Capricorn Concerto

Samuel Barber (1910 - 1981): Capricorn Concerto per flauto, oboe, tromba e archi op. 21 (completato l’8 settembre 1944). Eastman-Rochester Orchestra, dir. Howard Hanson (incisione del 1959).

  1. Allegro ma non troppo
  2. Allegretto [7:12]
  3. Allegro con brio [10:09]

Capricorn è la casa di Mount Kisco (stato di New York) che Barber acquistò insieme con Gian Carlo Menotti nel 1943; il nome è dovuto al fatto che l’edificio godeva del massimo dell’illuminazione solare durante l’inverno.


Aria con l’eco

Johann Sebastian Bach (1685 - 1750): «Flösst, mein Heiland, flösst dein Namen», aria per so­prano, oboe e organo, dalla IV parte del Weihnachtsoratorium BWV 248 (1734). Nancy Argenta, soprano; The English Baroque Soloists, dir. John Eliot Gardiner.
Testo di Christian Friedrich Henrici alias Picander:

Flößt, mein Heiland, flößt dein Namen
Auch den allerkleinsten Samen
Jenes strengen Schreckens ein?
Nein, du sagst ja selber nein.

(Echo: Nein! )


Sollt ich nun das Sterben scheuen?
Nein, dein süßes Wort ist da!
Oder sollt ich mich erfreuen?
Ja, du Heiland sprichst selbst ja.

(Echo: Ja! )
Potrà il tuo nome, Redentore, infondere
anche il più piccolo seme
di quel tremendo terrore?
No, tu stesso dici no.
(Eco : No!)


Dovrei dunque temere la morte?
No, la dolce tua parola è qui.
Oppure dovrei rallegrarmi?
Sì, Redentore, tu stesso dici sì.
(Eco : Sì!)

«Flösst, mein Heiland» è una parodia dell’aria «Treues Echo dieser Orten» per contralto, oboe d’amore e orchestra, quinto brano della cantata profana Lasst uns sorgen, lasst uns wachen (Die Wahl des Herkules) BWV 213, composta l’anno precedente (1733) per l’undicesimo compleanno del principe elettore Federico Cristiano di Sassonia (1722 - 1763):

Carolyn Watkinson, contralto; Kammerorchester Berlin, dir. Peter Schreier.
Testo dello stesso Picander:

Treues Echo dieser Orten,
Sollt ich bei den Schmeichelworten
Süßer Leitung irrig sein?
Gib mir deine Antwort: Nein!

(Echo: Nein! )


Oder sollte das Ermahnen,
Das so mancher Arbeit nah,
Mir die Wege besser bahnen?
Ach! so sage lieber: Ja!

(Echo: Ja! )
Eco fedele di questi luoghi,
dovrò da parole adulatrici
essere indotto in errore?
Dammi la tua risposta: No!
(Eco : No!)


Oppure sarà l’esortazione
che prelude a così tanta fatica
a indicarmi correttamente la via?
Oh! Allora dimmi piuttosto: Sì!
(Eco : Sì!)

Due Jean-Baptiste Loeillet

Jean-Baptiste Loeillet, detto «Loeillet di Londra» (1680 - 19 luglio 1730): Triosonata in fa maggiore op. 2 n. 2 (1725). Ensemble Pro Musica Antiqua.

  1. Largo
  2. Allegro
  3. Largo
  4. Allegro

Jean-Baptiste Loeillet, detto «Loeillet di Gand» (1688 - c1720): Triosonata in la minore op. 1 n. 1 (1710). Daniel Rothert, flauto dolce; Vanessa Young, violoncello; Ketil Haugsand, clavicembalo.

  1. Largo
  2. Allegro
  3. Adagio
  4. Giga: Allegro

I due Jean-Baptiste erano cugini di primo grado. In passato l’omonimia creò qualche problema di attribuzione: nel 1909 il compositore francese Alexandre Béon (1862 - 1912) arrangiò per violino, violoncello e pianoforte una triosonata del Loeillet di Londra e l’attribuì al Loeillet di Gand. L’arrangiamento in questione è molto bello; eccolo nell’interpretazione dell’Eroica Trio:

  1. Largo
  2. Allegro con spirito [4:18]
  3. Adagio [6:00]
  4. Allegro [7:16]

Un dolce tormento

Clément Janequin (c1485 - 1558): Il estoit une fillette, chanson a 4 voci (pubblicata nell’antologia Le Parangon des chansons, Livre 9, 1541, n. 14). Ensemble «Clément Janequin».

Il estoit une fillette
qui voulait scavoir le jeu d’amour.
Un jour qu’elle estoit seulette,
je luy en appris deux ou trois tours.
Après avoir senty le goust
elle me dit en soubzriant:
«Le premier coup me semble lour
mais la fin me semble friant».
Je luy dit «Vous me tentez»,
elle me dit «Recommencez!»
Je l’empoigne, je l’embrasse, je la fringue fort.
Elle crie «Ne cessez!»
Je lui dis «Vous me gastez,
Laissez moy, petite garce, vous avez grant tort».
Mais quand ce vint à sentir le doulx point
vous l’eussiez veu mouvoir si doulcement
que son las cueur luy tremble fort et poingt,
mais dieu merci c’estoit un doulx tourment.


La chanson del ‘500 ha una certa importanza anche per quanto riguarda la musica… strumentale. La quale per tutto il corso del Medioevo non aveva avuto una propria autonomia: gli strumenti erano sempre utilizzati di supporto al canto, raddoppiando le voci (questo avviene quando una voce e uno strumento eseguono la stessa melodia) oppure sostituendone qualcuna in caso di necessità. Poi, in epoca rinascimentale, alcuni strumentisti particolarmente abili (oggi diciamo virtuosi), segnatamente liutisti e clavicembalisti/organisti, cominciarono a trascrivere per il proprio strumento le chanson francesi più in voga: la prassi si diffuse un po’ dovunque – in Italia grazie a maestri come Francesco da Milano, liutista, e Andrea Gabrieli – dando inizio alla storia della musica strumentale vera e propria.
Alcune chanson trascritte per ensemble strumentale si trovano poi nel famoso Terzo Libriccino di musica (Danserye) pubblicato a Anversa nel 1551 da Tielman Susato, contenente un’ampia antologia di musiche per la danza; fra queste v’è appunto Il estoit une fillette di Janequin:

Tielman Susato (c1510/15 - c1570), da Janequin: Den VII Ronde: Il estoit une fillette eseguita da un quartetto di cromorni. Membri della Camerata Hungarica, dir. László Czidra.
Il cromorno, in italiano detto anche cornomuto torto, è uno strumento a ancia doppia incapsulata: appartiene dunque alla famiglia degli oboi.

Diaulo

Ascoltiamo questo signore, Max Brumberg, mentre improvvisa sul doppio oboe (diaulo, in greco διαυλός) che egli stesso ha costruito prendendo a modello un antichissimo strumento ritrovato in Egitto e attualmente conservato al Louvre.
Il risultato, cioè quanto possiamo qui ascoltare, non deve essere molto dissimile dalla musica suonata dagli antichi auleti, i virtuosi di αὐλός – che (repetita iuvant) è un oboe, non un flauto. Ritengo sia utile ribadire il concetto perché, nonostante gli sforzi di linguisti e musicologi, la parola αὐλός viene ancora sovente tradotta in italiano con il termine “flauto”.

Suonatrice di diaulo (oboe doppio)

Nei flauti il suono viene prodotto convogliando un flusso d’aria in modo che vada a infrangersi contro uno spigolo, una tacca, un intaglio (si parla infatti di “suono di taglio”), mettendo così in vibrazione l’aria contenuta all’interno di una cavità che può essere cilindrica (flauti propriamente detti) o sferoidale (flauti globulari, come per esempio l’ocarina).
Negli oboi, invece, la vibrazione della colonna d’aria è indotta da quella di una doppia ancia, la quale viene imboccata direttamente dall’esecutore, oppure inserita all’interno di una apposita capsula (ancia incapsulata).
Il timbro dell’oboe è completamente diverso da quello del flauto, e anche la robustezza del suono è ben più consistente nell’oboe. Il nome di questo strumento, infatti, proviene dal francese hautbois, che un tempo si pronunciava all’incirca oboè ; era così detto perché, nell’ambito della musica di corte, era destinato alle esecuzioni all’aperto (haute musique, in contrapposizione alla basse musique che si eseguiva all’interno dei palazzi con strumenti dal suono più flebile).

Un errore assai comune


Insomma, chi ha orecchie per intendere intenda 🙂