La più bella del mondo VI

Gustave Doré (1832-1883): La catastrophe du Mont Cervin, incisione (1865)

Gustave Doré (1832-1883): La catastrophe du Mont Cervin (1865)

Nell’abisso

È il pomeriggio del 14 luglio 1865, un venerdì. Sette persone stanno preparandosi a scendere dalla vetta del Cervino, appena conquistata. Chiacchierano, fumano, legano i sacchi da montagna, srotolano le corde, battono i piedi per staccare la neve dalle suole. Qualcuno è un po’ teso: pensa a quel passaggio delicato, circa ottanta metri più in basso, che bisognerà affrontare nuovamente da lì a qualche decina di minuti; nessuno però ne parla, temendo di contagiare gli altri con la propria apprensione.
Ma sì, in fondo non c’è da preoccuparsene troppo: lo si è superato in salita, si troverà il modo di andare oltre anche durante la discesa. La giornata è ancora lunga, non c’è fretta, ci si può muovere con calma.
Ah, non avere più niente da temere, percorrere dolci pendii erbosi, ritrovare i sentieri ben tracciati che conducono a Zermatt, fra il profumo dei fiori e il mormorio dei torrenti…

L’ordine in cui ci si disporrà in cordata è stato stabilito da Whymper e Hudson. Croz scenderà per primo, Hadow dietro di lui, poi Hudson: in tal modo l’incerto giovanotto si troverà fra i due membri più esperti della comitiva e potrà essere assistito ora dall’uno ora dall’altro. Seguiranno lord Douglas, il vecchio Taugwalder e Whymper; Taugwalder figlio chiuderà la fila. È stato inoltre deciso che una delle funi non utilizzate per legarsi verrà fissata alla roccia in corrispondenza del passaggio più arduo, in modo da agevolarne il superamento.
Whymper si attarda per completare un disegno; poi qualcuno gli fa notare che, secondo con­sue­tudine, bisognerebbe lasciare presso la sommità, dentro una bottiglia, un foglio con i nomi dei primi scalatori: l’inglese provvede e il gio­vane Taugwalder lo aspetta, mentre il resto della comitiva inizia la discesa. I due ritardatari rag­giungono i compagni quando questi si trovano all’inizio del punto difficile. Per un po’ le due cordate procedono separate, ma poi Francis Douglas prega Whymper di legarsi al vecchio Peter Taugwalder perché, dice, ha il forte timore che questi non sia in grado di reggere un’eventuale caduta di quelli che lo precedono.

Ecco, la parola terribile è stata pronunciata. Timore e incertezza si insinuano nell’animo degli scalatori.

Si procede con grande cautela, muovendosi uno alla volta e solo quando tutti gli altri si trovano in posizione sicura. Croz si prende cura di Hadow in ogni momento; quando lo reputa necessario, non esita a afferrare le gambe del ragazzo per collocarle nel modo giusto. Il reverendo Hudson, sicuro di sé, tiene d’occhio Hadow e dà una mano quando occorre.
Ma nessuno si ricorda di fissare alla roccia la corda supplementare…

In una famosa lettera inviata al «Times» l’8 agosto successivo, Whymper racconta:

D. R. Hadow«Per quanto io sappia, al momento dell’incidente nessuno si stava effettivamente muovendo. Non posso parlare con sicurezza, né lo possono i Taug­walder, perché i due che stavano in testa erano parzialmente nascosti alla nostra vista da una roccia sporgente. Il povero Croz aveva appoggiato la propria piccozza e, per dare maggior sicurezza a Hadow, stava sistemandogli gambe e piedi, uno dopo l’altro, nella giusta posizione. Dal movimento delle loro spalle, io penso che Croz, dopo aver fatto quanto ho detto, stesse per voltarsi e scendere uno o due passi; in quel momento Hadow scivolò, cadde su di lui e lo travolse. Udii un’esclamazione allarmata di Croz, poi vidi lui e Hadow volare giù; un istante più tardi Hudson fu trascinato via dai suoi appigli e lord Douglas immediatamente dopo di lui. Tutto fu questione di un attimo; ma, appena udito il grido di Croz, Taugwalder [padre] e io ci afferrammo quanto più saldamente possibile alle rocce; la corda era tesa fra di noi, e lo strattone ci colpì come se fossimo un uomo solo. Resistemmo; ma la corda si ruppe a mezza via fra Taugwalder e lord Douglas. Per due o tre secondi vedemmo i nostri sfortunati compagni scivolare sulla schiena, protendendo le mani per cercare di salvarsi; poi disparvero l’uno dopo l’altro e caddero di precipizio in precipizio sul sottostante ghiacciaio del Cervino, per un dislivello di circa 4000 piedi [1200 metri]. Dal momento in cui la corda si ruppe fu impossibile aiutarli.»

Ch. HudsonSconvolti e spaventati, i tre superstiti rimangono fermi per una mezz’ora. Superato lo choc scendono in una posizione più sicura. Whymper esamina la corda che si è spezzata: con sorpresa e orrore constata che è la più debole delle tre.
Si decidono infine a sistemare delle corde fisse. Verso le sei di sera giungono all’altezza della «spalla» dell’Hörnli: di là scrutano l’abisso cercando di trovar traccia dei compagni, ma senza risultato. Li chiamano a gran voce, ma nessuno risponde. La notte li sorprende quando si trovano ancora a 3900 metri d’altitudine. Riusciranno a completare la discesa la mattina seguente, arrivando a Zermatt alle dieci e trenta.

lord Francis DouglasAlle due antimeridiane del giorno successivo, domenica, insieme con tre suoi compatrioti e cinque guide, Whymper riparte, ripercorrendo la via seguita il giovedì precedente fino all’Hörnli, per poi piegare a destra e portarsi sul ghiacciaio che copre la base settentrionale del Cervino. Ai piedi dell’immensa parete vengono trovati i corpi martoriati di tre delle vittime: Croz, Hadow accanto a lui, Hudson un po’ più indietro.
Di lord Francis Douglas sono rinvenuti soltanto un paio di guanti, una cintura e una scarpa. Una sorella dello sfortunato alpinista tornerà a più riprese a Zermatt per salire ai piedi del Cervino, nella speranza di trovare il corpo del fratello; invano.


Cervino, parete nord

Cervino, parete nord.
x – punto approssimativo in cui avvenne l’incidente
xx – punto approssimativo in cui furono trovati i corpi
La caduta è di circa 1100 metri; Whymper la stima di oltre 1200 (4000 piedi), ma la sua valutazione sembra un po’ esagerata.

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La più bella del mondo V

Sulla vetta (disegno di Whymper)

Sulla vetta (disegno di Whymper)

Il mondo ai nostri piedi

Il 14 mattina, l’intera comitiva è in piedi prima dell’alba; i sette alpinisti si mettono in cammino non appena la luce è sufficiente per vedere dove si posano i piedi. All’inizio le difficoltà sono poche, dunque gli uomini procedono slegati, con Whymper e Hudson che si alternano in testa. La salita si svolge prevalentemente sulla parete est, in prossimità della cresta che la separa dalla parete nord. Scrive Whymper:

Il Cervino dal Riffelberg, disegno di Whymper«Alle sei e venti eravamo a 3900 metri e so­stammo circa mezz’ora; poi continuammo a salire senza fermarci fino alle dieci; allora soltanto ci permet­temmo un’altra fermata di cinquanta minuti, a 4270 metri. Per due volte passammo sulla cresta nord-est che seguimmo per breve tratto, ma senza alcun vantaggio, poiché essa era, per quasi tutta la sua estensione, molto più spezzata e scoscesa e sempre più difficile da scalare del versante orientale. Tuttavia, per timore delle valanghe di pietre, ce ne allontanammo il meno possibile.
«Eravamo allora giunti alla base di quella parte del Cervino che, vista dal Riffelberg o da Zermatt, appare assolutamente a picco e anche stra­piom­bante sulla valle; non ci era possibile continuare a salire per il versante orientale. Per qualche tempo dovemmo scalare, seguendo la neve, la cresta che discende verso Zermatt; poi di comune accordo piegammo verso destra, cioè sul versante settentrionale della montagna.
«Avevamo allora modificato l’ordine di marcia: Croz era alla testa della colonna, io lo seguivo, Hudson era il terzo; Hadow e il vecchio Peter costituivano la retroguardia.»

Il pendio non è ripidissimo, ma la roccia è coperta di verglas, una sottile e infida patina di ghiaccio che si forma quando la neve si scioglie e l’acqua di fusione si congela quasi istantaneamente. Si procede dunque con cautela. Degli alpinisti britannici, Hudson è il più abile e disinvolto; Hadow invece non è abituato a quel tipo di arrampicata: le sue calzature, inoltre, paiono poco adatte e accrescono le sue difficoltà: bisogna perciò prestargli continua assistenza.
Whymper dice di non aver preso nota di quanto tempo sia stato necessario per superare il passaggio delicato, «il solo veramente difficile dell’ascensione», ma ritiene che sia occorsa circa un’ora e mezza. Croz procede traversando sulla parete nord, dapprima quasi orizzon­talmente, per circa 120 metri; poi supera un salto di una ventina di metri e può infine tornare sulla neve che copre le rocce rossastre della cresta.

«Giunti a questo punto l’ultimo dubbio scomparve: il Cervino era nostro, poiché non avevamo più da salire che una sessantina di metri su un nevato facilissimo.»

L’inclinazione del pendio è diminuita tanto che Whymper e Croz si slegano e si lanciano in una corsa folle, fianco a fianco, giungendo sulla vetta insieme:

«Alle tredici e quaranta il mondo era ai nostri piedi: il Cervino era conquistato! Hurrà!»

Dalla vetta del Cervino

Dalla vetta del Cervino, guardando verso est e verso sud
(foto di Rafał Raczyński)

Un’ora colma di gioia e d’infinito

La prima preoccupazione di Whymper, dopo un istante di legittima felicità, è di controllare che gli italiani non li abbiano preceduti; percorre dunque a passo rapido l’intera cresta sommitale, scendendo e risalendo l’intaglio che divide la cosiddetta “vetta svizzera” da quella “italiana” e scrutando febbrilmente la neve:

«Ancora una volta: hurrà! Nessun piede umano l’aveva calpestata.»

Sporge allora il capo al di sopra delle rocce e segue con lo sguardo la cresta sud-occidentale, dove dovrebbe trovarsi il suo rivale. Eccolo laggiù, ancora lontano, appena visibile a occhio nudo.

«Agitando le braccia e sventolando il cappello presi a gridare:
– Croz! Croz! Venite, in fretta!
– Dove sono?
– Laggiù, non vedete? Laggiù, molto in basso.
– Ah, les coquins ! Sono ancora ben lontani!
– Croz, bisogna assolutamente che ci facciamo sentire!
Gridammo allora a squarciagola fino a rimanere senza fiato. Gli italiani parevano guardare verso di noi, ma non ne eravamo sicuri.
– Croz, voglio che ci odano: e ci udranno.
Afferrai una grossa pietra e la spinsi nell’abisso con tutte le mie forze, poi incitai il mio compagno a fare altrettanto, in nome dell’amicizia. Adoperando i nostri Alpenstock come leve facemmo cadere enormi blocchi di roccia, e ben presto una vera valanga di pietre rotolò lungo i pendii della montagna. Questa volta non era più possibile ingannarsi: gli italiani, spaventati, batterono velocemente in ritirata.
E tuttavia avrei voluto che il capo di quella spedizione fosse stato con noi in quel momento, poiché le nostre grida di trionfo dovettero essere per lui un rude colpo. L’aspirazione di tutta la sua vita era resa vana dalla nostra vittoria. Di tutti coloro che avevano tentato la scalata al Cervino, egli era colui che maggiormente avrebbe meritato di giungere per primo sulla vetta. […] Il suo sogno era di giungervi dal versante che guarda l’Italia, per onorare la valle natìa. Una volta ebbe in mano le carte migliori, le giocò meglio che poté, ma un solo errore gli fece perdere la partita.»

Intanto gli altri membri della comitiva sono finalmente giunti sulla cima. Croz prende il bastone della tenda (l’ha portato fin lassù!) e lo pianta nella neve sul punto più elevato, poi si toglie la camicia e ve l’appende a mo’ di bandiera: un ben misero stendardo, commenta Whymper, ma lo vedono da ogni dove: da Zermatt, dal Riffel, da Valtournenche.
Il tempo incredibilmente bello, l’aria assolutamente limpida dissolvono infine l’eccitazione dei vincitori del Cervino; essi ammirano lo straordinario panorama che si offre ai loro occhi. Whymper osserva le vette che ha già scalato, i verdi pascoli di Zermatt e del Breuil, le foreste fitte e cupe, i laghi, i torrenti, le cascate, le pianure, le distese di ghiaccio, le infinite forme delle montagne, tutti i contrasti che l’immaginazione può sognare.

«Restammo sulla vetta un’ora intera, un’ora colma di gioia e d’infinito che trascorse troppo in fretta, poiché dovemmo prepararci alla discesa.»

La più bella del mondo IV

Cervino creste

Cervino, pareti sud (a sinistra) e est (in ombra)
1. cresta sud-ovest o del Leone
2. cresta nord-est o dell’Hörnli
3. cresta sud-est o di Furggen

La via è un’altra (ma quale?)

Nel giugno del 1865 Whymper torna sulle Alpi, più che mai deciso a scalare il Cervino. Ha studiato con attenzione i tentativi falliti negli anni 1861-63, al fine di non ricadere in errori già commessi. Per prepararsi, in compagnia delle guide Michel Croz (di Chamonix), Christian Almer (di Grindelwald) e Franz Biner (di Zermatt) il 16 giugno sale in vetta al Grand Cornier – è una prima ascensione assoluta – e il giorno successivo scala la Dent Blanche. Scende poi a Zermatt e da lì, il 20 giugno, risale al colle del Teodulo, scalando durante il tragitto il Theodulhorn (o Corno del Teodulo), dalla cui sommità ha modo di studiare «una nuova via che ho scoperto per salire al Cervino»: si è infatti risolto a abbandonare la cresta sud-ovest, teatro di tutte le spedizioni precedenti, e a tentare una via nuova, che dovrà iniziare sulla parete sud per passare poi sul versante est. Insieme con le tre guide, Whymper scende quindi al Breuil, dove convince facilmente il portatore Luc Meynet, già suo compagno d’avventura nel 1862 e nel ’63, a prender parte all’impresa.
Luc Meynet, disegno di WhymperIl 21 giugno, di buon’ora, la comitiva inizia la marcia di avvicinamento al Cervino. I cinque si dirigono verso un canalone che fende la parte inferiore della parete sud, sulla destra, a partire dalla cresta sud-est. Prima di attaccare la parete, mentre fanno una breve sosta per rifocillarsi, un terribile fracasso li mette sul chi vive: alzano gli occhi al canalone sovrastante e, con sgomento e terrore crescenti, vedono enormi blocchi di roccia e pietre di ogni dimensione staccarsi dalla parete e precipitare a gran velocità su di loro. Presi dal panico, i cinque cercano disperatamente un riparo. La fortuna li assiste: nessuno si fa male. Ma di salire da quella parte ovviamente non è proprio il caso: il nuovo progetto di Whymper è irrimediabilmente fallito. L’inglese vorrebbe portarsi subito all’attacco della cresta nord-est e tentare la salita da quella parte, ma si alza un vento impetuoso e comincia a nevicare…

Whymper decide di lasciare momentaneamente il Cervino e si porta a Courmayeur. Il 24 giugno, insieme con Almer e Biner e sotto l’abile direzione di Croz, compie la prima ascensione delle Grandes Jorasses, giungendo sulla punta che da allora porta il suo nome. Il giorno seguente i quattro compiono la prima traversata del Col Dolent, scendendo il ripidissimo versante settentrionale: impresa, per l’epoca, davvero notevole. A Chamonix, Whymper deve congedare Croz, che aveva preso un impegno con un altro cliente. Il 29, con Almer e Biner, sale per la prima volta sulla sommità dell’Aiguille Verte passando per il canalone oggi a lui intitolato. Il 3 luglio il gruppo compie la prima traversata del colle di Talèfre e ridiscende a Courmayeur.
Whymper continua a pensare al Cervino: propone alle guide di tornare al Breuil, ma i due hanno maturato una profonda avversione per quella montagna. «Tutto quel che volete, caro signore,» dice Almer, «andrò dovunque vogliate, ma non sul Cervino».

Così, ancora una volta Whymper si trova solo con la propria ossessione.


Cervino dallo Schwarzsee

Il Cervino (pareti est e nord) visto dai pressi dello Schwarzsee


Una cordata eterogenea

Giunto a Valtournenche la sera del 7 luglio, Whymper si mette alla ricerca di Jean-Antoine Carrel, ma non lo trova: il Bersagliere è partito per il Cervino con tre amici. L’inglese confida però, a ragione, nel cattivo tempo: infatti il valdostano torna indietro. Whymper lo raggiunge e gli propone di accompagnarlo sul versante svizzero per tentare di salire la cresta nord-est; Carrel si dice propenso a accettare, ma vuole essere lasciato libero l’11 in quanto ha preso un impegno con «una famiglia distintissima».
Tuttavia il maltempo persiste fino a tutto il giorno 10. La mattina dell’11 – il Cervino è ancora completamente avvolto dalle nuvole – Whymper ha una spiacevole sorpresa: Carrel si è messo in marcia prima dell’alba e sta guidando una comitiva verso la montagna; l’obiettivo è la scalata della cresta sud-ovest. Avvilito, l’inglese si chiude nella propria stanza d’albergo per esaminare con calma la situazione. Alla fine si convince di avere ancora il tempo di recarsi a Zermatt e tentare l’ascensione seguendo la cresta dell’Hörnli.
Verso mezzogiorno giunge al Breuil una grossa comitiva, guidata da una giovane guida di Zermatt, Peter Taugwalder, e preceduta da uno scozzese «agile e vivace»: è lord Francis Douglas, ha diciotto anni e ha da poco compiuto la prima ascensione dell’Obergabelhorn per il versante nord. Da quella vetta ha potuto ammirare il Cervino e si è convinto che la scalata della cresta nord-est sia fattibile. L’intesa fra i due sportmen è immediata. Whymper cancella in un istante i piani elaborati con calma e ponderatezza e si lancia nell’avventura improvvisando.

L’indomani mattina, Whymper, Douglas, Taugwalder e un portatore scendono a Zermatt; durante il percorso sostano alla cappelletta dello Schwarzsee, dove lasciano una parte del pesante carico che si portano dietro, costituito da attrezzature e viveri per la spedizione. Appena giunti a Zermatt, i due britannici ingaggiano il padre di Taugwalder (anch’egli si chiama Peter). All’Hotel du Mont-Rose, Whymper incontra Michel Croz: il cliente che questi doveva incontrare a Chamonix si era ammalato e l’aveva lasciato libero; Croz aveva poi incontrato un altro alpinista inglese, il reverendo Charles Hudson, che l’aveva preso al proprio servizio per scalare il Cervino! Whymper e Douglas si consultano:

«Fummo d’accordo nel concludere che sarebbe stato poco simpatico vedere due spedizioni tentare nel medesimo tempo l’ascensione. Andammo perciò a invitare Hudson affinché si unisse a noi. Egli accettò di buon grado.»

Hudson, che ha 37 anni, è uno scalatore formidabile e un pioniere dell’alpinismo senza guide; ha un palmarès invidiabile di ascensioni nel gruppo del Monte Bianco, sul Rosa e nell’Oberland bernese. Aderisce dunque alla proposta di Whymper e Douglas, ma pone una condizione: ha portato con sé un giovane amico, anch’egli inglese, che si chiama Robert Hadow e «ha scalato il Monte Bianco in un tempo inferiore a quello impiegato dalla maggior parte degli alpinisti», e Hudson desidera che faccia parte della spedizione. Hadow è ammesso senz’altro esame.

E così, il giorno 13 luglio 1865, alle 5:30 del mattino parte da Zermatt una comitiva messa insieme all’ultimo momento; comprende quattro inglesi, due svizzeri e un francese, che si mettono in cammino senza un’adeguata preparazione, senza aver maturato una solida intesa, in qualche caso senza saper nulla gli uni degli altri.
Essi salgono allo Schwarzsee, dove recuperano il materiale lasciato da Whymper e Douglas il giorno prima, e poi proseguono verso l’attacco della cresta dell’Hörnli, dove pongono il campo e trascorrono la notte.

La più bella del mondo III

Cervino, parete sud

L’artista e il bersagliere

Nel 1861, ai piedi del Cervino, si incontrarono due uomini profondamente diversi per carattere, estrazione sociale, abitudini e esperienze vissute; in comune avevano una cosa sola: il desiderio di scalare la grande montagna che quasi tutti consideravano inviolabile.

Whymper, c1871Il più giovane dei due, appena ventunenne, era un disegnatore e incisore londinese; il suo nome era Edward Whymper. Aveva visto le Alpi per la prima volta l’anno precedente, durante un viaggio di lavoro commissionatogli dall’editore William Longman, che all’epoca pubblicava guide turistiche. In meno di un mese e mezzo Whymper aveva percorso, affascinato, tutte le alte valli dell’Oberland bernese, del Vallese, della Savoia e del Delfinato, realiz­zando immagini pregevoli e di taglio innovativo che avevano entusiasmato il suo editore; questi nel 1861 aveva dunque deciso di inviare nuovamente il giovane artista nel Delfinato, dove Whymper aveva iniziato la propria carriera di alpinista scalando il Pelvoux. Si era poi recato nella Valtournenche con l’intenzione di tentare la scalata del Cervino o in alternativa quella del Weisshorn:

«Tra le cime delle Alpi che nessun piede umano aveva ancora calcato, due soprattutto eccitavano la mia ammirazione. L’una era stata parecchie volte oggetto di vari attacchi da parte dei migliori scalatori; l’altra, che la tradizione diceva inaccessibile, era ancora quasi vergine di qualsiasi tentativo. Queste montagne erano il Weiss­horn e il Cervino.
«Nel 1861, dopo aver visitato i lavori della grande galleria del Moncenisio, gironzolai per una diecina di giorni nelle valli vicine, deciso di tentare, senza indugio, l’ascensione di quelle due cime. Correva voce che la prima fosse stata conquistata e che la seconda dovesse essere attaccata a breve scadenza. Quelle voci vennero confermate al mio arrivo a Châtillon, all’imbocco della Valtournenche. L’interesse ispiratomi dal Weiss­horn subito si spense, ma quando seppi che il professor Tyndall si trovava al Breuil e che aveva intenzione di coronare la prima vittoria con una seconda più brillante ancora, il mio desiderio di essere il primo a scalare il Cervino si fece più profondo e più intenso.»

Salendo al Breuil in compagnia di due altri viaggiatori e della loro guida, Whymper aveva pensato bene di cercarne una seconda:

«All’unanimità ci venne dichiarato che Jean-Antoine Carrel di Valtournenche era il gallo della vallata. Ci mettemmo dunque alla ricerca di Carrel: era un pezzo d’uomo rudemente squadrato, dall’aspetto risoluto e un po’ altero, il che non mi spiacque.»

J.-A. CarrelCarrel, detto il Bersagliere, aveva undici anni più di Whym­per; contadino, cacciatore, padre di due bambini (in quel 1861; altri dieci figli sarebbero arrivati fra il 1862 e il 1878), aveva servito la patria nel regio esercito sardo – donde il soprannome che gli avevano dato i compaesani – parteci­pando alle prime due guerre d’indi­pendenza, sconfitto a Novara nel 1849 e vittorioso a San Martino dieci anni dopo, promosso caporale nel 1852 e definitivamente con­gedato nel 1860; portava con orgoglio sulla giacca i nastrini delle campagne cui aveva preso parte. Rude non era soltanto il suo aspetto, ma anche il suo carattere, plasmato dal lungo servizio militare; cosa che Whymper sperimentò ben presto e non mancò di annotare:

«Carrel non aveva un temperamento facile: sapeva di essere il gallo della Valtournenche e comandava agli altri valligiani come per naturale diritto; si rendeva conto di essermi indispen­sabile e non si dava pena di nasconderlo. Né ordini, né preghiere l’avrebbero dissuaso dai suoi propositi.»

Ma, a ben vedere, fra le qualità di Carrel che Whymper maggiormente apprezzava, insieme con il coraggio e l’abilità nell’arrampicarsi, v’era proprio la caparbietà:

«Era l’unico fra le guide che non si perdesse mai di coraggio, che credesse con ostinazione nella vittoria finale; a dispetto di tutte le sconfitte successive che parevano dargli torto persisteva nel sostenere che il Cervino poteva essere scalato e che lo sarebbe stato un giorno dal versante che fronteggiava la sua valle natìa. […] Egli era il solo scalatore di prim’ordine che non credesse all’inaccessibilità del Cervino. Con lui avevo qualche speranza, senza di lui nessuna; perciò gli lasciavo forzatamente fare quello che voleva.»


È il 28 agosto 1861: Whymper giunge al Breuil e chiede di Jean-Antoine Carrel, lo manda a chiamare, gli dice di voler salire al Cervino. Carrel squadra quel giovane – un ragazzo! – e vede nei suoi occhi ambizione sconfinata e ferrea volontà. Gli risponde che per lui va bene, accetta di accompagnarlo sulla Gran Becca (così chiamano il Cervino i valtorneins) fin dove si riuscirà a salire per venti franchi al giorno, comunque vada a finire; ma pretende che l’inglese assoldi anche un suo compagno – oh, è assolutamente impossibile fare a meno di una seconda guida…
Whymper non ci sta, le trattative si interrompono.
Non se ne fa nulla.
Per ora.


Nei due anni successivi Carrel e Whymper tentarono più volte la scalata, qualche volta alleati, qualche altra avversari. Nel contempo, altri alpinisti si cimentarono nell’impresa, invano, scomparendo subito dalla scena, mentre Whymper e Carrel proseguivano la loro singolare sfida, salendo e ridiscendendo lungo la cresta sud-occidentale della grande montagna.
L’inglese ebbe più volte la sensazione che l’italiano facesse di tutto per evitare di giungere sulla vetta insieme con lui.

Nel 1864 non fu eseguito nessun tentativo.

Nel 1865 Whymper, esasperato, decise di provare a passare da un’altra parte.

Cervino 130630

La più bella del mondo II

Whymper, Cervino

Il Cervino visto dai pressi del colle del Teodulo.
Disegno di Edward Whymper (da Scrambles amongst the Alps, 1871, p. 117)

Di ghiaccio e di pietra

Pennine!
Le montagne più prodigiose della Terra.
Il Cervino, lo sappiamo, non ha eguali, ma le Alpi Pennine offrono allo sguardo ammirato degli appassionati numerosi altri scorci meravigliosi. Sono un susseguirsi di visioni fantastiche, stupefacenti, senza pari per bellezza e varietà: scintillanti pareti di giaccio, eleganti creste affilate, ripidi canaloni innevati, ardite piramidi rocciose, vette tondeggianti come meringhe o aguzze come punte di lancia. Le maestose pareti settentrionali del Grand Combin e della Dent d’Hérens, il Mont Collon visto da Arolla, la frastagliata cresta dei Bouquetins, le piramidi della Dent Blanche e del Weisshorn, il gruppo del Mischabel, il massiccio del Monte Rosa sono solo alcuni dei luoghi noti a coloro che frequentano l’alta montagna.
E dell’alta montagna le Alpi Pennine sono il regno. Nel continente europeo, ottantotto vette superano i 4000 metri: quasi la metà (quarantadue) si trovano qui, nella parte della catena alpina compresa fra il Petit col du Ferret e il passo del Sempione. È vero, il Monte Bianco si spinge ancora più su: ma il Bianco è accessibile con relativa facilità da tutti i versanti. Le vette più notevoli delle Alpi Pennine, invece, si nascondono in fondo a valli strette e profonde, e richiedono lunghe marce di avvicinamento. Se si escludono il colle e il tunnel del Gran San Bernardo, in questa porzione delle Alpi non esistono valichi stradali: tutti i punti di passaggio da un versante all’altro sono pane per i denti di escursionisti e scalatori, compreso il colle del Teodulo, alto 3290 metri, frequentato da tempo immemorabile.
Le Alpi Pennine sono dunque un autentico paradiso per gli alpinisti.
Ovvero per i «conquistatori dell’inutile».

Snoopy-MallorySulle motivazioni dell’alpinismo si è discusso a lungo. Tutte le spiegazioni che abbiano un minimo di sensatezza sono ovviamente accettabili, anche quelle psicanalitiche.
Comunque sia, è chiaro che non si sale in cima a una montagna solo e esclusivamente per ammirare un panorama.
In effetti, quando ci si trova lassù, i sensi travolti dallo spettacolo della natura, è facile dimenticare gli affanni quotidiani. Tutto sembra lontano, anzi lontanissimo; forse non esiste neppure, è solo uno scherzo della memoria.
Può darsi che proprio questa sensazione di distanza incolmabile fra noi e il resto del mondo sia la vera ragione per cui abbiamo cominciato a scalare le montagne. Certo, in origine si trattava soprattutto di condurre esperimenti scientifici: consultare barometri, misurare la temperatura dell’acqua in ebollizione e cose del genere. Ma a un certo punto qualcuno deve aver distolto lo sguardo dagli strumenti per dare un’occhiata intorno, e in quel preciso istante deve aver compreso che il progresso della scienza può non essere l’unica ragione per cui vale la pena di arrampicarsi.
Insomma, detto senza peli sulla lingua: l’alpinismo è a tutti gli effetti una droga formidabile: molto meno dannosa della cocaina (anzi!), può tuttavia essere letale.


Cervino, Dent d'Hérens

Cervino e Dent d’Hérens, da nord-est
(foto aerea)

Alpi e alpinisti

Fra le poche imprese alpinistiche che precedono la prima scalata del Monte Bianco (1786) si ricordano la salita al Mont Ventoux (1909 metri), in Provenza, da parte di Francesco e Gherardo Petrarca il 26 aprile 1336, e quella al Mont Aiguille, compiuta il 26 giugno 1492 dall’ingegnere militare francese Antoine de Ville per ordine di Carlo VIII. Più recentemente (31 agosto 1779), nelle Alpi Pennine, il canonico dell’Ospizio del Gran San Bernardo, Laurent-Joseph Maurit, salì sul Mont Vélan, alto 3731 metri: è la bella montagna dall’ampia sommità che fa da sfondo all’ospizio quando lo si guarda giungendovi dal versante italiano.
La nascita ufficiale dell’alpinismo, come detto, è però tradizionalmente fissata all’8 agosto 1786, quando Jacques Balmat, cercatore di cristalli e cacciatore di camosci, e Michel-Gabriel Paccard, medico di Chamonix, salirono sulla cima del Monte Bianco passando dal versante francese. Ma il vero padre dell’alpinismo è il ginevrino Horace-Bénédict de Saussure, geologo e naturalista, antenato del celebre linguista Ferdinand. Volendo calcolare con esattezza l’altezza del Bianco, Saussure aveva offerto una ricompensa ai primi che fossero giunti in vetta: questa fu la molla che spinse Balmat e Paccard a tentare l’impresa. L’anno seguente l’ascensione fu ripetuta dallo stesso Saussure, che in seguito organizzò e prese parte a diverse spedizioni, ancora sul massiccio del Bianco e nelle Alpi Pennine.
All’inizio del secolo XIX le scalate sulle Alpi cominciarono a farsi sempre più frequenti. Scorrendo la cronologia delle prime ascensioni portate a termine in quegli anni si potrà osservare che le vette più alte furono scalate per prime: in particolare, nel gruppo del Monte Rosa, il Breithorn fu salito nel 1813, la Piramide Vincent nel 1819, la Punta Zumstein nel 1820, la Punta Gnifetti (Signalkuppe) nel 1842, la Dufour nel 1855 e il Lyskamm nel 1861. Altre date e ascensioni significative sono:
1800: Großglockner
1804: Ortles
1811: Jungfrau
1828: Pelvoux
1829: Bernina
1857: Grand Combin
1858: Dom del Mischabel
1861: Monviso e Weisshorn
1862: Dent Blanche
1863: Grandes Jorasses e Dent d’Hérens
1864: Marmolada.

Nel 1865, anno in cui si svolge la storia che mi accingo a narrare, tutte le principali vette delle Alpi sono state conquistate, tranne una: il Cervino. A lungo lo si era ritenuto inviolabile, ma negli ultimi anni qualcuno ci aveva provato…

La più bella del mondo I

Cervino

Cervino, parete sud.

Vidi il Cervino per la prima volta quando avevo cinque anni.
Una domenica di primavera, di buon’ora, mio padre aveva fatto salire mia madre e me sulla sua 600 bianca, nuova fiammante, e aveva guidato fino a giungere nell’alta Valtournenche, che alcuni anni prima era stata teatro di sue non irrilevanti imprese alpinistiche. Arrivati nella conca del Breuil, lasciammo l’auto poco fuori dell’abitato; appena scesi dalla vettura, mio padre mi invitò a ammirare l’imponente parete sud del Cervino, che si stagliava contro un cielo di un blu intenso e del tutto privo di nuvole. Mi disse: «Vedi? Questa montagna è la più bella di tutte». Poi mi spiegò con parole semplici che il Cervino è unico al mondo perché la sua bellezza risalta, ora superba e elegante, ora aspra e selvaggia, da qualsiasi parte lo si guardi. Di nessun’altra vetta si può dire lo stesso.

Whymper, Scalate nelle AlpiL’entusiasmo di mio padre era estremamente contagioso: la passione per la montagna sbocciò in me quel giorno.
Negli anni successivi la corroborai con molte letture: posso dire, in effetti, che diversi libri dedicati alle Alpi, alla storia dell’alpinismo e al Cervino in particolare sono stati fonda­mentali per la mia formazione. Fra quelli a me più cari v’è Scalate nelle Alpi di Edward Whymper, l’alpinista britannico che per primo giunse in vetta alla montagna più bella del mondo; una parte del volume è dedicata a quella storica impresa e al terribile incidente che la funestò. Il testo di Whymper, il cui titolo originale è Scrambles Amongst the Alps in the years 1860–69 (London, John Murray 1871), è ora leggibile online; vi sono diverse edizioni in lingua italiana; quella di cui dispongo – ne potete vedere la copertina qui a destra (Torino, Andrea Viglongo) – è del 1965.

Altro libro fondamentale e bellissimo è Il monte Cervino di Guido Rey, impreziosito da splendide illustrazioni in nero e bicromie di Edoardo Rubino, pubblicato originariamente nel 1904; la copia in mio possesso è una quarta edizione, del 1962, sempre da Viglongo. Nipote di Quintino Sella, Guido Rey fu provetto alpinista e fotografo, oltre che narratore efficace; il commovente racconto della prima ascensione del Cervino è condotto sulla base di documenti allora inediti e testimonianze di prima mano.

Dei libri secondo me indispensabili per conoscere a fondo la nostra montagna, il terzo (in ordine cronologico di pubblicazione) è Cervin, cime exemplaire di Gaston Rébuffat (Parigi, Hachette 1965), corredato da numerose fotografie mozzafiato.

Con queste formidabili letture alle spalle, ho pensato di cimentarmi io stesso nella narrazione dell’epopea del Cervino. Pur non essendo stato, di quel dramma, né un attore, come Whymper, né un testimone, nemmeno indiretto, come Rey, e consapevole di non avere la penna agile e leggera di un Rébuffat, voglio tuttavia provare a raccontare la storia, anch’essa esemplare come la vetta intorno (e sopra) alla quale si svolse: per chi ancora non la conosce, per chi vuole saperne di più.
Una puntata al giorno. Da domani, ogni sera, per sei giorni.