Ho visto il lupo

Anonimo: J’ai vu le loup, le renard, le lièvre, chanson tradizionale francese (versione borgognona). Le Poème Harmonique, dir. Vincent Dumestre.
Le origini di questa chanson, una parodia del Dies irae, risalgono probabilmente al Quattrocento.

C’est dans neuf ans je m’en irai,
J’ai vu le loup, le renard cheuler.
C’est dans neuf ans je m’en irai,
J’ai vu le loup, le renard cheuler.

J’ai vu le loup, le renard, le lièvre,
J’ai vu le loup, le renard cheuler,
C’est moi-même qui les ai rebeuillés,
J’ai vu le loup, le renard, le lièvre,
C’est moi-même qui les ai rebeuillés,
J’ai vu le loup, le renard cheuler.

C’est dans huit ans je m’en irai,
J’ai vu le loup, le renard cheuler.
C’est dans huit ans je m’en irai,
J’ai vu le loup, le renard cheuler.

J’ai vu le loup, le renard, le lièvre,
J’ai vu le loup, le renard cheuler,
C’est moi-même qui les ai rebeuillés,
J’ai vu le loup, le renard, le lièvre,
C’est moi-même qui les ai rebeuillés,
J’ai vu le loup, le renard cheuler.

C’est dans sept ans je m’en irai,
J’ai vu le loup, le renard cheuler,
C’est dans sept ans je m’en irai,
J’ai vu le loup, le renard cheuler,
J’ai vu le loup, le renard, le lièvre,
J’ai vu le loup, le renard cheuler,
C’est moi-même qui les ai rebeuillés,
J’ai vu le loup, le renard, le lièvre,
C’est moi-même qui les ai rebeuillés,
J’ai vu le loup, le renard cheuler.

C’est dans six ans je m’en irai,
J’ai ouï le loup, le renard chanter.
C’est dans six ans je m’en irai,
J’ai ouï le loup, le renard chanter.

J’ai ouï le loup, le renard, le lièvre,
J’ai ouï le loup, le renard chanter,
C’est moi-même qui les ai rechignés,
J’ai ouï le loup, le renard, le lièvre,
C’est moi-même qui les ai rechignés,
J’ai ouï le loup, le renard chanter.

C’est dans cinq ans je m’en irai,
J’ai ouï le loup, le renard chanter.
C’est dans cinq ans je m’en irai,
J’ai ouï le loup, le renard chanter.

J’ai ouï le loup, le renard, le lièvre,
J’ai ouï le loup, le renard chanter,
C’est moi-même qui les ai rechignés,
J’ai ouï le loup, le renard, le lièvre,
C’est moi-même qui les ai rechignés,
J’ai ouï le loup, le renard chanter.

C’est dans quatre ans je m’en irai,
J’ai ouï le loup, le renard chanter.
C’est dans quatre ans je m’en irai,
J’ai ouï le loup, le renard chanter.

J’ai ouï le loup, le renard, le lièvre,
J’ai ouï le loup, le renard chanter,
C’est moi-même qui les ai rechignés,
J’ai ouï le loup, le renard, le lièvre,
C’est moi-même qui les ai rechignés,
J’ai ouï le loup, le renard chanter.

C’est dans trois ans je m’en irai,
J’ai vu le loup, le renard danser.
C’est dans trois ans je m’en irai,
J’ai vu le loup, le renard danser.

J’ai vu le loup, le renard, le lièvre,
J’ai vu le loup, le renard danser,
C’est moi-même qui les ai revirés,
J’ai vu le loup, le renard, le lièvre,
C’est moi-même qui les ai revirés,
J’ai vu le loup, le renard danser.

C’est dans deux ans je m’en irai,
J’ai vu le loup, le renard danser.
C’est dans deux ans je m’en irai,
J’ai vu le loup, le renard danser.

J’ai vu le loup, le renard, le lièvre,
J’ai vu le loup, le renard danser,
C’est moi-même qui les ai revirés,
J’ai vu le loup, le renard, le lièvre,
C’est moi-même qui les ai revirés,
J’ai vu le loup, le renard danser.

C’est dans un an je m’en irai,
J’ai vu le loup, le renard danser.
C’est dans un an je m’en irai,
J’ai vu le loup, le renard danser.

J’ai vu le loup, le renard, le lièvre,
J’ai vu le loup, le renard danser,
C’est moi-même qui les ai revirés,
J’ai vu le loup, le renard, le lièvre,
C’est moi-même qui les ai revirés,
J’ai vu le loup, le renard danser.


L’altra notte, mentre salivamo il sentiero che passa vicino a casa per l’ultima passeggiata prima di andare a nanna, Puck e io abbiamo visto il lupo. È un grosso lupo nero che vive da solo nei boschi qui intorno; l’avevamo già incontrato in altre occasioni negli anni scorsi, ma mai così da vicino. Poco prima della sua comparsa Puck si è irrigidito fiutando l’aria e guardando un punto dove il sentiero passa fra vecchie case disabitate: da lì pochi istanti dopo è arrivato di gran carriera il lupo. Puck è stato molto coraggioso: prima che io potessi fare un gesto qualsiasi l’aveva già messo in fuga. Per fortuna, nessuno si è fatto male.


2019.15

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Gli dèi e gli eroi, parte 2ª: gli eroi

Jacques Offenbach (20 giugno 1819 - 1880): La belle Hélène, ouverture. Portland Youth Philharmonic Alumni Orchestra, dir. David Hattner.
Il libretto della Belle Hélène, opéra bouffe in 3 atti, è un capolavoro di Henri Meilhac e Ludovic Halévy; l’operetta andò in scena al Théâtre des Variétés il 17 dicembre 1864.

Trama. ATTO I: le donne di Sparta si apprestano a celebrare le adònie, cerimonie funebri in onore di Adone; amore è morto, piange la bellissima sposa del re Menelao, Elena: infatti al mondo non c’è più passione. Ma è giunta notizia del «concorso di bellezza» del monte Ida, e Elena chiede informazioni in proposito al «grand’àugure di Giove» Calcante: a quanto sembra, Paride ha assegnato il pomo della vittoria a Venere, che in cambio gli ha promesso l’amore della donna più bella del mondo, e non v’è dubbio che questa sia proprio la regina di Sparta. In effetti Paride è già in città, travestito da pastore; egli incontra Elena presso il tempio di Giove, ed è un coup de foudre. I re della Grecia indicono un concorso di sciarade: sempre fingendosi un umile pastore, Paride vi partecipa e lo vince, e solo quando sta per essere incoronato da Elena rivela la propria identità, suscitando la sorpresa generale («l’homme à la pomme!»). Per favorire l’incontro del principe, raggiante di gioia, con la titubante regina, Calcante annuncia la volontà di Giove: Menelao dovrà recarsi a Creta e rimanervi per un mese.
ATTO II: il mese è trascorso, ma Elena resiste ancora a Paride; la regina confessa però a Calcante di essere disposta ad approfondire la conoscenza dell’amato almeno «in sogno», e coricandosi chiede al subdolo augure di procurarle appunto quel sogno così tanto desiderato. A togliere Calcante dall’imbarazzo provvede lo stesso Paride, che poco dopo, non appena la donna s’è addormentata, s’intrufola nell’appartamento; Calcante si allontana. Non è che un sogno, sussurra il principe all’estasiata regina: un bellissimo sogno d’amore, ripete Elena lasciandosi infine cadere fra le braccia di Paride, proprio nel momento in cui rientra Menelao… Furibondo, quest’ultimo chiama a gran voce gli altri re della Grecia e li accusa di non aver vegliato sulla virtù della regina; invitato in malo modo ad andarsene, Paride si allontana lanciando una sfida: a che pro scaldarsi tanto, se gli stessi dèi sono dalla sua parte?
ATTO III: nel centro balneare di Nauplia, ove l’intera corte si trova in villeggiatura, non è facile per Elena spiegare al gelosissimo marito che tutto ciò di cui egli la rimprovera è avvenuto in un sogno. Gli altri re fanno notare a Menelao che non è prudente, da parte sua, opporsi al volere di una dea: ma egli ribatte che non cederà mai la propria moglie, e annuncia che per risolvere la questione ha scritto a Citera chiedendo aiuto al grand’augure di Venere. Questi giunge infatti a bordo di una galera, canta una tirolese e sùbito dopo annuncia il volere della dea: Elena si recherà con lui a Citera, ove sacrificherà cento giovenche bianche; Menelao, più che soddisfatto, impone alla riluttante regina di partire. Avviene dunque l’imbarco per Citera; ma l’augure non è altri che Paride: mentre la nave si allontana, egli si toglie il travestimento e insolentisce Menelao. La guerra di Troia si farà.


Paride
Paride sul frontespizio


Finale dell’operetta: la tyrolienne di Paride e l’imbarco per Citera (visibile solo su Youtube).

Le culte de Vénus est un culte joyeux :
Je suis gai, soyez gais, il le faut, je le veux!


Jahyer e Darjou
Oreste, Paride, Elena e Calcante visti da Octave-Édouard-Jean Jahyer e Henri-Alfred Darjou (1864)

Gli dèi e gli eroi, parte 1ª: gli dèi

Jacques Offenbach (20 giugno 1819 - 1880): Orphée aux enfers, ouverture. BBC Philharmonic Orchestra, dir. Yan Pascal Tortelier.
Per la verità non esistono ouvertures “autentiche” delle operette di Offenbach: quelle che vengono proposte come tali sono in realtà composizioni apocrife, per lo più create per allestimenti extra-parigini dei lavori offenbachiani. Il brano qui diretto da Tortelier è un pot-pourri di temi dell’Orphée composto dall’austriaco Carl Binder (1816 - 1860) in occasione della 1ª rap­pre­sen­ta­zione viennese dell’operetta (1860).

Orphée aux enfers fu presentata al pubblico dei Bouffes-Parisiens come opéra bouffon in 2 atti e 3 quadri il 28 ottobre 1858; il libretto era stato redatto da Hector Crémieux e Ludovic Halévy (quest’ultimo, divenuto segretario generale al Ministero per l’Algeria, non poté firmare il testo definitivo; Offenbach fece in modo che il suo nome comparisse ugualmente, dedicandogli l’opera). Più tardi Offenbach riprese in mano la partitura per sottoporla a una profonda revisione: andò in scena il 7 febbraio 1874 come opéra-féerie in 4 atti e 12 quadri.

Trama. ATTO I: nella campagna presso la città di Tebe sorgono l’una di fronte all’altra la casa di Orfeo, «direttore dell’Orphéon di Tebe», violinista e insegnante di musica, e quella di Aristeo, pastore e apicultore. Orfeo e Euridice, marito e moglie, non si sopportano; soprattutto, Euridice non può soffrire le interminabili sviolinate che Orfeo si ostina a propinarle. Sorpresa dal coniuge mentre adorna di fiori la porta della capanna di Aristeo, Euridice ammette di essersi perdutamente innamorata del vicino di casa: Orfeo, contrariato ma tutt’altro che geloso, allontanandosi alla volta di Tebe lascia intendere di aver preparato nel vicino campo di grano una trappola mortale per l’incauto amante di Euridice. Cantando le gioie ecologiche dell’umile pastore d’Arcadia giunge Aristeo; preoccupatissima, Euridice si precipita ad avvertirlo del pericolo, ma viene morsa da un serpente velenoso: in realtà, Aristeo è Plutone e ha assunto sembianze mortali per avvicinare la bella moglie di Orfeo; egli stesso ha suggerito allo stolido musicista il trabocchetto di cui Euridice è rimasta vittima. Mentre la donna agonizza melodiosamente e senza soffrire, Plutone assume il suo vero aspetto di divinità infernale, provoca una tempesta scuotendo il bidente, che poi affida a Euridice perché con una delle sue punte incida in lettere di fuoco sulla porta di casa un ultimo messaggio:
  Se lascio la magione
  è perché sono morta,
  Aristeo è Plutone
  e via il diavolo mi porta!

Dopodiché Aristeo trascina con sé Euridice negli inferi. Tornato a casa, Orfeo legge il messaggio di Euridice e quasi sviene per la gioia, ma sopraggiunge un terribile personaggio, l’Opinione Pubblica, che obbliga il malcapitato – affinché ciò serva d’esempio per i posteri – a recarsi nel mondo dell’oltretomba per reclamare la sposa perduta.
ATTO II: intorno alla vetta dell’Olimpo, languidamente sdraiati su morbide nuvolette, gli dèi sono immersi nel sonno: uno dopo l’altro, Venere, Cupido e Marte rientrano da un misterioso viaggio a Citera: preso posto nelle rispettive nuvole, subito s’addormentano. Seguito dalla Notte con il suo corteo di Sogni multicolori, Morfeo si muove con circospezione fra i dormienti, agitando papaveri sotto le loro nari. Le Ore danzano intorno alla Notte e ai Sogni, obbligandoli via via a uscire di scena; giungono l’Aurora e quindi la luce del giorno, e s’odono in lontananza i corni di Diana cacciatrice: Giove invita gli dèi ad accogliere con i dovuti onori la sua figlia prediletta. Diana è molto triste: ha perso ogni traccia dell’aitante pastore Atteone; Giove ammette di averlo trasformato in cervo, facendo poi in modo che la metamorfosi fosse attribuita proprio a Diana, «giusto per salvare le apparenze». Amareggiata, Diana rimprovera a Giove di predicare bene e razzolare male, ciò che suscita l’interesse della gelosissima Giunone: si mormora infatti che proprio al padre degli dèi si debba imputare la scomparsa di una mortale, da un dio rapita al legittimo consorte. Giove si dice innocente; a trarlo d’impaccio è però l’arrivo di Mercurio, di ritorno dal regno degli inferi dove, egli dice, ci si divertiva alquanto perdurando l’assenza di Plutone, ch’è da poco rientrato in compagnia di un’avvenente signora. Giove spiega agli astanti di avere appunto convocato il signore dell’Ade perché faccia luce sulla vicenda di Euridice. Accompagnato da tre demoni giunge Plutone; ben presto comprende che Giove è perfettamente al corrente dei suoi intrighi: egli respinge ogni accusa, ma la sua posizione si fa sempre più difficile. Scoppia intanto una rivolta degli dèi, che al suono della Marsigliese proclamano a gran voce di essere stanchi del tediosissimo tran-tran dell’Olimpo. Invano Giove stigmatizza l’immoralità di Plutone: gli si rinfacciano le molteplici «scappatelle» con graziose mortali, e Giunone vorrebbe addirittura il divorzio. Ma ancora una volta la situazione volge in favore del re degli dèi: annunciato da Mercurio e sempre pungolato dall’Opinione Pubblica, giunge infatti Orfeo; ascoltate le sue insincere lamentele, Giove proclama solennemente la propria volontà: Plutone è condannato a restituire Euridice al vedovo inconsolabile. E aggiunge che, per controllare che la sentenza sia effettivamente eseguita, egli stesso si recherà nell’Ade; gli dèi l’implorano di portarli con sé, e Giove astutamente, per chetare ogni velleità di rivolta, accoglie la loro richiesta: sicché condurrà negli inferi l’Olimpo al gran completo.
ATTO III: nel boudoir di Plutone, Euridice si annoia terribilmente; l’amore degli dèi, le avevano detto, è fonte di ineffabili delizie, ma Plutone l’ha abbandonata ormai da due giorni, senz’altra compagnia che quella di un goffo domestico, John Styx. Ammaliato da Euridice ed ebbro dell’acqua del Lete, questi tenta un maldestro approccio, raccontando di essere stato, in vita, un importante personaggio, un re di Beozia. All’arrivo degli dèi, John rinchiude Euridice nell’appartamento di Plutone. Giove è ben deciso a conoscere la bella mortale che Plutone si ostina a nascondergli; convoca perciò i tre giudici infernali, Minosse, Eaco e Radamante, e come testimone il portinaio Cerbero: ma sono tutti al soldo di Plutone, e la seduta del tribunale degenera in rissa, nel corso della quale Cerbero azzanna Giove. Furioso, questi ristabilisce l’ordine lanciando fulmini e saette; mentre gli altri si mettono in salvo, Cupido offre all’amato padre il proprio aiuto per rintracciare Euridice: sguinzaglia perciò una brigata di policemen dell’Amore, che in breve scoprono il luogo in cui la donna è segregata. Per consentirgli di introdursi nella stanza, Cupido trasforma Giove in mosca, in modo che possa passare attraverso il buco della serratura. Euridice è talmente demoralizzata per la noia e per la solitudine che accoglie con gioia l’arrivo del grosso insetto, con il quale intona un tenero duetto d’amore: l’una canta, l’altro ronza. Giove si fa riconoscere e promette a Euridice di liberarla e di portarla con sé sull’Olimpo, poi vola via dalla finestra. Sopraggiunge Plutone, che ha saputo della metamorfosi: troppo tardi.
ATTO IV: tutti gli dèi prendono parte a una grande festa lungo le rive dello Stige; mascherata da baccante, Euridice canta un appassionato inno a Bacco. Giove l’invita quindi a danzare un minuetto, cui fa seguito un galop indiavolato, al termine del quale i due contano di allontanarsi senza farsi notare. Ma Plutone, che li teneva d’occhio, sbarra loro la strada; segue un nuovo litigio, che ha termine quando il dio degli inferi ricorda al signore dell’Olimpo la promessa fatta a Orfeo, «quel piccolo trovatore». «Miserere!», esclama Giove, che se n’era completamente dimenticato. S’ode avvicinarsi il suono lamentoso di un violino: Orfeo e l’Opinione Pubblica risalgono lo Stige a bordo di una barca. Giove è costretto a mantenere la parola data, ma pone a Orfeo una condizione: egli dovrà incamminarsi verso lo Stige precedendo Euridice e senza mai voltarsi, altrimenti la perderà, e questa volta per sempre. Dietro l’Opinione Pubblica, che l’esorta a obbedire, Orfeo si avvia mestamente; alle sue spalle Euridice, velata, è condotta per mano da John Styx. Giove è inquieto: non avrà forse contato invano sulla curiosità del musicista? «Non si volta! Tanto peggio, ora lo fulmino!»; e lancia in direzione di Orfeo un vigoroso calcione elettrico che attraversa l’intera scena sotto forma d’una scintilla: colpito nel fondoschiena, il disgraziato si volta bruscamente; Euridice scompare dalla sua vista, l’Opinione Pubblica recrimina, Orfeo si difende: «è stato un movimento involontario». Plutone gongola pensando di poter finalmente disporre della donna, ma Giove ne raffredda l’entusiasmo annunciando che farà di lei una baccante. Euridice, affranta, intona un’invocazione a Bacco sulle note del galop infernale, ma ora un accento malinconico pervade il suo canto: alla fine della favola, del tanto decantato amore degli dèi non ha potuto gustare che un ben modesto assaggio.

Doré
Il galop enfernal visto da Gustave Doré


Orphée aux enfers, atto IV (originariamente atto II, scena 2a). Si tratta di un allestimento dell’Opéra National de Lyon diretto da Marc Minkowski, con una strepitosa Natalie Dessay (Euridice) – voi sapete già quanto io ami quella donna, Offenbach l’avrebbe adorata 🙂

In questa pagina di YouTube potete ascoltare la versione del 1874, integrale, in una bellissima incisione discografica del 1979, diretta da Michel Plasson, con la partecipazione di interpreti di grande bravura, fra i quali Mady Mesplé (Euridice), Charles Burles (Aristeo/Plutone), Michel Trempont (Giove), Jane Rhodes (l’Opinione Pubblica) e Michel Sénéchal (Orfeo).


1889
Vignetta del 1889

Queste bellezze senza pari…

Jacques Offenbach: Mesdames de la Halle, opérette-bouffe in 1 atto su libretto di Armand Lapointe. Ensemble Choral «Jean Laforge», Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo, dir. Manuel Rosenthal; fra i cantanti, segnalo Charles Burles nel ruolo di Raflafla e Mady Mesplé in quello di Ciboulette (*).
Rappresentata per la prima volta nella Salle Choiseul del Théâtre des Bouffes-Parisiens il 3 marzo 1858 (pochi mesi prima dello straordinario successo di Orphée aux enfers), questa spassosa operetta è una satira ben calibrata che prende di mira un genere operistico molto in voga nel teatro musicale della prima metà dell’Ottocento, non solo francese: mi riferisco a certi drammoni familiari «alla Meyerbeer», i cui protagonisti hanno alle spalle un passato doloroso e il cui momento culminante è costituito dal più o meno miracoloso ritrovamento di un figlio creduto scomparso per sempre.

Trama. La vicenda ha luogo nel 1837 (**) in Parigi, al Mercato degli Innocenti, presso la fontana omonima. Ferve l’attività di numerosi commercianti, dei quali risuonano incessantemente i richiami; si distinguono per singolare intensità le voci di Madame Poiretapée, pescivendola, e delle venditrici di frutta e verdura Madame Madou e Madame Beurrefondu (ruoli en travesti, affidati rispettivamente a un tenore e a due baritoni). Le tre donne, non più nel fiore degli anni, sono assai danarose: e dichiaratamente per motivi d’interesse il tamburmaggiore Raflafla le corteggia con assiduità; ma invano, giacché le tre signore gli confidano di aver rinunciato all’amore in gioventù, dopo essere state abbandonate dai rispettivi mariti. In realtà, le megere hanno messo gli occhi sul giovane sguattero Croûte-au-Pot, il quale a sua volta ama di un amore sincero la graziosa fruttivendola Ciboulette; quest’ultima ricambia i sentimenti di Croûte-au-Pot, ma è colta da un inspiegabile batticuore ogni volta che incontra Raflafla. Dopo un vivace battibecco, nel corso del quale le tre attempate venditrici vengono alle mani, s’inizia una grottesca serie di rivelazioni: prima Madame Beurrefondu, poi Madame Madou credono di riconoscere in Ciboulette la figlia perduta in giovanissima età e, sopraffatte dall’emozione, a turno perdono i sensi e cadono nella grande vasca della Fontana degli Innocenti. Sull’intricata vicenda fa luce infine una lettera che Ciboulette conserva da quando era bambina: la fanciulla è in realtà figlia di Raflafla (noto in gioventù come sergente Larissol) e di Madame Poiretapée (già Célimène Crapuzot): i due si rassegnano perciò – reprimendo, è vero, un certo ribrezzo – a riprendere le consuetudini coniugali, mentre Ciboulette e Croûte-au-Pot possono coronare il proprio sogno d’amore.

Viv’ ces beautés sans égale!
Viv’ les dames de la halle!

(*) Si tratta, credo, della prima incisione discografica integrale di Mesdames de la Halle, messa in commercio nel 1983 in un cofanetto comprendente altre due operette di Offenbach.
(**) Secondo en.wikipedia l’operetta sarebbe ambientata ai tempi di Luigi XV (regnante dal 1715 al 1774), mentre il libretto usato per la versione diretta da Rosenthal colloca l’azione nel 1873.

Mercato e Fontana degli Innocenti nel 1822
Mercato e Fontana degli Innocenti nel 1822

1ª rappresentazione Parigi, Théâtre des Bouffes-Parisiens, Salle Choiseul, 3 marzo 1858
personaggi e interpreti Mme Poiretapée (tenore): Léonce (Édouard-Théodore Nicole)
Mme Madou (baritono): Désiré (Amable Courtecuisse)
Mme Beurrefondu (baritono): Georges-Louis Mesmaecker
Raflafla (tenore): Edmond Duvernoy
Le Commissaire (baritono): Prosper Guyot
Marchand d’habits (tenore): Jean Paul
Ciboulette (soprano): Marguerite Chabert
Croûte-au-Pot (soprano): Lise Tautin
Marchande de plaisirs (soprano): Mlle Baudoin
Marchande de fruits (soprano): Marie Cico
Marchande de légumes (mezzosoprano): Mlle Kunzé
Marchande de pois verts (soprano): Mlle Byard
Frequentatori del mercato, poliziotti, soldati
1ª edizione G. Brandus & S. Dufour, Parigi 1858 (spartito)
edizioni online
(pubblico dominio)
libretto : grazie a Wikisource è disponibile online il libretto originale (in francese)
spartito : scansione dell’edizione Brandus & Dufour di cui sopra ⇒ Biblioteca Musicale Petrucci

Offenbach: Mesdames de la Halle


JO
Jacques Offenbach
20 giugno 1819 – 5 ottobre 1880

Wagner-quadriglie

Gabriel Fauré (12 maggio 1845-1924) e André Messager (1853-1929): Souvenirs de Bayreuth, «Fantaisie en forme de quadrille sur les thèmes favoris de L’Anneau du Nibelung de Richard Wagner» per pianoforte a 4 mani (c1880). Pierre-Alain Volondat e Patrick de Hooge.


Emmanuel Chabrier (1841-1894): Souvenirs de Munich, «Fantaisie en forme de quadrille sur les thèmes favoris de Tristan et Isolde de Wagner» (1885-86). Pinuccia Giarmanà e Alessandro Lucchetti.


Souvenirs de Bayreuth
Souvenirs de Munich

Minuetti

Charles Dieupart (1667-1740): Menuet, n. 6 della Suite in fa minore per flauto o violino e basso continuo (1701). Il Giardino Armonico, dir. Giovanni Antonini. Coreografia: Musica et Saltatoria.



Schubert: Minuetto in do diesis minore D 600 (1814), eseguito insieme con il Trio in mi maggiore D 610.


Scene tratte dal film di Roman Polański Per favore, non mordermi sul collo! (The Fearless Vampire Killers, 1967). La musica è di Krzysztof Komeda (pseudonimo di Krzysztof Trzciński, 1931-1969), il quale compose le colonne sonore di altri due film di Polański, Il coltello nell’acqua (1962) e Rosemary’s Baby (1968). Coreografia di Tutte Lemkow (1918-1991).


The Fearless Vampire Killers