Un mar di pianto

Claudio Monteverdi (1567 - 1643): Lagrime d’amante al sepolcro dell’amata (Sestina), ciclo di sei madrigali a 5 voci (2 soprani, contralto, tenore, basso) e basso continuo (c1600; pubblicati nel Sesto Libro de Madrigali, 1614); musica composta su versi di Scipione Agnelli in memoria di Caterinuccia Martinelli, giovane cantante prematuramente scomparsa. La Compagnia del Madrigale.

I.

Incenerite spoglie, avara tomba
Fatta del mio bel sol terreno cielo.
Ahi lasso! I’ vegno ad inchinarvi in terra!
Con voi chius’è il mio cor a marmi in seno,
E notte e giorno vive in pianto, in foco,
In duol’ in ira il tormentato Glauco.

II.

Ditelo, o fiumi, e voi ch’udiste Glauco
L’aria ferir di grida in su la tomba
Erme campagne, e ’I san le Ninfe e ‘l Cielo;
A me fu cibo il duol, bevanda il pianto,
Poi ch’il mio ben coprì gelida terra,
Letto, o sasso felice, il tuo bel seno.

III.

Darà la notte il sol lume alla terra,
Splenderà Cinzia il dì prima che Glauco
Di baciar, d’honorar, lasci quel seno
Che nido fu d’amor, che dura tomba
Preme; né sol d’alti sospir, di pianto,
Prodighe a lui saran le fere e ’l Cielo.

IV.

Ma te raccoglie, o Ninfa, in grembo il cielo.
lo per te miro vedova la terra,
Deserti i boschi, e correr fiumi il pianto.
E Driade e Napee del mesto Glauco
Ridicono i lamenti, e su la tomba
Cantano i pregi de l’amato seno.

V.

O chiome d’or, neve gentil del seno,
O gigli de la man, ch’invido il cielo
Ne rapì, quando chiuse in cieca tomba,
Chi vi nasconde? Ohimè! Povera terra!
Il fior d’ogni bellezza, il sol di Glauco
Nasconde? Ah muse, qui sgorgate il pianto.

VI.

Dunque, amate reliquie, un mar di pianto
Non daran questi lumi al nobil seno
D’un freddo sasso? Ecco l’afflitto Glauco
Fa rissonar Corinna il mar e ’l Cielo!
Dicano i venti ogn’hor dica la terra,
Ahi Corinna! Ahi morte! Ahi tomba!

Cedano al pianto i detti, amato seno;
A te dia pace il Ciel, pace a te Glauco
Prega, honorata tomba e sacra terra.


Se una donna combatte

Oggi Farida cita questo pensiero di Domenico Adonini: « Se una donna combatte, un uomo perde ». Inevitabile pensare all’episodio di Clorinda e Tancredi narrato in versi da Tasso e in musica da Monteverdi.


Claudio Monteverdi (1567 - 1643): Il combattimento di Tancredi e Clorinda, madrigale rappresentativo composto nel 1624 e pubblicato nell’Ottavo Libro di madrigali guerrieri et amorosi (1638); testo di Torquato Tasso (Gerusalemme liberata, Canto XII, ottave 52-62 e 64-68). Clorinda: Monica Piccinini, soprano; Tancredi: Matteo Bellotto, tenore; narratore: Raffaele Giordani, tenore; Concerto Italiano, dir. Rinaldo Alessandrini.


Tancredi che Clorinda un uomo stima
vuol ne l’armi provarla al paragone.
Va girando colei l’alpestre cima
ver altra porta, ove d’entrar dispone.
Segue egli impetuoso, onde assai prima
che giunga, in guisa avvien che d’armi suone
ch’ella si volge e grida: – O tu, che porte,
correndo sì? – Rispose: – E guerra e morte.

– Guerra e morte avrai: – disse – io non rifiuto
darlati, se la cerchi e fermo attende. –
Ne vuol Tancredi, ch’ebbe a piè veduto
il suo nemico, usar cavallo, e scende.
E impugna l’un e l’altro il ferro acuto,
ed aguzza l’orgoglio e l’ira accende;
e vansi incontro a passi tardi e lenti
quai due tori gelosi e d’ira ardenti.

Notte, che nel profondo oscuro seno
chiudesti e nell’oblio fatto sì grande,
degne d’un chiaro sol, degne d’un pieno
teatro, opre sarian sì memorande.
Piacciati ch’indi il tragga e’n bel sereno
a le future età lo spieghi e mande.
Viva la fama lor, e tra lor gloria
splenda del fosco tuo l’alta memoria.

Non schivar, non parar, non pur ritrarsi
voglion costor, ne qui destrezza ha parte.
Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
toglie l’ombra e’l furor l’uso de l’arte.
Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro; e’l piè d’orma non parte:
sempre il piè fermo e la man sempre in moto,
né scende taglio in van, ne punta a voto.

L’onta irrita lo sdegno a la vendetta,
e la vendetta poi l’onta rinova:
onde sempre al ferir, sempre a la fretta
stimol novo s’aggiunge e piaga nova.
D’or in or più si mesce e più ristretta
si fa la pugna, e spada oprar non giova:
dansi con pomi, e infelloniti e crudi
cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.

Tre volte il cavalier la donna stringe
con le robuste braccia, e altrettante
poi da quei nodi tenaci ella si scinge,
nodi di fier nemico e non d’amante.
Tornano al ferro, e l’un e l’altro il tinge
di molto sangue: e stanco e anelante
e questi e quegli al fin pur si ritira,
e dopo lungo faticar respira.

L’un l’altro guarda, e del suo corpo essangue
su’l pomo de la spada appoggia il peso.
Già de l’ultima stella il raggio langue
sul primo albor ch’è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico e se non tanto offeso,
ne gode e in superbisce. Oh nostra folle
mente ch’ogn’aura di fortuna estolle!

Misero, di che godi? Oh quanto mesti
siano i trionfi e infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (s’in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Così tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier cessaro alquanto.
Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse,
perchè il suo nome l’un l’altro scoprisse:

– Nostra sventura è ben che qui s’impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma poi che sorte rea vien che ci nieghi
e lode e testimon degni de l’opra,
pregoti (se fra l’armi han loco i preghi)
che’l tuo nome e’l tuo stato a me tu scopra,
acciò ch’io sappia, o vinto o vincitore,
chi la mia morte o vittoria onore. –

Rispose la feroce: – Indarno chiedi
quel c’ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi
un di quei due che la gran torre accese. –
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi
e: – In mal punto il dicesti; (indi riprese)
e’l tuo dir e’l tacer di par m’alletta,
barbaro discortese, a la vendetta.

Torna l’ira ne’ cori e li trasporta,
benchè deboli, in guerra a fiera pugna!
All’arte in bando, e già la forza è morta
ove, in vece, d’entrambi il furor pugna!
O che sanguigna e spaziosa porta
fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna
ne l’armi e ne le carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.

Ma ecco omai l’ora fatal è giunta
che’l viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
che vi s’immerge e’l sangue avido beve;
e la veste che d’or vago trapunta
le mammelle stringea tenere e lieve,
l’empiè d’un caldo fiume. Ella già sente
morirsi, e’l piè le manca egro e languente.

Segue egli la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme:
parole ch’a lei novo spirto addita,
spirto di fè, di carità, di speme,
virtù che Dio le infonde, e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.

– Amico, hai vinto: io ti perdon… perdona
tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
a l’alma sì: deh! per lei prega, e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave. –
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch’al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
e gli occhi a lagrimar invoglia e sforza.

Poco quindi lontan nel sen d’un monte
scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empiè nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man, mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide e la conobbe: e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

Non morì già, ché sue virtuti accolse
tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse
vita con l’acqua a chi col ferro uccise.
Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise:
e in atto di morir lieta e vivace
dir parea: « S’apre il ciel: io vado in pace ».


Il mio duol, che tutti gli altri avanza

Luca Marenzio (1553 o 1554 - 1599): Il vago e bello Armillo, madrigale a 5 voci (dal Nono Libro de madrigali a cinque voci, 1599, n. 7) su testo di Angelo Grillo. La Venexiana, dir. Claudio Cavina.

Il vago e bello Armillo
Pagava il dritto al mare
Con sue lagrime amare,
Mentre in cima d’un scoglio
Lagrimando sfogava il suo cordoglio.

E dicea: O beate
Onde, che specchio sete
A tanta alma beltade,
I miei sospir benigne raccogliete,
Serbando del mio viso ogni hora in voi
L’imagine dogliosa,
Né la confonda il vostro moto poi,
Acciò quando à mirar quella ritrosa
Empia, verrà la sua gentil sembianza,
Veda il mio duol, che tutti gli altri avanza.

Angelo Grillo (1557 - 1629), benedettino, appartenente alla nobile famiglia genovese degli Spinola, pubblicò le proprie poesie sotto lo pseudonimo di Livio Celiano. Amico e confessore di Torquato Tasso, fu in rapporti epistolari con Claudio Monteverdi.


Si salvi chi può

Claudio Monteverdi (1567 - 1643): Gira il nemico insidioso Amore, madrigale a 3 voci e basso continuo (pubblicato in Madrigali guerrieri et amorosi, 1638, n. 3). Les Arts Florissants, dir. William Christie.

Gira il nemico insidioso, Amore,
la rocca del mio core.
Su, presto, ch’egli qui poco lontano,
armi alla mano.

Noil lasciamo accostar, ch’egli non saglia
sulla fiacca muraglia,
ma facciam fuor una sortita bella,
butta la sella.

Armi false non son ch’ei s’avvicina
col grosso la cortina.
Su, presto, ch’egli qui poco discosto,
tutti al suo posto.

Vuol degl’occhi attaccar il baloardo
con impeto gagliardo.
Su, presto, ch’egli qui senz’alcun fallo,
tutti a cavallo.

Non è più tempo, ohimé, ch’egli ad un tratto
del cor padron s’è fatto,
a gambe, a salvo chi si può salvare,
all’andare.

Cor mio, non val fuggir, sei morto e servo
d’un tiranno protervo
che’l vincitor che già dentro alla piazza
grida foco, amazza.


Monteverdi

Chi vol che m’innamori

Claudio Monteverdi (1567 - 1643): Chi vol che m’innamori, madrigale spirituale a 3 voci, 2 violini e basso continuo su testo di Angelo Grillo; pubblicato in Selva morale e spirituale (1640). Les Arts Florissants, dir. William Christie.

Chi vol che m’innamori,
mi dica almen di che!
Se d’animati fiori
un fior, e che cos’è?
Se de bell’occhi ardenti
ah, che sian tosto spenti!
La morte, ohimè, m’uccide
il tempo tutto frange
oggi, oggi si ride
e poi, doman, si piange.

Se vol ch’un aureo crine
mi leghi, e che sarà
se di gelate brine,
quel or si spargerà?
La neve d’un bel seno,
ah, vien qual neve meno!
La morte, ohimè, produce
terror, ch’el cor m’ingombra.
oggi, oggi siam luce
e poi domani ombra.

Dovrò pressar tesori,
se nudo io morirò?
E ricercar gli onori
che presto lascerò?
In che fondar mia speme,
se giungon l’ore estreme?
Che male, ohimè, si pasce
di vanitade il core!
oggi, oggi si nasce
e poi domani si muore!


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Missa «In illo tempore»

Claudio Monteverdi (1567 – 1643): Missa da capella a sei voci fatta sopra il motetto «In illo tempore» del Gombert (1610). Ensemble Odhecaton, dir. Paolo da Col.

  1. Kyrie
  2. Gloria [3:53]
  3. Credo [9:51]
    Et incarnatus [13:14]
    Crucifixus a 4 voci [14:13]
    Et in Spiritum [16:56]
  4. Sanctus [20:11]
    Benedictus [22:18]
  5. Agnus Dei I [23:51]
    Agnus Dei II a 7 voci [26:53]

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