Sinfonia di Weimar

Christoph Willibald Gluck (1714 - 15 novembre 1787): Sinfonia in sol maggiore Chen G3, Weimarer. L’Orfeo Barockorchester, dir. Michi Gaigg.

I. Allegro
II. Andante [6:56]
III. Allegro [12:14]


18 pensieri su “Sinfonia di Weimar

          • Magari! Io non sono molto sensibile nei confronti della natura, quindi mi piacerebbe. Poi, sai, se definisci me “caratteristica” solo per puntiglio, sei messo maluccio. Ero solerte? Posso anche smettere di darti tanta attenzione.

                • Appunto, è un classico: da giovani si ascolta musica sinfonica a più non posso, poi maturando ci si appassiona a organici via via più ridotti, perché a un certo punto si comprende che spesso le orchestrazioni scintillanti sono come gusci vivacemente colorati al cui interno c’è poca sostanza, mentre nella musica da camera di norma avviene l’esatto contrario.

                  Quando ho scritto che alla fine si torna a amare le melodie del vento intendevo scherzare (ma non troppo) portando al limite estremo le conseguenze, cioè il punto di arrivo di questo percorso, che ho chiamato “caratteristico” proprio perché non è affatto inusuale nelle persone dotate di una spiccata sensibilità.

                  • La notte porta consiglio e ho la sensazione di aver frainteso qualcosa, forse per via di quella tua profezia sul suono del vento, che non ho capito.
                    Che significa? Un progressivo “restringersi” del gusto musicale? Qual è il limite estremo? Un unico esecutore che suona 4 strumenti contemporaneamente? 😀 Spiega, spiega…
                    Sono consapevole che la musica sinfonica sia una forma di “ingresso facilitato” nella musica classica, e doveva saperlo bene anche mio padre che ci portava spesso, la domenica pomeriggio, al vecchio auditorium di Santa Cecilia (poi magari lui, a casa, ascoltava anche la musica elettronica, che però ci faceva male alle orecchie e ci precipitavamo increduli in salotto, come se fossero entrati i ladri!). E quando non ci andavamo, io andavo da sola, il sabato pomeriggio, con una tessera speciale per gli studenti, ad ascoltare le prove. Lì ebbi la fortuna di conoscere un ragazzo che frequentava il conservatorio e suonava il clarinetto, e lui mi spiegava qualcosa 🙂

                    • No, non è un restringersi del gusto musicale, semmai il contrario. Cominci a capire che la sostanza della musica è… la musica. Niente orpelli, niente sovrastrutture, solo la musica e basta. Il mio prof di lettura della partitura diceva che per capire il valore reale di una composizione, anche e soprattutto quando la partitura originale prevede mille esecutori (ogni riferimento all’Ottava di Mahler è puramente casuale), bisogna immaginarla eseguita da un quartetto d’archi, meglio ancora su un armonio – quasi nulla sopravvive alla lettura della partitura sull’armonio 🙂
                      (Poi, è chiaro, quella dell’orchestrazione è un’arte a sé, non tutti sono Berlioz o Rimskij-Korsakov.)
                      L’idea del suono del vento che muove i giunchi mi è venuta pensando alla musica classica cinese. In Cina avevano sviluppato un’arte musicale imperiale estremamente complessa, che prevedeva l’impiego di orchestre costituite da ampie masse di esecutori. Poi, a un certo punto, se ne sono stancati e hanno cominciato a produrre piccoli oggetti sonori, come appunto le cosiddette campane a vento. Per questo, portando come ho già scritto il ragionamento alle estreme conseguenze, ho immaginato che uno possa avere un gusto musicale talmente “sofisticato” che, dopo aver fatto abbondanti scorpacciate di musica sinfonica e dopo aver abbandonato quest’ultima a vantaggio di quella da camera, sia indotto infine a ascoltare solo più i suoni prodotti dalla Natura.

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