Canarios: Muffat & Purcell

Georg Muffat (1º giugno 1653 - 1704): Impatientia, suite in si bemolle maggiore per orchestra (da Florilegium secundum, 1698, Fasciculus I, n. 4). Cantilena, dir. Adrian Shepherd.

  1. Symphonie
  2. Balet [2:51]
  3. Canaries [5:14]
  4. Gigue [5:50]
  5. Sarabande [6:39]
  6. Bourrée [9:00]
  7. Chaconne [10:00]

Henry Purcell (1659 - 1695): «Canaries», dal V e ultimo atto della semi-opera tragicomica The Prophetess, or The History of Dioclesian (1695). Tafelmusik, dir. Jeanne Lamon.


Remember me

Henry Purcell (1659 - 1695): «Thy hand, Belinda», recitativo, e «When I am laid in earth», aria di Didone, dal III atto dell’opera Dido and Aeneas (1688). Jessye Norman (1945 - 30 settembre 2019), soprano; English Chamber Orchestra, dir. Raymond Leppard.

Thy hand, Belinda, darkness shades me,
On thy bosom let me rest,
More I would, but Death invades me;
Death is now a welcome guest.

When I am laid in earth,
May my wrongs create
No trouble in thy breast;
Remember me, but ah! forget my fate.


Jessye

L’imperatore della Luna non balla il valzer

Anonimo (Richard Motley, sec. XVII-XVIII): The Emperor of the Moon, country dance. Paul O’Dette, cittern; The King’s Noyse, dir. David Douglass.
Danza e melodia prendono il titolo dall’omonima farsa di Aphra Behn (1640 – 1689), rappresentata al Duke’s Theatre di Londra nel 1687. L’autore della musica è stato recentemente identificato in tal Richard Motley, musicista e maestro di danza attivo fra il 1688 circa e il 1710. Pubblicata per la prima volta in appendice al II volume dell’antologia Vinculum societatis, or The tie of good company being a choice collection of the newest songs now in use (1688), la composizione fu poi rielaborata da Henry Purcell per essere inserita nell’8a edizione (1690) della raccolta The English Dancing Master, curata da Henry Playford.


La Canarie

Michael Praetorius (ovvero Schultheiß; 15 febbraio 1571 - 15 febbraio 1621): La Canarie (da Terpsichore, Musarum Aoniarum, 1612, n. 31). Eduardo Antonello esegue tutte le parti.

Canaria o canario (anche canarie, canary) è una danza rinascimentale ispirata da una forma tradizionale propria delle isole Canarie, probabilmente quella nota come tajaraste. Era molto diffusa in Europa fra Cinque e Seicento, tanto che venne menzionata anche da Shakespeare (in Pene d’amor perdute, in Tutto è bene quel che finisce bene e nelle Allegre comari di Windsor). Di andamento rapido, in ritmo ternario o doppio ternario, soddisfaceva la tendenza esotizzante della società del tempo con la bizzarria dei suoi movimenti, che alternavano saltelli e passi martellati (tacco e punta).
Viene menzionata per la prima volta nel Libro de Música de vihuela (1552) di Diego Pisador, che però non la descrive come una danza bensì come un canto funebre (endecha de canario). I più antichi esempi musicali si trovano nei trattati di danza della fine del Cinquecento. Nel Ballarino (1588) Fabrizio Caroso la pone a conclusione della coppia gagliarda-saltarello (o rotta); ne dà inoltre una descrizione completa, come danza autonoma, articolata in sei mutanze (serie di figure). Tanto Thoinot Arbeau nell’Orchésographie (1588) quanto padre Marin Mersenne nell’Harmonie universelle (1636) ne sottolineano il carattere selvaggio. Compare anche nelle Nuove inventioni di balli (1604) di Cesare Negri.
Caduta in disuso, come danza, nella seconda metà del Seicento, entrò tuttavia a far parte della suite strumentale e fu accolta anche nell’opera: se ne possono trovare esempi in composizioni di Jacques Champion de Chambonnières e di François Couperin, nelle Pièces de clavessin op. II (1669) di Johann Caspar Ferdinand Fischer, nel Suavioris harmoniae instrumentalis hyporchematicae Florilegium (1a parte, 1695) di Georg Muffat e ancora in lavori di Jean-Baptiste Lully, Johann Kusser, Georg Philipp Telemann e Jan Dismas Zelenka, e inoltre nella semi-opera tragicomica in cinque atti di Henry Purcell The Prophetess, or The History of Dioclesian (1695).
Occasionalmente, il ritmo e l’andamento propri di questa danza si trovano in composizioni più recenti, come per esempio la suite Ballet de cour (1901-04) di Gabriel Pierné.
(Testo tratto dal Dizionario di musica della Utet [DEUMM], riveduto e ampliato.)



Eduardo Antonello

In voce et organo

Henry Purcell (1659-21 novembre 1695): Laudate Ceciliam, «a Latine Song made upon St Cecilia, whose day is commerated [sic] yearly by all Musitians, made in the year 1683», per 3 voci, 2 violini e continuo, Z 329. Pro Cantione Antiqua e Collegium Aureum, dir. Mark Brown.

Laudate Ceciliam, in voce et organo.

Modulemini psalmum novum
In insigni die solemnitatis eius.
Quia preceptum est in ecclesia sanctorum,
Tu lex in tabernaculis iustorum.
Laudate Ceciliam, in voce et organo.

Dicite Virgini, canite martyri,
Quam excelsum est nomen tuum,
O beata Cecilia,
Tu gloria domus Dei, tu laetitia,
Quae sponsam Christo paras, respice nos.
Adeste caelites plaudite,
Psallite nobiscum Virgini, pangite melos.
Nobiscum martyri alternate laudes,
Citheris vestras iugite voces,
Citheras nostris sociate cantibus.
Laudate Ceciliam, in voce et organo.


Raffaello: Estasi di santa Cecilia

Hem!


Henry Purcell (1659 – 1695): Young Collin, cleaving of a beam, catch a 3 voci Z 291. The City Waites.

Young Collin, cleaving of a beam,
At ev’ry thumping blow cry’d «Hem!»
And told his wife, who the cause would know,
That hem made the wedge much further go.
Plump Joan, when at night to bed they came,
And both were playing at that same,
Cry’d: «Hem, prithee Collin do,
If ever thou lov’st me, dear, hem now.»
He laughing answer’d: «No, no, no,
Some work will split with half a blow;
Besides now I bore:
I hem when I cleave, but now I bore.»

Libera traduzione: c’è un giovane, Collin, impegnato a spaccare un grosso ceppo di legno; a ogni colpo che dà con la mazza esclama hem! A Joan, la mogliettina cicciottella (plump) che gli chiede perché quell’hem!, risponde che hem! serve a far andare il cuneo molto più a fondo.
La notte successiva, nel letto, mentre fanno un gioco assai simile, Joan grida: «Oh, Collin, tipregotipregotiprego, se mi ami fa’ hem! adesso.»
Collin ridendo risponde: «Nononò, per certi lavori basta un colpetto: faccio hem! quando devo darci dentro davvero, ma adesso è routine.»
C’è un gioco di parole intraducibile con cleave e bore : entrambi i verbi significano, fra l’altro, “penetrare”, ma cleave vale anche “spaccare”, mentre bore sta per “annoiarsi”.


Purcell