Il suon d’argento

Anonimo (probabilmente Richard Edwardes, 1525-1566): Where gripyng grief. Emma Kirkby, soprano; Anthony Rooley, liuto.

Where gripyng grief the hart would wound
  And dolfull domps the mind oppresse
There Musick with her silver sound
  Is wont with spede to give redresse,
Of troubled minde for every sore,
  Swete Musick hath a salve therfore.

In ioye it maks our mirth abound,
  In grief it chers our heavy sprights,
The carefull head release hath found,
  By Musicks pleasant swete delights
Our sences, what should I saie more,
  Are subiect unto Musicks lore.

The Godds by Musick hath their praie,
  The soule therein doeth ioye,
For as the Romaine Poets saie,
  In seas whom Pirats would destroye,
A Dolphin saved from death most sharpe
  Arion plaiyng on his harpe.

A heavenly gift, that turnes the minde,
  Like as the sterne doth rule the ship,
Musick whom the Gods assigned
  To comfort man, whom cares would nip,
Sith thou both man and beast doest move,
  What wiseman then will thee reprove.


Richard EdwardesForse figlio illegittimo di Enrico VIII, Richard Edwardes fu poeta, autore drammatico, gen­tiluo­mo della Chapel Royal e maestro del coro di voci bianche della medesima istituzione sotto le regine Maria e Elisabetta I. Nei suoi ultimi anni compilò un’ampia silloge di testi poetici di autori diversi, cui aggiunse, firmandoli, alcuni componimenti propri, e fra questi appunto Where gripyng grief, con il titolo In commendation of Musick. La raccolta, intitolata The Paradise of Dainty Devices, fu pubblicata postuma nel 1576, a cura di Henry Disle; fra i molti volumi mi­scel­la­nei dell’epoca fu il più fortunato, tant’è vero che fu ristampato nove volte nei successivi trent’anni.

Del testo si trovano, anche nel web, numerose varianti, quasi tutte di poco conto, a cominciare da «When… Then…» invece di «Where… There…» nella prima strofa; ma è chiaramente un errore l’«Anon» che non di rado sostituisce «Arion» all’inizio dell’ultimo verso della terza strofa: Edwardes fa infatti riferimento a Arione di Métimna, l’antico citaredo che secondo Erodoto inventò il ditirambo e che, racconta il mito, si salvò da sicura morte in mare lasciandosi portare a riva da un delfino che aveva ammaliato con il canto.

Dürer: Arion (c1514)

Albrecht Dürer: Arion (c1514)

Le due fonti manoscritte che ci hanno tramandato la musica di Where gripyng grief (il Mulliner Book, raccolta di composizioni per strumento a tastiera databile fra il 1550 e il 1585 circa; e il Brogyntyn Lute Book, c1595) non riportano né il testo né il nome dell’autore: si ritiene probabile che anche la musica sia dello stesso Edwardes. La melodia è finemente cesellata; pur procedendo prevalentemente per gradi congiunti, presenta non pochi intervalli più ampi, fra cui un’insolita (per l’epoca) ottava diminuita — sulle parole «dumps the» nel secondo verso della prima strofa.

Il brano doveva essere abbastanza noto all’epoca di Shakespeare, perché questi lo cita in una scena di Romeo e Giulietta. Alla fine del IV atto, dopo che la Nutrice ha rinvenuto il corpo esanime della giovane Capuleti e un cupo inatteso dolore strazia i suoi familiari, alcuni musicisti, che erano stati convocati per allietare la festa delle nozze di Giulietta con il conte Paride, ripongono mestamente gli strumenti e stanno per andarsene quando sopraggiunge Pietro (servitore della Nutrice) e chiede ai musici di suonare per lui; gli altri rispondono che non è il momento adatto per far musica, sicché Pietro inizia a battibeccare con loro e infine, citando Where gripyng grief, trova il modo di insolentirli. La scena consiste in una lunga serie di giochi di parole a sfondo musicale, da alcuni critici considerati di bassa lega — tanto che qualche traduttore italiano ha pensato bene di omettere l’intero passo. Ma secondo me la scena non è affatto priva di interesse, ragion per cui la riporto qui di seguito: a sinistra l’originale inglese, a destra non esattamente una traduzione, ma piuttosto una reinterpretazione, con alcune esplicite allusioni a musiche già note ai più… fedeli followers del mio blog.

PETER
Musicians, O musicians, Heart’s Ease, Heart’s Ease. O, an you will have me live, play Heart’s Ease.
PIETRO
Musici, o musici, Chi passa, Chi passa. Se volete ch’io viva, suonate Chi passa.
FIRST MUSICIAN
Why Heart’s ease?
1° MUSICO
Perché Chi passa?
PETER
O musicians, because my heart itself plays My Heart is Full. O, play me some merry dump to comfort me.
PIETRO
O musici, perché il mio cuore sta danzando un passamezzo che non passa. Prego, suonate qualche allegro lamento per confortarmi.
FIRST MUSICIAN
Not a dump, we. ‘Tis no time to play now.
1° MUSICO
No, niente lamenti. Non è il momento di suonare.
PETER
You will not then?
PIETRO
Non volete suonare?
FIRST MUSICIAN
No.
1° MUSICO
No.
PETER
I will then give it you soundly.
PIETRO
Allora ve le suonerò io, sentirete.
FIRST MUSICIAN
What will you give us?
1° MUSICO
Che cosa sentiremo?
PETER
No money, on my faith, but the gleek. I will give you the minstrel.
PIETRO
Oh, non un tintinnar di monete, ve l’assicuro, ma piuttosto una canzon…atura. Ecco, vi tratterò da menestrelli.
FIRST MUSICIAN
Then I will give you the serving creature.
1° MUSICO
E allora noi ti tratteremo da giullare.
PETER
Then will I lay the serving creature’s dagger on your pate. I will carry no crotchets. I’ll re you, I’ll fa you. Do you note me?
PIETRO
E allora riceverete la sonagliera del giullare sulla zucca. Vi avevo chiesto lamenti e mi date capricci. Così ve le suonerò: prendete nota.
FIRST MUSICIAN
An you re us and fa us, you note us.
1° MUSICO
Se ce le suoni, prenderemo davvero le tue note.
SECOND MUSICIAN
Pray you, put up your dagger and put out your wit.
2° MUSICO
Per favore, riponi la tua sonagliera e va’ adagio.
PETER
Then have at you with my wit. I will dry-beat you with an iron wit and put up my iron dagger. Answer me like men.
(sings)
 When griping grief the heart doth wound
 And doleful dumps the mind oppress,
 Then Music with her silver sound—
Why «silver sound»? Why «Music with her silver sound»? What say you, Simon Catling?
PIETRO
Andrò a mio agio e vi metterò a disagio. I miei adagi non sono meno pesanti della sonagliera. Rispondete dunque, da uomini, ai miei colpi.
(canta)
 Quando ferisce il cuore arduo tormento
 E la mente grava penoso tedio,
 Allora Musica col suon d’argento…
Perché «suon d’argento»? Perché dice «Musica col suon d’argento»? Tu che ne dici, Simon Cantino?
FIRST MUSICIAN
Marry, sir, because silver hath a sweet sound.
1° MUSICO
Diamine, signore, perché l’argento ha un dolce suono.
PETER
Prates. What say you, Hugh Rebeck?
PIETRO
Ciance. E tu che dici, Ugo Ribeca?
SECOND MUSICIAN
I say, «silver sound» because musicians sound for silver.
2° MUSICO
Dico: «suon d’argento» perché i musicisti suonano per guadagnarsi dell’argento.
PETER
Prates too. What say you, James Soundpost?
PIETRO
Ciance anche queste. E tu, Giaco Bischero?
THIRD MUSICIAN
Faith, I know not what to say.
3° MUSICO
In fede mia, non so che dire.
PETER
Oh, I cry you mercy, you are the singer. I will say for you. It is «Music with her silver sound» because musicians have no gold for sounding.
(sings)
 Then Music with her silver sound
 With speedy help doth lend redress.
(exit)
PIETRO
Oh, ti chiedo scusa: tu sei quello che canta. Be’, risponderò io per te: dice «Musica col suon d’argento» perché i musicisti non hanno mai oro da far risonare.
(canta)
 Allora Musica col suon d’argento
 Con lesto soccorso pone rimedio.
(esce)
FIRST MUSICIAN
What a pestilent knave is this same!
1° MUSICO
Che pestifero furfante è costui!
SECOND MUSICIAN
Hang him, Jack! Come, we’ll in here, tarry for the mourners and stay dinner.
(exeunt)
2° MUSICO
Lascialo perdere! Venite, entriamo: aspette­remo quelli che verranno per il funerale e ci fermeremo a pranzo.
(escono)

Shakespeare

William Shakespeare
* aprile 1564
† 23 aprile 1616

A Musicall Banquet – II

Guillaume Tessier (sec. XVI): In a grove most rich of shade, ayre su testo di Philip Sidney (c1581). The Consort of Musicke, dir. Anthony Rooley.
Personalità di spicco nell’Inghilterra elisabettiana, sir Philip Sidney (1554 - 1586) è noto quale autore di una raccolta di versi (108 sonetti e 11 canzoni) in stile petrarchesco, pubblicata postuma nel 1591 con il titolo Astrophel and Stella: vi si celebra l’amore del poeta per Penelope Devereux (1563 - 1607).
Sorella maggiore del più noto Robert, 2° conte di Essex e favorito di Elisabetta I, Penelope fu promessa in sposa a Sidney quando aveva 13 anni; per ragioni non del tutto chiarite, il progetto andò a monte e, all’inizio del 1581, Penelope sposò controvoglia Robert Rich, in seguito 1° conte di Warwick (1559 - 1619), dal quale ebbe sette figli. Nel 1695 divenne amante di Charles Blount, 8° barone Mountjoy (1563-1606), il quale le diede altri tre figli; ottenuto il divorzio nel 1605, alla fine di quell’anno Penelope sposò Blount.
In a grove most rich of shade è l’ottava canzone di Astrophel and Stella: il primo verso contiene un gioco di parole che allude al nome assunto dall’amata con il primo matrimonio. Il testo è adattato a una composizione che il francese Guillaume Tessier inserì nel suo Premier Livre d’Airs tant en François, Italien qu’Espaignol…, edito a Parigi nel 1582 con una dedica (in italiano) «alla Sereniss. e Sacratiss. Regina d’Inghilterra»; è probabile che Sidney conoscesse personalmente Tessier.
Il brano venne poi ripubblicato da Robert Dowland (1591 - 1641) nella raccolta A Musicall Banquet. Furnished with a varietie of delicious Ayres, Collected out of the best Authors in English, French, Spanish and Italian (Londra 1610), antologia dedicata a sir Robert Sidney, fratello di Philip e padrino del curatore.

In a grove most rich of shade
where birds wanton music made,
May, then young, his pied weeds showing,
new perfum’d with flow’rs fresh growing.

Astrophel with Stella sweet
did for mutual comfort meet
both within themselves oppressed,
but each in the other blessed.

Him great harms had taught much care,
Her fair neck a foul yoke bare;
But her sight his cares did banish,
In his sight her yoke did vanish.

Wept they had, alas the while,
But now tears themselves did smile,
While their eyes, by love directed,
Interchangeably reflected.

Sigh they did, but now betwixt
Sighs of woe were glad sighs mixt;
With arms crossed, yet testifying
Restless rest, and living dying.

Their ears hungry of each word
Which the dear tongue would afford;
But their tongues restrained from walking,
Till their hearts had ended talking.

But when their tongues could not speak,
Love itself did silence break:
Love did set his lips asunder,
Thus to speak in love and wonder.

Therewithal away she went,
Leaving him so passion, rent
With what she had done and spoken,
That therewith my song is broken.


Semper Dowland

Oggi propongo l’ascolto di alcune interpretazioni differenti di Now, O now I needs must part di John Dowland (1563 - 1626); tutte le modalità di esecuzione sono previste dall’autore.


A quattro voci a cappella (Ensemble D.E.U.M.):


A voce sola (Amanda Sidebottom, soprano) con accompagnamento di liuto:


A voce sola (Andreas Scholl, controtenore) con accompagnamento di liuto e viols:

Ecco il testo completo:

Now, o now I needs must part,
Parting though I absent mourn.
Absence can no joy impart:
Joy once fled cannot return.

While I live I needs must love,
Love lives not when Hope is gone.
Now at last Despair doth prove,
Love divided loveth none.

Sad despair doth drive me hence;
This despair unkindness sends.
If that parting be offence,
It is she which then offends.

Dear when I from thee am gone,
Gone are all my joys at once,
I lov’d thee and thee alone,
In whose love I joyed once.

And although your sight I leave,
Sight wherein my joys do lie,
Till that death doth sense bereave,
Never shall affection die.

Sad despair doth drive me hence…

Dear, if I do not return,
Love and I shall die together.
For my absence never mourn
Whom you might have joyed ever;

Part we must though now I die,
Die I do to part with you.
Him despair doth cause to lie
Who both liv’d and dieth true.

Sad despair doth drive me hence…


E per finire, la versione strumentale dell’ayre di Dowland, ossia The Frog Galliard, eseguita sull’arciliuto da David Tayler:

Non si conosce esattamente la ragione del titolo dato da Dowland a questa gagliarda, ma probabilmente ha a che fare con Francesco Ercole d’Alençon (1555-1584), ottavo e ultimo figlio di Enrico II di Francia e Caterina de’ Medici (e dunque fratello di quella regina Margot che abbiamo già fugacemente incontrato qualche tempo fa). Affetto da nanismo e dotato di una mente non particolarmente brillante, ciononostante Francesco d’Alençon dal 1572 fu uno dei pretendenti alla mano di Elisabetta I d’Inghilterra, che usava chiamarlo “il mio ranocchio” (my frog) 😀


Dowland - Now oh now