Primo Tiento del primo tono

Francisco Correa de Arauxo (1584 - 31 ottobre 1654): I Tiento de primero tono (dal Libro de tientos y discursos de música práctica y theórica de órgano, intitulado Facultad orgánica, 1626). Ángel Montero Herrero all’organo in cornu epistolae (Pedro Liborna de Echevarría, 1702) della Cattedrale di Segovia.


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Per Roberto d’Angiò

Philippe de Vitry (31 ottobre 1291 - 1361): O canenda vulgo per compita / Rex quem metrorum / Rex regum, mottetto a 4 voci. Ensemble Sequentia.
Il brano celebra Roberto d’Angiò, detto il Saggio (1277 - 1343), re di Napoli dal 1309; il sovrano non è citato nel testo, ma le lettere iniziali dei versi del motetus (2a voce) ne formano il nome (acrostico). Secondo varie testimonianze dell’epoca, Roberto d’Angiò fu un munifico mecenate e protettore delle arti, e in particolare amava la musica, dilettandosi nel cantare e nel comporre.
Il testo del triplum è una feroce invettiva contro un denigratore del re. Chi fosse questo vituperevole personaggio non ci è dato di sapere.

Triplum

O canenda vulgo per compita
ab eterno belial dedita
seculorum nephanda rabies
et delira canum insanies.
quem cum nequis carpere dentibus
criminaris neque lactrattibus
damnum colens tu quid persequeris
virum iustum et tuo deseris
rege regi quem decor actuum
illuminat quem genus strenuum
et sanctorum multa affinitas
sibi facta lux splendor claritas
corruscantem reddit pre ceteris
quemadmodum nocturnis syderis
iubar phebus perventus abtulit
dei proth dolor lapsum pertulit
iherusalem dominum proprium
ihesum spernens habes in socium.

Motetus

Rex quem metrorum depingit prima figura
Omne tenens in se quod dat natura beatis
Basis iusticie troianus iulius ausu
Ecclesie tuctor machabeus hector in arma
Rura colens legum scrutator theologie
Temperie superans augustum iulius hemo
Virtutes cuius mores genus actaque nati
Scribere non possem possint tuper ethera scribi.

Contratenor

[senza testo.]

Tenor

Rex regum.

(O indicibile follia dei nostri tempi, possa tu essere cantata a tutti su ogni strada, condannata all’inferno per l’eternità, delirio di cani pazzi! Perché perseguiti l’uomo giusto, colui che non puoi lacerare con i tuoi denti né accusare con i tuoi latrati, cercando la sua distruzione, e perché abbandoni il tuo re, che la bellezza delle opere reali illumina, che l’ascendenza nobilita e che le tante affinità con i santi, la luce che è sua, lo splendore, la limpidezza rendono più brillante di chiunque altro, allo stesso modo in cui Febo sorgendo sembra spegnere il bagliore delle stelle notturne? Tu hai come unico compagno lo stesso peccato contro Dio, miserabile a dirsi, che Gerusalemme ha commesso nel respingere il suo legittimo Signore, Gesù.

Il re che la prima lettera di questi versi raffigura racchiude in sé tutte le cose che la natura dona ai beati. È la base della giustizia, uno Iulo di Troia per il suo coraggio, un guardiano della Chiesa, un Maccabeo [cioè un guerriero valoroso, NdT], un Ettore in armi, che protegge il proprio Paese osservando allo stesso tempo le leggi della teologia, superando Giulio Augusto in temperanza. Poiché non saprei descrivere a parole le virtù, il carattere, la famiglia e le azioni di un uomo così ricco di qualità, possano queste cose essere scritte lassù nei cieli.

Re dei re.)


Con il seno pieno di cielo

Jean Mouton (c1459 - 30 ottobre 1522): Nesciens mater, mottetto a 8 voci (pubblicato nel­l’an­to­logia Motetti et carmina gallica, c1521, n. 1). The Monteverdi Choir, dir. John Eliot Gardiner.
Il mottetto consiste in un canone quadruplo alla quinta.

Nesciens mater virgo virum
peperit sine dolore
salvatorem saeculorum.
Ipsum regem angelorum
sola virgo lactabat,
ubere de caelo pleno.


Mouton: Nesciens mater

Nun lob mein’ Seel’ den Herren – II

Andreas Hammerschmidt (1611 - 29 ottobre 1675): Sonata super «Nun lob mein Seel den Herren» a 7 voci (soprano, 2 trombe, 4 tromboni) e basso continuo; pubblicata in Kirchen- und Tafelmusik, darinnen 1. 2. 3. Vocal und 4. 5. 6. Instrumenta enthalten, 1662 (n. 2). Greta de Reyghere, soprano; Ricercar Consort.

Nun lob, mein’ Seel’, den Herren,
Was in mir ist, den Namen sein!
Sein’ Wohltat tut er mehren,
Vergiß es nicht, o Herze mein!
Hat dir dein’ Sünd’ vergeben
Und heilt dein’ Schwachheit groß,
Errett’t dein armes Leben,
Nimmt dich in seinen Schoß,
Mit rechtem Trost beschüttet,
Verjüngt dem Adler gleich.
Der Kön’g schafft Recht, behütet,
Die leiden in sein’m Reich.

Er hat uns wissen lassen
Sein herrlich Recht und sein Gericht,
Dazu sein’ Güt’ ohn’ Maßen,
Es mangelt an Erbarmung nicht.
Sein’n Zorn läßt er wohl fahren,
Straft nicht nach unsrer Schuld,
Die Gnad’ tut er nicht sparen,
Den Blöden ist er hold.
Sein Güt’ ist hoch erhaben
Ob den’n, die fürchten ihn.
So fern der Ost vom Abend,
Ist unsre Sünd’ dahin.

(Salmo 103:1-2, traduzione tedesca di Johann Gramann, 1530)