Perché il pianoforte è Chopin

Questo articolo è espressamente dedicato a Paolo, figlio di Silvia Cavalieri, pianista, appassionato di Chopin.

Fryderyk Chopin (1810 - 1849): Ballata n. 4 in fa minore op. 52 (1842, rev. 1843). Jan Lisiecki, pianoforte.

Ciò che più sorprende scorrendone la biografia è che Chopin non ebbe mai un vero maestro di pianoforte: non lo erano Żywny, più violinista che pianista, né Elsner, insegnante di composizione, e nemmeno Würfel, maestro d’organo; e quando, a Parigi, Kalkbrenner si offrì di impartirgli lezioni gratuite, Fryderyk garba­ta­mente rifiutò, giustamente convinto di avere ormai poco da imparare. Dunque, per quanto concerne il pianoforte, Chopin fu essenzialmente un autodidatta: ciononostante divenne uno dei più grandi e ammirati virtuosi del suo tempo, interprete inimitabile, geniale compositore che al pianoforte dedicò l’intera attività creativa, la ricerca, la sperimentazione.
Ebbe nel proprio strumento l’unico confidente: come racconta Ferdinand Hiller, « si lasciava andare di rado, solo al pianoforte e più intensamente di ogni altro musicista che io ricordi ». « In Chopin il suono del pianoforte si identifica con l’essenza dell’ispirazione: il suo pensiero musicale è intimamente, esclu­sivamente pianistico. Pochi artisti hanno avuto come lui il privilegio di una fantasia che sa realizzarsi così intimamente nella materia eletta, di una coincidenza così perfetta tra l’invenzione e la scrittura » (Riccardo Allorto). Potremmo dire, insomma, che Chopin è il pianoforte, ma anche che il pianoforte è Chopin: perché la storia di questo strumento musicale e la stessa storia della musica giungono con il maestro polacco a un fonda­mentale punto di svolta.


NB: salvo diversa indicazione, i testi inseriti negli articoli dedicati a Chopin nel presente blog sono tratti dal volume Chopin: Signori il catalogo è questo di C. C. e Giorgio Dolza, Einaudi, Torino 2001.

23 pensieri su “Perché il pianoforte è Chopin

  1. splendido articolo, degno del tuo splendido blog!

    Viva Chopin!
    (ogni volta che l’ascolto mi rammarico profondamente dell’aver smesso di suonare. Che poi non è neanche colpa mia… Ma è una storia troppo lunga… meglio che non pensarci.
    Intanto mi godo Chopin!)

    P.s.
    bravo il ragazzo pianista, eh?

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  2. Ancora Grazie, Claudio, per il tuo pensiero gentile e per l’articolo così interessante su Chopin… pesco da vecchissimi ricordi… per Paolo piccolo la musica era pianoforte, non esisteva altro, forse per questo è sempre stato attratto da Chopin.

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  3. Credo che abbia avuto la fortuna, Chopin, da autodidatta, che nessuno gli abbia “imposto” la propria impronta. I maestri trasmettono agli allievi ciò che sanno, spesso marchiano gli allievi i quali diventano simili a loro, perdendo la propria personalità. E non alludo solo alla Musica.

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