Mille volte al dì moro, e mille nasco

Claudio Monteverdi (1567-1643): Hor che ’l ciel e la terra e ’l vento tace, madrigale a 6 voci e 2 violini (da Madrigali guerrieri et amorosi, Libro ottavo, 1638); testo di Francesco Petrarca (Sonetto n. 164). Concerto Italiano, dir. Rinaldo Alessandrini.

I. Hor che ’l ciel et la terra e ’l vento tace
et le fere e gli augelli il sonno affrena,
Notte il carro stellato in giro mena
et nel suo letto il mar senz’onda giace,

vegghio, penso, ardo, piango; et chi mi sface
sempre m’è inanzi per mia dolce pena:
guerra è ’l mio stato, d’ira et di duol piena,
et sol di lei pensando ò qualche pace.

II. Cosí sol d’una chiara fonte viva
move ’l dolce et l’amaro ond’io mi pasco;
una man sola mi risana et punge;

e perché ’l mio martir non giunga a riva,
mille volte il dí moro et mille nasco,
tanto da la salute mia son lunge.


MonteverdiMonteverdi 450

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Gli atti d’alegrezza spenti

Nicolò Borboni (c1591-1641): Solo et pensoso (da Musicali concenti a una e due voci… libro primo, 1618), testo di Francesco Petrarca (Canzoniere XXXV). Ensemble Anamorphoses; Bruno Teixeira Martins, organo.

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.


Petrarca & Laura

Del ciel regina

Guillaume Dufay (c1397-27 novembre 1474): Vergine bella, canzone spirituale su testo di Fran­cesco Petrarca (1ª strofe). Duo Mignarda: Donna Stewart, voce; Ron Andrico, liuto.

Vergine bella, che di sol vestita,
coronata di stelle, al sommo Sole
piacesti sí, che ’n te Sua luce ascose,
amor mi spinge a dir di te parole:
ma non so ’ncominciar senza tu’ aita,
et di Colui ch’amando in te si pose.
Invoco lei che ben sempre rispose,
chi la chiamò con fede:
Vergine, s’a mercede
miseria extrema de l’humane cose
già mai ti volse, al mio prego t’inchina,
soccorri a la mia guerra,
bench’i’ sia terra, et tu del ciel regina.


La più bella del mondo II

Whymper, Cervino

Il Cervino visto dai pressi del colle del Teodulo.
Disegno di Edward Whymper (da Scrambles amongst the Alps, 1871, p. 117)

Di ghiaccio e di pietra

Pennine!
Le montagne più prodigiose della Terra.
Il Cervino, lo sappiamo, non ha eguali, ma le Alpi Pennine offrono allo sguardo ammirato degli appassionati numerosi altri scorci meravigliosi. Sono un susseguirsi di visioni fantastiche, stupefacenti, senza pari per bellezza e varietà: scintillanti pareti di giaccio, eleganti creste affilate, ripidi canaloni innevati, ardite piramidi rocciose, vette tondeggianti come meringhe o aguzze come punte di lancia. Le maestose pareti settentrionali del Grand Combin e della Dent d’Hérens, il Mont Collon visto da Arolla, la frastagliata cresta dei Bouquetins, le piramidi della Dent Blanche e del Weisshorn, il gruppo del Mischabel, il massiccio del Monte Rosa sono solo alcuni dei luoghi noti a coloro che frequentano l’alta montagna.
E dell’alta montagna le Alpi Pennine sono il regno. Nel continente europeo, ottantotto vette superano i 4000 metri: quasi la metà (quarantadue) si trovano qui, nella parte della catena alpina compresa fra il Petit col du Ferret e il passo del Sempione. È vero, il Monte Bianco si spinge ancora più su: ma il Bianco è accessibile con relativa facilità da tutti i versanti. Le vette più notevoli delle Alpi Pennine, invece, si nascondono in fondo a valli strette e profonde, e richiedono lunghe marce di avvicinamento. Se si escludono il colle e il tunnel del Gran San Bernardo, in questa porzione delle Alpi non esistono valichi stradali: tutti i punti di passaggio da un versante all’altro sono pane per i denti di escursionisti e scalatori, compreso il colle del Teodulo, alto 3290 metri, frequentato da tempo immemorabile.
Le Alpi Pennine sono dunque un autentico paradiso per gli alpinisti.
Ovvero per i «conquistatori dell’inutile».

Snoopy-MallorySulle motivazioni dell’alpinismo si è discusso a lungo. Tutte le spiegazioni che abbiano un minimo di sensatezza sono ovviamente accettabili, anche quelle psicanalitiche.
Comunque sia, è chiaro che non si sale in cima a una montagna solo e esclusivamente per ammirare un panorama.
In effetti, quando ci si trova lassù, i sensi travolti dallo spettacolo della natura, è facile dimenticare gli affanni quotidiani. Tutto sembra lontano, anzi lontanissimo; forse non esiste neppure, è solo uno scherzo della memoria.
Può darsi che proprio questa sensazione di distanza incolmabile fra noi e il resto del mondo sia la vera ragione per cui abbiamo cominciato a scalare le montagne. Certo, in origine si trattava soprattutto di condurre esperimenti scientifici: consultare barometri, misurare la temperatura dell’acqua in ebollizione e cose del genere. Ma a un certo punto qualcuno deve aver distolto lo sguardo dagli strumenti per dare un’occhiata intorno, e in quel preciso istante deve aver compreso che il progresso della scienza può non essere l’unica ragione per cui vale la pena di arrampicarsi.
Insomma, detto senza peli sulla lingua: l’alpinismo è a tutti gli effetti una droga formidabile: molto meno dannosa della cocaina (anzi!), può tuttavia essere letale.


Cervino, Dent d'Hérens

Cervino e Dent d’Hérens, da nord-est
(foto aerea)

Alpi e alpinisti

Fra le poche imprese alpinistiche che precedono la prima scalata del Monte Bianco (1786) si ricordano la salita al Mont Ventoux (1909 metri), in Provenza, da parte di Francesco e Gherardo Petrarca il 26 aprile 1336, e quella al Mont Aiguille, compiuta il 26 giugno 1492 dall’ingegnere militare francese Antoine de Ville per ordine di Carlo VIII. Più recentemente (31 agosto 1779), nelle Alpi Pennine, il canonico dell’Ospizio del Gran San Bernardo, Laurent-Joseph Maurit, salì sul Mont Vélan, alto 3731 metri: è la bella montagna dall’ampia sommità che fa da sfondo all’ospizio quando lo si guarda giungendovi dal versante italiano.
La nascita ufficiale dell’alpinismo, come detto, è però tradizionalmente fissata all’8 agosto 1786, quando Jacques Balmat, cercatore di cristalli e cacciatore di camosci, e Michel-Gabriel Paccard, medico di Chamonix, salirono sulla cima del Monte Bianco passando dal versante francese. Ma il vero padre dell’alpinismo è il ginevrino Horace-Bénédict de Saussure, geologo e naturalista, antenato del celebre linguista Ferdinand. Volendo calcolare con esattezza l’altezza del Bianco, Saussure aveva offerto una ricompensa ai primi che fossero giunti in vetta: questa fu la molla che spinse Balmat e Paccard a tentare l’impresa. L’anno seguente l’ascensione fu ripetuta dallo stesso Saussure, che in seguito organizzò e prese parte a diverse spedizioni, ancora sul massiccio del Bianco e nelle Alpi Pennine.
All’inizio del secolo XIX le scalate sulle Alpi cominciarono a farsi sempre più frequenti. Scorrendo la cronologia delle prime ascensioni portate a termine in quegli anni si potrà osservare che le vette più alte furono scalate per prime: in particolare, nel gruppo del Monte Rosa, il Breithorn fu salito nel 1813, la Piramide Vincent nel 1819, la Punta Zumstein nel 1820, la Punta Gnifetti (Signalkuppe) nel 1842, la Dufour nel 1855 e il Lyskamm nel 1861. Altre date e ascensioni significative sono:
1800: Großglockner
1804: Ortles
1811: Jungfrau
1828: Pelvoux
1829: Bernina
1857: Grand Combin
1858: Dom del Mischabel
1861: Monviso e Weisshorn
1862: Dent Blanche
1863: Grandes Jorasses e Dent d’Hérens
1864: Marmolada.

Nel 1865, anno in cui si svolge la storia che mi accingo a narrare, tutte le principali vette delle Alpi sono state conquistate, tranne una: il Cervino. A lungo lo si era ritenuto inviolabile, ma negli ultimi anni qualcuno ci aveva provato…

Zefiro torna e ritorna

Claudio Monteverdi (1567-1643): Zefiro torna e ’l bel tempo rimena, madrigale a 5 voci (pubblicato nel Sesto Libro de’ Madrigali a cinque voci, 1614); testo di Francesco Petrarca. Concerto Italiano, dir. Rinaldo Alessandrini.


Monteverdi: Zefiro torna e di soavi accenti, madrigale per 2 tenori e basso continuo (pubblicato negli Scherzi musicali cioè arie, 1632); testo di Ottavio Rinuccini. Jean-Paul Fouchécourt e Mark Padmore, tenori; Les Arts Florissants, dir. William Christie.


Monteverdi