La tua gioia, il mio diletto (dal faggio al pin)

Stefano Landi (1587-28 ottobre 1639): Augellin (da Arie a una voce e basso continuo, 1620). Marco Beasley, voce; ensemble L’Arpeggiata, dir. Christina Pluhar.

Augellin
Che ’l tuo amor
Segui ogn’hor
Dal faggio al pin
E spiegando i bei concenti
Vai temprando
Col tuo canto i miei lamenti.

Il mio Sol
Troppo fier,
Troppo altier,
Del mio gran duol.
Clori amata, Clori bella,
M’odia, ingrata,
A’ miei prieghi empia e rubella.

[Fa che si’
Crudo men
Quel bel sen
Che mi ferì,
E con l’aura del tuo canto,
Dolce e varia,
Fa ’l suo cor pietoso alquanto.]

Non sia più
Cruda, no,
Morirò
S’ella è qual fu;
Taci, taci, ché già pia
Porge i baci
Al mio labro l’alba mia.

Sol pietà
Spira il sen
Né ritien
Più crudeltà,
Lieti affanni, dolci pene,
Cari danni
Del mio Sole, del mio bene.

Segui, augel,
Né sdegnar
Di formar
Canto novel;
Fuor del seno amorosetto
Mostra a pieno
La tua gioia, il mio diletto.


Landi, Augellin

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Damigella tutta bella

Claudio Monteverdi (1567-1643): Damigella tutta bella, da Scherzi musicali a 3 voci (1607); testo di Gabriello Chiabrera. Philippe Jaroussky e Nuria Rial, voci; ensemble l’Arpeggiata, dir. Christina Pluhar.


Vincenzo Calestani (10 marzo 1589-p1617): Damigella tutta bella, da Madrigali et arie (1617). Dragan Karolić, voce; ensemble Cantare e sonare.


Damigella
tutta bella,
versa, versa quel bel vino,
fa’ che cada
la rugiada
distillata di rubino.

Ho nel seno
rio veneno
che vi sparse Amor profondo,
ma gittarlo
e lasciarlo
vo’ sommerso in questo fondo.

Ah, che, spento,
io non sento
il furor de gl’ardor miei,
men cocenti,
meno ardenti
sono, ohimè, gli incendi etnei.

Nova fiamma
più m’infiamma,
arde il cor foco novello,
se mia vita
non s’aita,
ah, ch’io vengo un Mongibello.

Ma più fresca
ogn’ hor cresca
dentro me sì fatta arsura,
consumarmi
e disfarmi
per tal modo ho per ventura.


Monteverdi, Scherzi musicali a 3

Bisogna morire


Stefano Landi (1587-1639): Passacaglia della vita. Marco Beasley, voce; ensemble L’Arpeggiata, dir. Christina Pluhar.

Oh, come t’inganni
se pensi che gli anni
non han da finire:
bisogna morire.


È un sogno la vita
che par sì gradita,
è breve gioire,
bisogna morire.
Non val medicina,
non giova la china,
non si può guarire,
bisogna morire.


Non vaglion sberate,
minarie, bravate
che caglia l’ardire,
bisogna morire.
Dottrina che giova,
parola non trova
che plachi l’ardire,
bisogna morire.


Non si trova modo
di scoglier ‘sto nodo,
non vale fuggire,
bisogna morire.
Commun’è statuto,
non vale l’astuto
‘sto colpo schermire,
bisogna morire.


La morte crudele
a tutti è infedele,
ogn’uno svergogna,
morire bisogna.
È pur o pazzia
o gran frenesia,
par dirsi menzogna,
morire bisogna.


Si more cantando,
si more sonando
la cetra, o sampogna,
morire bisogna.
Si muore danzando,
bevendo, mangiando;
con quella carogna
morire bisogna.


I giovani, i putti
e gl’huomini tutti
s’hann’a incenerire,
bisogna morire.
I sani, gl’infermi,
i bravi, gl’inermi
tutt’hann’a finire,
bisogna morire.


E quando che meno
ti pensi, nel seno
ti vien a finire,
bisogna morire.
Se tu non vi pensi
hai persi li sensi,
sei morto e puoi dire:
bisogna morire.

Ciaccona di Paradiso e dell’Inferno

Anonimo (sec. XVII): Ciaccona di Paradiso e dell’Inferno (pubblicata in Canzonette spirituali e morali, Milano 1657). Philippe Jaroussky, controtenore; ensemble L’Arpeggiata, diretto da Christina Pluhar.

O che bel stare è stare in Paradiso
Dove si vive sempre in fest’e riso
Vedendosi di Dio svelato il viso
O che bel stare è star in Paradiso.

  Ohimè che orribil star qui nell’inferno
  Ove si vive in pianto e foco eterno
  Senza veder mai Dio in sempiterno
  Ahi, ahi, che orribil star giù nell’inferno.

Là non vi regna giel, vento, calore,
Che il tempo è temperato a tutte l’hore
Pioggia non v’è, tempesta, nè baleno,
Che il Ciel là sempre si vede sereno.

  Il fuoco e ‘l ghiaccio là, o che stupore
  Le brine, le tempeste, e il sommo ardore
  Stanno in un loco tute l’intemperie
  Si radunan laggiù, o che miserie.

Havrai insomma là quanto vorrai
E quanto non vorrai non haverai
E questo è quanto, o Musa, posso dire
Però fa pausa il canto e fin l’ardire.

  Quel ch’aborrisce qua, là tutto havrai
  Quel te diletta e piace mai havrai
  E pieno d’ogni male tu sarai
  Dispera tu d’uscirne mai, mai, mai!

O che bel stare è stare in Paradiso
Dove si vive sempre in fest’e riso
Vedendosi di Dio svelato il viso
O che bel stare è star in Paradiso.


Chiacona