Terza piccarda

Dietrich Buxtehude (1637 - 1707): «Alleluia» dalla cantata Der Herr ist mit mir BuxWV 15. Ensemble Accentus, Insula Orchestra, dir. Laurence Equilbey.
Questa breve e deliziosa composizione su basso ostinato si evolve per intero nell’ambito tonale di do minore, salvo poi risolversi in un solare accordo di do maggiore, ossia con una formula cadenzale comunemente detta terza piccarda o di Piccardia. Secondo Jean-Jacques Rousseau (Dictionnaire de musique, 1767) il nome sarebbe dovuto al fatto che questo tipo di cadenza fu a lungo impiegato nella musica liturgica, e quindi in Piccardia, regione storica della Francia set­ten­trio­nale, ricca di chiese e cattedrali:

«Tierce picarde parce que cette façon de terminer a survécu le plus longtemps dans la musique re­li­gieuse et donc en Picardie, où il y a de la musique dans un grand nombre de cathédrales et d’églises» (Dictionnaire, p. 727).

Secondo altri studiosi, la denominazione deriverebbe invece dall’antico francese picart, vale a dire pungente, acuto, con riferimento al segno della grafia musicale (diesis o bequadro) che trasfor­ma appunto in maggiore un accordo minore. Ma nemmeno questa spiegazione pare soddisfacente.


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D’un geloso pensier gl’aspri tormenti

Domenico Zanatta (c1665 - 5 agosto 1748): Gelosia, cantata per voce e basso continuo (da Intrecci armonici diversi… opera quarta, 1696). Flavio Ferri-Benedetti, controtenore; ensemble Musica Fiorita, dir. Daniela Dolci.

Dimmi, amor, qual pena sia
più maggior di gelosia
ad un cor ch’ama fedel.

Ella sparge dentro al seno
il più perfido veleno
e l’ardore più crudel.

Oh, Dio, quanto tiranna è la tua legge,
o faretrato arcero,
ingiusto è il tuo comando
se a chi vive adorando
decreti che sia il fin de’ suoi contenti
d’un geloso pensier gl’aspri tormenti.

Deh, lasciami in pace,
tiranna de’ cori,
crudel gelosia.

Quest’alma si sface
tra i rigidi ardori
di tua tirannia.

Il mio servir costante,
l’esser fedel amante
fomenta maggior fiamme al seno mio
s’ancor il mio desio
mascherando di gioia i suoi martiri
scuote a rigor di pene anco i sospiri.

Oh, Dio, che acerba pena
è il viver in catena
e aver geloso il cor.

Egl’è un sì fier martire
che l’alma fa languire
in grembo del dolor.


Intrecci armonici

Quella pace gradita

Alessandro Scarlatti (2 maggio 1660 – 1725): Quella pace gradita, cantata da camera per soprano, flauto dolce, violino, violoncello e basso continuo H 610. Alicia Amo, soprano; ensemble La Ritirata, dir. Josetxu Obregón.

I. Sinfonia: Andante

II. Quella pace gradita (recitativo)

Quella pace gradita,
ch’or non alberga più dentro al mio seno,
fa che la propria vita odio ed aborro.
Amor, tu sai s’io peno
e se penai la serie di tant’anni,
ma ne raccolsi sol messe d’affanni.
Or questa pover’alma,
che stanca è di soffrir, cerca la calma.

III. Crudel tiranno Amore (aria)

Crudel tiranno Amore,
non più tormenti, no,
non tante pene.
Ché stanco questo core
soffrir già più non può
tante catene.

IV. O voi selve beate (recitativo)

O voi selve beate,
che nel sen racchiudete un silenzio,
una quiete sì gradita
che a star con voi m’invita;
oh, quanto, o Dio, invidio la tua sorte,
caro augellin che godi
tra quei graditi orrori
nell’innocenza tua i puri amori.

V. Care selve, soggiorni di quiete (aria)

Care selve, soggiorni di quiete,
star con voi sol brama il mio cor.
Stanco di più penar,
or brama di passar l’ore più liete
lontano dalle cure, e dall’Amor.

VI. Lungi, lungi da me, tiranno Amore (recitativo)

Lungi, lungi da me, tiranno Amore;
che quest’alma è avvilita
da sognati contenti,
da continui tormenti,
che m’opprimono il cor per tua cagione,
e me fanno bramare
d’abitar nelle selve,
di viver tra le belve.
Sì, sì, verrò a trovarvi,
solitudini amate:
date ricetto a un infelice core,
che dentro a voi nascoso
spera trovar riposo.

VII. Teco, o mesta tortorella (aria)

Teco, o mesta tortorella,
viver voglio in compagnia.
Dov’è ’l bosco più frondoso,
dove più la selva è bella
starò ascoso per dar quiete all’alma mia.


A. Scarlatti, Quella pace gradita

La mia mente m’è confusa – IV

Johann Sebastian Bach (1685 – 1750): Ach Herr, mich armen Sünder, cantata BWV 135 (1724). Knabenchor Hannover, dir. Heinz Hennig; Collegium Vocale Gent, dir. Philippe Herreweghe; Leonhardt-Consort, dir. Gustav Leonhardt.

  1. Coro: Ach Herr, mich armen Sünder
  2. Recitativo (tenore): Ach heile mich, du Arzt der Seelen [4:45]
  3. Aria (tenore): Tröste mir, Jesu, mein Gemüte [5:53]
  4. Recitativo (contralto): Ich bin von Seufzen müde [9:12]
  5. Aria (basso): Weicht, all ihr Übeltäter [10:10]
  6. Corale: Ehr sei ins Himmels Throne [13:10]

Il primo e l’ultimo brano sono costruiti sulla melodia di Hans Leo Hassler che già conosciamo.



A proposito della passacaglia

Brevi note per unallegropessimista 🙂

Passacaglia è il nome generico di una danza secentesca di origine spagnola e della forma musicale tradizionalmente associata alla danza stessa, in ritmo ternario e di andamento lento. Fra Seicento e Settecento la passacaglia si affermò nella musica d’arte assumendo la forma di variazioni sopra un tema, sopra uno schema armonico o sopra un basso ostinato; sotto il profilo musicale, la passacaglia è di fatto simile alla ciaccona, tanto che a lungo i due termini furono considerati equivalenti.
Numerosi musicisti si sono dedicati alla composizione di passacaglie; uno dei primi è Girolamo Frescobaldi:


Nell’ambito della musica teatrale, una passacaglia assai nota si trova nel V atto dell’Armide di Lully:


La Passacaglia con Fuga BWV 582 di Bach è uno dei più grandi capolavori della musica organistica d’ogni tempo:


Fra le passacaglie più celebri va annoverata quella in sol minore di Georg Friedrich Händel; fa parte di una Suite per clavicembalo (la n. 7, HWV 432) ed è una passacaglia sui generis perché ha ritmo binario anziché ternario. La versione originale suona così:


Nel 1897, quasi centoquarant’anni dopo la morte di Händel, il compositore norvegese Johan Halvorsen elaborò un adattamento per violino e viola della Passacaglia in sol minore:


Tanto della versione originale di Händel quanto della rielaborazione di Halvorsen esistono vari arrangiamenti per strumenti diversi. Fino a qualche anno fa, un adattamento per arpa (eseguito da Anna Palomba Contadino) era ben noto agli abbonati Rai:


Un’altra famosa passacaglia si trova nel IV movimento del Quintettino op. 30 n. 6 di Luigi Boccherini, noto anche come Musica notturna delle strade di Madrid:


È una passacaglia il Finale della Quarta Sinfonia di Brahms, costituito da una serie di 32 variazioni sopra il tema conclusivo della cantata Nach dir, Herr, verlanget mich BWV 150 di Bach.


Troviamo una passacaglia, poi, fra i capolavori della musica del Novecento: è l’opus 1 di Anton Webern:


HWV 432

Sinfonia del fuoco – I

Ildebrando Pizzetti (1880 - 13 febbraio 1968): Sinfonia del fuoco per baritono, coro e orchestra su testo di Gabriele d’Annunzio, composta per la scena del sacrificio nel film Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone. Boris Statsenko, baritono; Städtischer Opernchor Chemnitz, Robert-Schumann-Philharmonie, dir. Oleg Caetani.

Invocazione a Moloch

IL PONTEFICE:
Re delle due zone, t’invoco,
respiro del fuoco profondo,
gènito di te, primo nato!

IL CORO:
Eccoti i cento puri fanciulli,
inghiotti! Divora! Sii sazio!
Karthada ti dona il suo fiore.

IL PONTEFICE:
Odimi, creatore vorace,
che tutto generi e struggi,
fame insaziabile, m’odi!

IL CORO:
Eccoti la carne più pura!
Eccoti il sangue più mite!
Karthada ti dona il suo fiore.

IL PONTEFICE:
Consuma il sacrificio tu stesso
nelle tue fauci di fiamma,
o padre e madre, o tu dio e dea!

IL CORO:
O padre e madre, o padre e figlio,
o tu dio e dea! Creatore vorace!
Fame ardente, ruggente…


IP

Vivo in doglie e moro in pene

Agostino Steffani (1655 - 12 febbraio 1728): Placidissime catene, duetto da camera (1699). Carolyn Watkinson, mezzosoprano; Paul Esswood, controtenore; Wouter Möller, violoncello; Alan Curtis, clavicembalo.

Placidissime catene,
rallentarvi è crudeltà.
Ha perduto ogni suo bene
chi ritorna in libertà.
Vivo in doglie e moro in pene
se i miei lacci Amor disfà.

Affanni, pene e guai
voi non farete mai
ch’io mi disciolga, no!
Amor, fa’ quanto sai:
dalla prigion ch’amai
mai, mai non fuggirò.


Placidissime catene