Au roi chasseur

Aosta, Giardini pubblici: monumento a Vittorio Emanuele II, opera in fusione di bronzo fine dello scultore piemontese Antonio Tortone, inaugurato domenica 4 luglio 1886 insieme con i Giardini pubblici e con la ferrovia.
«’Sti ca22i!» (Rocco Schiavone, vicequestore aggiunto d’Aosta).

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Offenbach 200! – 1855, l’anno fortunato

Vita di Jacques Offenbach – 5a parte

Nel corso di quel fatale 1855, Offenbach fece alcune conoscenze importantissime, per non dir fondamentali. A… corto di librettisti, ebbe l’idea di coinvolgere nei propri progetti Ludovic Halévy, nipote del compositore Fromental e figlio del tragediografo Léon: Ludovic era un giovane funzionario del Ministero di Stato, ma si diceva che avesse un gran talento per il teatro. Jacques non fece fatica a coinvolgerlo: nacquero così una proficua collaborazione e una sincera e profonda amicizia.
Il 5 luglio i Bouffes-Parisiens aprirono i battenti con una serata variegata; andarono in scena:
– il prologo Entrez, Messieurs, Mesdames (titolo preferito all’originario Tzing tzing boum boum) su testo di Halévy, che però si firmò Jules Servières;
Arlequin barbier, pantomima sceneggiata da un certo Lange (pseudonimo di Offenbach);
Une Nuit blanche, 3 atti brevi di Edmond Plouvier;
– e Les Deux Aveugles, «bouffonnerie musicale» in 1 atto su libretto di Jules Moinaux.
Prima della rappresentazione, quest’ultima pièce inquietava moltissimo alcuni collaboratori di Offenbach e soprattutto i suoi finanziatori: raccontava di due mendicanti falsi ciechi, calcando la mano sui loro comportamenti buffi e spregevoli. Al pubblico non piacerà, ne sarà disorientato, dicevano i dubbiosi. Superfluo dire che ebbe un successo travolgente e fu replicata per un anno!

L’altra persona che entrò a quel tempo nella vita di Offenbach fu Hortense Schneider, una giovane proveniente da Bordeaux, grassottella ma molto, molto graziosa, e soprattutto dotata di una voce fuori dell’ordinario. A Jacques fu sufficiente ascoltarne un breve gorgheggio per decidere di scritturarla: esordì il 31 agosto nella «leggenda bretone» Le Violoneux. Il destino le riservava una sorte assai simile a quella del suo mentore: avrebbe avuto tutta Parigi ai suoi piedi – soprattutto i parigini, e non solo quelli.

Nei primi mesi di attività, nel teatro degli Champs-Élysées furono rappresentati dieci diversi lavori di Offenbach. Ogni sera il teatro annunciava il tutto esaurito; in una vignetta dell’epoca la sala è raffigurata come una scala dai gradini traboccanti di spettatori. Jacques ritenne che fosse giunto il momento di passare a un teatro più capiente, anche perché con l’arrivo della stagione fredda gran parte del pubblico avrebbe certamente trovato disagevole avventurarsi nel «bosco mal tenuto» per recarsi all’ex Théâtre Marigny. Il 23 ottobre Offenbach ottenne di poter gestire una nuova sala, ben più grande, sita nel passage Choiseul. L’inaugurazione avvenne il 29 dicembre con la «chi­noi­serie musicale» Ba-ta-clan, un’altra stramberia del genere di Oyayaye ; vale la pena di leggerne la trama.

L’azione si svolge nel Paese cinese di Ché-i-noor, dove incontriamo il governatore Fé-ni-han, la principessa Fé-an-nich-ton, il cortigiano Ké-ki-ka-ko e il capo delle guardie Ko-ko-ri-ko. Quest’ultimo ordisce un complotto ai danni del governatore: ha luogo una riunione segreta dei congiurati, che si esprimono in un cinese improbabile. Più tardi la principessa, in cerca di un momento di serenità, si appresta a leggere il romanzo La Laitière de Montfermeil di Paul de Kock, mentre Ké-ki-ka-ko sfoglia un numero del quotidiano «La Patrie»; vedendo le rispettive letture, i due scoprono la verità l’una a proposito dell’altro: in effetti sono entrambi parigini e si chiamano Virginie Durand e Alfred Cérisy. Provando un’acuta nostalgia per la patria lontana, tentano la fuga ma vengono catturati e condannati a morte. In tale frangente Fé-ni-han, anch’egli francese, scopre con sorpresa la vera origine dei due giovani e, perseguitato dai congiurati, decide di scappare insieme con Virginie e Alfred. I tre vengono catturati, ma rilasciati subito dopo per volere di Ko-ko-ri-ko che, pur essendo parigino come gli altri, preferisce rimanere nel Paese e assumerne la guida.

In questa cineseria musicale troviamo molti elementi che caratterizzeranno le future invenzioni offenbachiane: la presa in giro dei potenti, della politica, dei complotti, dei militari. Non c’è nulla di serio, tranne l’amore. Molti anni dopo qualcuno oserà dire che il teatro offenbachiano avrebbe avuto un influsso deleterio sulle sorti del Secondo Impero. A queste sciocchezze si può tranquillamente obiettare che, se Napoleone III fosse stato capace di guardare a sé stesso con gli occhi di Offenbach, forse avrebbe potuto trarne insegnamento e sarebbe riuscito a scampare a una fine miseranda.

(continua)


Ba-ta-clan
Offenbach 200 !

Offenbach 200! – Il successo, finalmente

Vita di Jacques Offenbach – 4a parte

Durante la prima metà degli anni 1850 Offenbach continuò a inseguire un successo che non voleva lasciarsi afferrare. La Francia, superato senza troppi patemi il colpo di stato del 2 dicembre 1851 e la fine della Repubblica, sotto il nuovo imperatore Napoleone III attraversava un periodo di ristrettezze, causato in particolare dalla guerra di Crimea, il cui finanziamento gravava parecchio sui contribuenti. Una lettera di Jacques alla sorella Netta, datata 9 maggio 1854, rivela che a quel tempo il quasi trentacinquenne musicista si trovava sull’orlo della disperazione.

«Cara Netta, l’anno scorso ti scrissi una lettera confidenziale sulla mia situazione. Purtroppo essa non è affatto migliorata; direi anzi che è peggiorata. L’avvenire dorato che sognavo non arriva, ogni giorno se ne va un po’ di speranza. Credimi, cara Netta, non esagero affatto. Il costo della vita qui aumenta ogni giorno e guadagnare diventa difficile. […] La gente fa economia e non vuole andare ai concerti. Chi una volta prendeva dieci o dodici biglietti, quest’anno ne ha presi soltanto due. La colpa è di questa maledetta guerra.»

In quei giorni Offenbach accarezzava l’idea di raggiungere Netta che, qualche tempo prima, insieme con altri membri della famiglia era emigrata negli Stati Uniti. Ma infine stabilì di rimanere a Parigi; l’anno successivo, dal 15 maggio al 15 novembre, la capitale avrebbe ospitato l’Espo­si­zione universale e avrebbe accolto centinaia di migliaia di visitatori (alla fine furono più di 5 milioni): Jacques decise che si sarebbe dato da fare per divertirli.
Nacque così una strampalata operina in un atto, Oyayaye ou la Reine des Îles (sottotitolo: anthropophagie musicale) su libretto di Jules Moinaux. La trama è decisamente stravagante:

Racle-à-mort, virtuoso parigino di contrabbasso, ha perso il posto nell’orchestra del Théâtre de l’Ambigu-Comique, sicché prende il proprio strumento e s’imbarca per l’America. Finisce però non si sa come nei mari del Sud, dove viene catturato da una tribù di cannibali che minacciano di divorarlo qualora non riesca a intrattenere Oyayaye, la loro regina. Racle-à-mort dà a Oyayaye un foglio sul quale è trascritta una poesia da lui messa in musica (in realtà è il conto della lavanderia), ma la donna altro non vede in lui che un’enorme cotoletta alla parigina: annoiata dalla romanza con accompagnamento di contrabbasso, ordina che la cerimonia di cottura rituale abbia inizio. Disperato, Racle-à-mort si mette a suonare uno zufolo ricavato da una canna: i cannibali ne rimangono affascinati, gettano le armi, afferrano a loro volta degli zufoli di canna e suonandoli si lanciano in una danza selvaggia. Nessuno bada a Racle-à-mort, il quale può prendere il largo a bordo del contrabbasso usando un fazzoletto come vela.

Offenbach era certo che un lavoro tanto bizzarro sarebbe piaciuto al suo collega Hervé, al secolo Florimond Ronger. Questi era il direttore di un teatro che cambiava denominazione secondo l’umore del proprietario (al momento si chiamava Folies-Nouvelles), dove rappresentava opere proprie e altrui. Jacques gli sottopose dunque la partitura e, come aveva previsto, Hervé la trovò di proprio gradimento. Fu a questo punto che Offenbach ebbe l’idea di imitare Hervé e di fondare un teatro proprio. Gli giunse notizia che si intendeva dare in affitto il modesto Théâtre Marigny, presso gli Champs-Élysées – gli Champs-Élysées di allora, non ancora «la più bella strada del mondo», ma piuttosto «un gran bosco mal tenuto». Grazie all’Esposizione universale, pensò Jacques, ogni giorno migliaia di persone sarebbero transitate da quelle parti e avrebbero visto i cartelloni di quel piccolo teatro di legno: presentò dunque apposita domanda e, dopo inenarrabili lungaggini burocratiche, il 4 giugno 1855 il prefetto di polizia autorizzò il «Sieur Offenbach» a usufruire del teatro, ribattezzato Les Bouffes-Parisiens.

Pochi giorni dopo, il 26 giugno, Oyayaye andò in scena alle Folies-Nouvelles. E piacque.

(continua)


JO
Jacques Offenbach
20 giugno 1819 – 5 ottobre 1880
(fotografia di Nadar)

Offenbach 200! – Il celebre virtuoso

Vita di Jacques Offenbach – 3a parte

Poco dopo aver lasciato l’orchestra dell’Opéra-Comique, nel 1838, Jacques conobbe Friedrich von Flotow, altro musicista tedesco momentaneamente stanziato a Parigi, di sette anni più anziano e già ben introdotto nei salotti della capitale: qui Flotow e Offenbach iniziarono a esibirsi in duo, eseguendo brani per violoncello e pianoforte composti a quattro mani. Nel gennaio del 1839 Jacques e Julius, nel frattempo diventato Jules, tennero il loro primo concerto pubblico insieme, facendo il tutto esaurito. Una valse lente che Jacques improvvisò quella sera piacque tanto, il pubblico la paragonò ai valzer di Chopin.
Nel corso degli anni 1840 Offenbach proseguì l’attività concertistica, suonando talvolta con altri celebri virtuosi, fra i quali Anton Rubinštejn, allora undicenne, nel 1841, e Franz Liszt, a Colonia, nel 1843. Convertitosi poi al cattolicesimo, nell’agosto del 1844 Offenbach sposò Herminie d’Alcain (*). Si erano conosciuti nel salotto della madre di lei, il cui secondo marito era un organizzatore londinese di concerti, John Mitchell: e così, già nella primavera di quell’anno Jacques si era esibito a Londra, suonando fra gli altri con Mendelssohn e il dodicenne Joseph Joachim nel Castello di Windsor, presenti la regina Vittoria e il principe consorte, Alberto.

Nel frattempo Offenbach si era cimentato nella composizione di musiche destinate alla rappresentazione scenica. Il suo segreto desiderio era quello di scrivere per il teatro: ebbe una prima occasione di esaudirlo nel 1839, quando gli fu commissionato il vaudeville in 1 atto Pascal et Chambord, su libretto di Anicet Bourgeois e Brisebarre: andò in scena al Palais-Royal il 2 marzo e fu un fiasco colossale. Nel 1847 fu la volta dell’opéra-comique L’Alcôve, sempre in 1 atto, libretto di Philippe-Auguste Pittaud de Forges, Adolphe de Leuven e Eugène Roche; fu rappresentato il 24 aprile al Théâtre de La Tour d’Auvergne e non ebbe sorte migliore. Piacque a un unico spettatore, ma era uno spettatore importante: Adolphe-Charles Adam, celebrato autore di opere come Le Postillon de Lonjumeau (1836) e di balletti come Giselle (1841), la cui fortuna dura ancor oggi. Adam espresse il proprio gradimento a Jacques, che ne fu rincuorato: aveva speso tutto ciò che poteva permettersi di spendere per allestire L’Alcôve, l’insuccesso rischiava di mettere la parola fine alla sua carriera di operista. In seguito Adam propose a Offenbach di scrivere una partitura per il suo teatro, il Théâtre Lyrique, inaugurato il 15 novembre di quell’anno. La rappresentazione del lavoro di Offenbach era prevista per la primavera dell’anno successivo e tutto sembrava andare per la maggiore.
Già, ma l’anno successivo fu il fatidico 1848.
Allo scoppio della rivoluzione, l’ennesima, Jacques vide crollare nuovamente i propri sogni. Fu costretto a tornare a Colonia. Al suo ritorno a Parigi ottenne l’incarico di direttore del Théâtre Français (1850); i suoi nuovi componimenti teatrali continuarono a riscuotere successi assai modesti.
Ma poi giunse il 1855, l’anno dell’Esposizione universale…


«La vita di Jacques Offenbach è la storia di una conquista. Un ragazzo vive solo, a tredici anni, in una città immensa. Gli abitanti l’ignorano. Degli uomini e delle donne che lo circondano egli non parla nemmeno la lingua. È povero. Deve guadagnarsi il pane. Ogni sera raggiunge una soffitta solitaria: spesso ha fame. Ma egli è felice perché sa che un giorno la sua vita sarà piena; perché porta in sé infiniti tesori melodici. La vita di Jacques Offenbach è l’esempio d’una lotta contro la disperazione, d’un combattimento risolto in una vittoria che per lungo tempo gli si è negata. Il fatto che essa sia stata infine concessa a Jacques Offenbach prova che esiste fra certi esseri e certe epoche una identificazione, talvolta assoluta. Era necessario che Offenbach attendesse il Secondo Impero per ottenere il successo. Egli ebbe l’eroismo della pazienza: il più grande. A tale coraggio noi siamo debitori d’una musica che prodigiosamente rievoca il suo tempo. Nel nostro cuore gli spartiti di Jacques Offenbach sono legati indissolubilmente al regno di Napoleone III. Più che le scomparse Tuileries, essi illustrano le grandezze e le pecche di un’epoca. Cerchiamo di ricordare il regno del secondo Napoleone: sentiremo i ritmi di Offenbach. Solo i suoi. Privilegio senza dubbio unico.»
(Alain Decaux, Offenbach, roi du Second Empire, 1966; traduzione italiana di Alberto Pogni, Rusconi, Milano 1981)

(continua)


(*) Herminie era nata nel 1826 e morì nel 1887. Dal matrimonio nacquero cinque figli: Berthe (1845 - 1927), Minna (1850 - 1914), Pépita (1855 - 1925), Jacqueline (1858 - 1936) e Auguste (1862 - 1883).


JO
Jacques Offenbach e famiglia

Offenbach 200! – A Parigi

Vita di Jacques Offenbach – 2a parte

Non fu facile mettere insieme il denaro necessario per compiere il viaggio da Colonia a Parigi. Isaac dovette fare molti sacrifici, ma per sua fortuna poté contare sul cospicuo aiuto di numerosi musicisti suoi concittadini, i membri dell’orchestra municipale e molti semplici dilettanti, ai quali il trio dei piccoli Offenbach dedicò un concerto di ringraziamento la sera del 9 ottobre 1833. Il mese successivo Isaac, Julius e Jacob lasciarono Colonia; per i due ragazzi fu davvero triste il distacco dalla mamma, dalle sorelle e dagli amici, non sapendo se e quando avrebbero potuto rivederli.

La Parigi in cui giunsero i tre Offenbach era quella della Monarchia di luglio. Erano trascorsi più di tre anni dalle Trois Glorieuses, che avevano portato sul trono Luigi Filippo d’Orléans: i violenti moti del 1830 erano soltanto un ricordo, nessuno pensava di ritornare sulle barricate e gli insoddisfatti, “aiutati” da leggi molto severe, avevano deciso di continuare a lottare usando soltanto le armi dell’ironia e della satira – chi non ha mai visto la famosa caricatura di Daumier con la testa di Luigi Filippo che si trasforma a poco a poco in una pera alzi la mano.
Bisogna tenere conto di questo stato di cose quando si pensa agli anni di formazione di Offenbach per poter comprendere appieno una caratteristica fondamentale del suo stile di autore di operette: il gusto per il motto di spirito, per la burla (mai malevola, beninteso), per la parodia.

Giunto dunque a Parigi, Isaac si adoperò per trovare ai figli un’adeguata sistemazione. Riuscì a ottenere l’ammissione di Jacob al Conservatorio. «Signore,» gli aveva detto in un primo momento Luigi Cherubini, direttore dell’istituto, «secondo lo Statuto di questa scuola, nessuno straniero può farne parte». Isaac non gli rispose, come sarebbe stato ovvio, «Ma voi siete italiano!» Chiese invece al suo austero interlocutore di avere la compiacenza di ascoltare il ragazzo suonare: Cherubini accondiscese e infine si convinse.
Per entrambi i ragazzi Isaac trovò il modo di ottenere piccole entrate, poi rientrò a Colonia, convinto che il più fosse fatto. In realtà i due fratelli dovettero affrontare subito molteplici difficoltà. Non parlavano né capivano il francese, dovevano esprimersi a gesti. Il denaro che riuscivano a guadagnare era veramente poco, e così spesso pativano la fame e il freddo. E soprattutto soffrivano la solitudine.

Dopo un anno Jacob, ormai diventato per tutti Jacques, decise di abbandonare il Conservatorio. Non fu, come affermano alcuni, per mancanza di fondi: semplicemente il ragazzo ne aveva abbastanza dell’austerità di Cherubini e della rigidità dei programmi di studio. Era impaziente di ottenere qualcosa dalla vita, e sentiva che fra le mura del Conservatorio quel qualcosa avrebbe tardato troppo a arrivare.
Si diede dunque da fare per ottenere un lavoro degnamente retribuito, e infine riuscì a entrare a far parte dell’orchestra dell’Opéra-Comique.

(continua)


JO

Jacques Offenbach
20 giugno 1819 – 5 ottobre 1880
(fotografia di Nadar, c1850)

Offenbach 200! – I primi anni a Colonia

Vita di Jacques Offenbach – 1a parte

Questa settimana sarà interamente dedicata a Jacques Offenbach, il piccolo Mozart degli Champs-Élysées, il re del Secondo Impero, ma soprattutto uno dei pochissimi compositori capaci di far autentico umorismo in musica – se ci fate caso, da Clément Janequin a Jean Françaix, da Adriano Banchieri a Elio e le Storie Tese, sono quasi tutti italiani e francesi.
Offenbach potrebbe essere considerato un’eccezione, essendo nato in Germania, a Colonia, il 20 giugno 1819. Suo padre si chiamava Isaac Juda Eberst ed era nativo di Offenbach sul Meno; quando si trasferì nella città renana, a inizio 1800, cominciarono a chiamarlo «der Offenbacher» (quello di Offenbach) e poi semplicemente Offenbach. Era un uomo colto e morigerato che si guadagnava da vivere rilegando libri e dando lezioni di musica; più tardi divenne cantore in una sinagoga di Colonia. Non era ricco, Isaac Offenbach, ma era capace di spendere fino all’ultimo centesimo per i suoi figli. Ne ebbe in tutto dieci: Jacob (il futuro Jacques) era il settimo, il secondo maschio, e ancora in tenera età cominciò a suonare – come tutti in famiglia – il violino; ma un giorno, quando aveva 9 anni, rovistando fra le vecchie cose di casa trovò un violoncello più alto di lui, se ne innamorò e decise che quello sarebbe stato il suo strumento. Considerate le indubbie doti dei figli, Isaac pensò di far suonare in trio il maggiore, Julius (1815 - 1880), al violino, la sorella Isabelle (1817 - 1891) al pianoforte e Jacob. Il piccolo ensemble iniziò a esibirsi nelle birrerie e nelle sale da ballo; per accrescere l’attrattiva di quei concerti, Isaac non si fece scrupolo di ringiovanire Jacob, che era di minuta costituzione, togliendogli due anni: finì per convincersene lo stesso ragazzo che, molto tempo dopo, diventato celebre come Jacques Offenbach, all’inizio di una serie di note autobiografiche scrisse: «Sono nato a Colonia nel 1821».
Da buon padre premuroso, preoccupato per l’avvenire dei figli, Isaac a un certo punto si risolse a portare Julius e Jacob a Parigi.

(continua)


JO
Jacques Offenbach
20 giugno 1819 – 5 ottobre 1880