, composta su libretto di Charles-Louis-Étienne Nuitter, Offenbach vivente fu rappresentata solo a Vienna nel 1864 con il titolo di Die Rheinnixen e libretto tradotto in tedesco da Alfred von Wolzogen; ma fu un allestimento poco fortunato: l’opera andò in scena in forma ridotta a causa di un’indisposizione del tenore Alois Ander, che vi avrebbe dovuto sostenere uno dei ruoli principali. La prima rappresentazione integrale, con il libretto originale francese, è del 2002.
Offenbach riutilizzò due brani delle Fées nella sua seconda e ultima opera, Les contes d’Hoffmann, rappresentata postuma nel 1881. Il più famoso dei due, lo «Chant des Elfes» citato anche nell’ouverture, diventò la barcarola («Belle nuit, ô nuit d’amour») cantata da Nicklausse e Giulietta all’inizio del IV atto, ambientato a Venezia.

Dopo il «Galop infernal» di Orphée aux enfers (ne abbiamo parlato nei giorni scorsi, ma potete anche riascoltarlo qui), questa barcarola è senz’altro la più celebre composizione di Offenbach. Qui è eseguita da Elīna Garanča e Anna Netrebko accompagnate dall’Orchestra filarmonica di Praga diretta da Emmanuel Villaume.

Belle nuit, ô nuit d’amour,
Souris à nos ivresses,
Nuit plus douce que le jour,
Ô belle nuit d’amour!
Le temps fuit et sans retour
Emporte nos tendresses
Loin de cet heureux séjour.
Le temps fuit sans retour.
Zéphyrs embrasés.
Versez-nous vos caresses.
Zéphyrs embrasés,
Donnez-nous vos baisers.


Offenbach 200! – 1855, l’anno fortunato

Vita di Jacques Offenbach – 5a parte

Nel corso di quel fatale 1855, Offenbach fece alcune conoscenze importantissime, per non dir fondamentali. A… corto di librettisti, ebbe l’idea di coinvolgere nei propri progetti Ludovic Halévy, nipote del compositore Fromental e figlio del tragediografo Léon: Ludovic era un giovane funzionario del Ministero di Stato, ma si diceva che avesse un gran talento per il teatro. Jacques non fece fatica a coinvolgerlo: nacquero così una proficua collaborazione e una sincera e profonda amicizia.
Il 5 luglio i Bouffes-Parisiens aprirono i battenti con una serata variegata; andarono in scena:
– il prologo Entrez, Messieurs, Mesdames (titolo preferito all’originario Tzing tzing boum boum) su testo di Halévy, che però si firmò Jules Servières;
Arlequin barbier, pantomima sceneggiata da un certo Lange (pseudonimo di Offenbach);
Une Nuit blanche, 3 atti brevi di Edmond Plouvier;
– e Les Deux Aveugles, «bouffonnerie musicale» in 1 atto su libretto di Jules Moinaux.
Prima della rappresentazione, quest’ultima pièce inquietava moltissimo alcuni collaboratori di Offenbach e soprattutto i suoi finanziatori: raccontava di due mendicanti falsi ciechi, calcando la mano sui loro comportamenti buffi e spregevoli. Al pubblico non piacerà, ne sarà disorientato, dicevano i dubbiosi. Superfluo dire che ebbe un successo travolgente e fu replicata per un anno!

L’altra persona che entrò a quel tempo nella vita di Offenbach fu Hortense Schneider, una giovane proveniente da Bordeaux, grassottella ma molto, molto graziosa, e soprattutto dotata di una voce fuori dell’ordinario. A Jacques fu sufficiente ascoltarne un breve gorgheggio per decidere di scritturarla: esordì il 31 agosto nella «leggenda bretone» Le Violoneux. Il destino le riservava una sorte assai simile a quella del suo mentore: avrebbe avuto tutta Parigi ai suoi piedi – soprattutto i parigini, e non solo quelli.

Nei primi mesi di attività, nel teatro degli Champs-Élysées furono rappresentati dieci diversi lavori di Offenbach. Ogni sera il teatro annunciava il tutto esaurito; in una vignetta dell’epoca la sala è raffigurata come una scala dai gradini traboccanti di spettatori. Jacques ritenne che fosse giunto il momento di passare a un teatro più capiente, anche perché con l’arrivo della stagione fredda gran parte del pubblico avrebbe certamente trovato disagevole avventurarsi nel «bosco mal tenuto» per recarsi all’ex Théâtre Marigny. Il 23 ottobre Offenbach ottenne di poter gestire una nuova sala, ben più grande, sita nel passage Choiseul. L’inaugurazione avvenne il 29 dicembre con la «chi­noi­serie musicale» Ba-ta-clan, un’altra stramberia del genere di Oyayaye ; vale la pena di leggerne la trama.

L’azione si svolge nel Paese cinese di Ché-i-noor, dove incontriamo il governatore Fé-ni-han, la principessa Fé-an-nich-ton, il cortigiano Ké-ki-ka-ko e il capo delle guardie Ko-ko-ri-ko. Quest’ultimo ordisce un complotto ai danni del governatore: ha luogo una riunione segreta dei congiurati, che si esprimono in un cinese improbabile. Più tardi la principessa, in cerca di un momento di serenità, si appresta a leggere il romanzo La Laitière de Montfermeil di Paul de Kock, mentre Ké-ki-ka-ko sfoglia un numero del quotidiano «La Patrie»; vedendo le rispettive letture, i due scoprono la verità l’una a proposito dell’altro: in effetti sono entrambi parigini e si chiamano Virginie Durand e Alfred Cérisy. Provando un’acuta nostalgia per la patria lontana, tentano la fuga ma vengono catturati e condannati a morte. In tale frangente Fé-ni-han, anch’egli francese, scopre con sorpresa la vera origine dei due giovani e, perseguitato dai congiurati, decide di scappare insieme con Virginie e Alfred. I tre vengono catturati, ma rilasciati subito dopo per volere di Ko-ko-ri-ko che, pur essendo parigino come gli altri, preferisce rimanere nel Paese e assumerne la guida.

In questa cineseria musicale troviamo molti elementi che caratterizzeranno le future invenzioni offenbachiane: la presa in giro dei potenti, della politica, dei complotti, dei militari. Non c’è nulla di serio, tranne l’amore. Molti anni dopo qualcuno oserà dire che il teatro offenbachiano avrebbe avuto un influsso deleterio sulle sorti del Secondo Impero. A queste sciocchezze si può tranquillamente obiettare che, se Napoleone III fosse stato capace di guardare a sé stesso con gli occhi di Offenbach, forse avrebbe potuto trarne insegnamento e sarebbe riuscito a scampare a una fine miseranda.

(continua)


Ba-ta-clan
Offenbach 200 !

Gli dèi e gli eroi, parte 2ª: gli eroi

Jacques Offenbach (20 giugno 1819 - 1880): La belle Hélène, ouverture. Portland Youth Philharmonic Alumni Orchestra, dir. David Hattner.
Il libretto della Belle Hélène, opéra bouffe in 3 atti, è un capolavoro di Henri Meilhac e Ludovic Halévy; l’operetta andò in scena al Théâtre des Variétés il 17 dicembre 1864.

Trama. ATTO I: le donne di Sparta si apprestano a celebrare le adònie, cerimonie funebri in onore di Adone; amore è morto, piange la bellissima sposa del re Menelao, Elena: infatti al mondo non c’è più passione. Ma è giunta notizia del «concorso di bellezza» del monte Ida, e Elena chiede informazioni in proposito al «grand’àugure di Giove» Calcante: a quanto sembra, Paride ha assegnato il pomo della vittoria a Venere, che in cambio gli ha promesso l’amore della donna più bella del mondo, e non v’è dubbio che questa sia proprio la regina di Sparta. In effetti Paride è già in città, travestito da pastore; egli incontra Elena presso il tempio di Giove, ed è un coup de foudre. I re della Grecia indicono un concorso di sciarade: sempre fingendosi un umile pastore, Paride vi partecipa e lo vince, e solo quando sta per essere incoronato da Elena rivela la propria identità, suscitando la sorpresa generale («l’homme à la pomme!»). Per favorire l’incontro del principe, raggiante di gioia, con la titubante regina, Calcante annuncia la volontà di Giove: Menelao dovrà recarsi a Creta e rimanervi per un mese.
ATTO II: il mese è trascorso, ma Elena resiste ancora a Paride; la regina confessa però a Calcante di essere disposta ad approfondire la conoscenza dell’amato almeno «in sogno», e coricandosi chiede al subdolo augure di procurarle appunto quel sogno così tanto desiderato. A togliere Calcante dall’imbarazzo provvede lo stesso Paride, che poco dopo, non appena la donna s’è addormentata, s’intrufola nell’appartamento; Calcante si allontana. Non è che un sogno, sussurra il principe all’estasiata regina: un bellissimo sogno d’amore, ripete Elena lasciandosi infine cadere fra le braccia di Paride, proprio nel momento in cui rientra Menelao… Furibondo, quest’ultimo chiama a gran voce gli altri re della Grecia e li accusa di non aver vegliato sulla virtù della regina; invitato in malo modo ad andarsene, Paride si allontana lanciando una sfida: a che pro scaldarsi tanto, se gli stessi dèi sono dalla sua parte?
ATTO III: nel centro balneare di Nauplia, ove l’intera corte si trova in villeggiatura, non è facile per Elena spiegare al gelosissimo marito che tutto ciò di cui egli la rimprovera è avvenuto in un sogno. Gli altri re fanno notare a Menelao che non è prudente, da parte sua, opporsi al volere di una dea: ma egli ribatte che non cederà mai la propria moglie, e annuncia che per risolvere la questione ha scritto a Citera chiedendo aiuto al grand’augure di Venere. Questi giunge infatti a bordo di una galera, canta una tirolese e sùbito dopo annuncia il volere della dea: Elena si recherà con lui a Citera, ove sacrificherà cento giovenche bianche; Menelao, più che soddisfatto, impone alla riluttante regina di partire. Avviene dunque l’imbarco per Citera; ma l’augure non è altri che Paride: mentre la nave si allontana, egli si toglie il travestimento e insolentisce Menelao. La guerra di Troia si farà.


Paride
Paride sul frontespizio


Finale dell’operetta: la tyrolienne di Paride e l’imbarco per Citera (visibile solo su Youtube).

Le culte de Vénus est un culte joyeux :
Je suis gai, soyez gais, il le faut, je le veux!


Jahyer e Darjou
Oreste, Paride, Elena e Calcante visti da Octave-Édouard-Jean Jahyer e Henri-Alfred Darjou (1864)