Ispanomania – II

Fryderyk Chopin (1810 - 1849): Boléro in do maggiore-la minore (Allegro molto – Più lento – Allegro vivace) per pianoforte op. 19 (1833). Artur Rubinstein.
Sembra un bolero, in realtà è una polacca. La moda del bolero era stata introdotta a Parigi, negli anni 1830, dal famoso tenore spagnolo Manuel García, padre di Pauline Viardot che, come abbiamo già visto, fu buona amica di Chopin. È possibile che l’idea di comporre questo brano sia nata proprio in seno a tale amicizia, tuttavia è evidente come al nostro musicista non riuscisse affatto semplice distogliere la mente dall’amata patria lontana.


Chopin, op. 19

Un clavicembalo poco fa – VIII

John Cage (1912 - 1992) e Lejaren A. Hiller jr (1924 - 1994): HPSCHD per un numero variabile da 1 a 7 di clavicembali rinforzati elettronicamente, suoni elettronici generati da computer e registrati su un numero variabile da 1 a 51 di nastri magnetici, e un numero variabile da 2 a 58 di altoparlanti (1967-69).
Il titolo è un’abbreviazione di harpsichord (termine inglese per clavicembalo) e si pronuncia leggendo le singole lettere all’inglese. La composizione utilizza parte di un precedente lavoro di Cage (Winter Music per 1-20 pianoforti, 1957) nonché brani di Ludwig van Beethoven, Ferruccio Busoni, Fryderyk Chopin, Louis Moreau Gottschalk, Wolfgang Amadeus Mozart e Robert Schumann. Alla 1a esecuzione (16 maggio 1969) le 7 parti per clavicembalo furono eseguite da William Brooks, Neely Bruce, Philip Corner, Ronald Peters, Yūji Takahashi, David Tudor e Antoinette Vischer.


Arpe eolie – I

Fryderyk Chopin (1810 - 1849): Studio in la bemolle maggiore (Allegro sostenuto) per pianoforte op. 25 n. 1 (1836). Vladimir Horowitz.
Chopin mal sopportava i tentativi di interpretare le sue opere in chiave descrittiva e detestava l’uso – comune ai suoi tempi – di assegnar loro titoli più o meno fantasiosi ma non propriamente musicali: le composizioni del maestro polacco hanno perciò titoli che semplicemente identificano i generi musicali cui appartengono: concerto, sonata, notturno, polacca, valzer, studio, eccetera. Lo Studio op. 25 n. 1 è noto come Arpa eolia: così lo battezzò Schumann in una famosa recensione, ispirato dagli arpeggi che avvolgono ininterrottamente la melodia in un leggerissimo, vaporoso alone sonoro, vagamente simile a quello prodotto dallo strumento che prende nome da Eolo, il dio dei venti della mitologia greca.


op. 25 n. 1

Gottschalk, il re dei pianisti – I

Oggi ricordiamo Louis Moreau Gottschalk nel 150° anniversario della prematura scomparsa (18 dicembre 1869).
Era nato nel 1829 a New Orleans, figlio di un londinese di ascendenza tedesca e di una creola originaria di Haiti. Talento precoce, nel 1842 fu condotto dal padre in Europa affinché si perfezionasse. Nel 1845 esordì quale concertista a Parigi, eseguendo il Primo Concerto di Chopin: il maestro polacco, entusiasta, gli disse che sarebbe diventato «il re dei pianisti».
Sempre nel 1845 Gottschalk portò a termine una delle sue prime importanti composizioni per pianoforte, Bamboula op. 2, che potete ascoltare nell’interpretazione di Alan Feinberg:

Pubblicato nel 1849 con il sottotitolo Danse des nègres, questo brano prende spunto da due melodie creole, Musieu Bainjo e Quan’ patate la cuite, che il giovane Gottschalk aveva ascoltato nella città natia. Il termine bamboula designa una tipica danza mulatta e il tamburo che usualmente l’accompagna.

L’interesse per la musica tradizionale degli afroamericani è dunque un elemento fondamentale nella poetica di Gottschalk. Il quale, peraltro, seguendo la moda e i gusti dell’epoca compose anche numerosi brani di carattere salottiero e ballabili come questo turbinoso Tournament Galop (1854), qui eseguito da Ivan Davis:


La produzione di Gottschalk comprende anche diverse composizioni romantico-sentimentali: The Dying Poet, «méditation» op. 110 (1863-64) ne è un esempio significativo (l’interprete è Eugene List):


Ma non v’è dubbio che la parte più interessante del catalogo delle opere di Gottschalk è quella costituita dalle composizioni ispirate dalle melodie e dai ritmi travolgenti della musica tradizionale nera e latinoamericana. Souvenir de Porto Rico, «marche des gibaros» op. 31 (1857) – una serie di variazioni sopra un tema quasi elementare, all’inizio così sommesso e cupo da non lasciar presagire nulla del virtuosismo estremo che caratterizza la sezione centrale – va considerato fra gli esiti più interessanti. Questa è l’interpretazione di Ivan Davis:

Da rilevare le sincopi nell’accompagnamento: nel ragtime, che si affermerà circa trent’anni dopo la morte di Gottschalk, solo la melodia è sincopata, mentre l’accompagnamento (mano sinistra) è sempre regolare.

[continua]


Due mazurche in fa diesis minore

Fryderyk Chopin (1810 - 1849): Mazurca in fa diesis minore op. 59 n. 3 (1844). Arthur Rubinstein, pianoforte.

Il tema iniziale ha carattere schiettamente popolare; anche il secondo episodio, in modo maggiore, è una danza piena di brio. Nella ripresa della sezione iniziale, il primo tema viene esposto attraverso un sottile gioco contrappuntistico; la composizione si conclude, inaspettatamente, in modo maggiore. Di questo brano si conosce anche un’altra versione, lievemente diversa.

Chopin, op. 59 n. 3


Aleksander Michałowski (17 maggio 1851 - 1938): Mazurca n. 1 in fa diesis minore op. 5 (c1870-80). Robert Marat, pianoforte.

Michałowski, op. 5

Answering without answering

Lucy avrebbe potuto commentare «Ѐ come parlare a un sordo» ovvero «Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire», facendo esplicito riferimento al musicista più amato da Schroeder. Ma in effetti in questa striscia (del 29 novembre 1971) il piccolo virtuoso non esegue una composizione di Beethoven, bensì una delle più celebri creazioni di Chopin, la Ballata n. 1 in sol minore op. 23 (scritta forse nel 1835), che qui potete ascoltare nell’interpretazione di Krystian Zimerman: