Fantasia canonica su B A C H

Wilhelm Middelschulte (1863 - 1943): Kanonische Fantasie über B A C H (1906). Brink Bush al­l’or­gano della St. Anne Church in Rochester (NY).
B A C H nella nomenclatura anglosassone corrispondono a SI♭ LA DO SI♮.


Middelschulte, Fantasia canonica su B A C H

22 pensieri su “Fantasia canonica su B A C H

      • Ho letto altrove che eri un po’ deluso dalla scarsa accoglienza ricevuta da questo brano. Beh, a parte l’organo ( 😀 ), sai che puoi sempre contare su di me. Anche se mi era sfuggita…

            • Qui tutto segue il principio delle giuste proporzioni. Secondo alcuni, di contemporanea ce n’è troppa. A ben vedere, se c’è un periodo della storia musicale che qui è un po’ negletto, quello è il Romanticismo 🙂

              • Dici??? A me non pare proprio. Ai concerti è il tipo di musica che “tira” di più. A me non importa, perché ho i miei cd o vado sul tubo. Ma, come per il jazz, preferisco la modernità (arrivo al free più sfrenato, anche se nel jazz non ci sono grandi novità da parecchio tempo) e, se ascoltabile, la contemporaneità. Sono una parente acquisita di Bettinelli. Ovvio che, per chi avverte le dissonanze come un “disturbo”, la musica contemporanea, ma anche quella vagamente moderna, non attecchisce. Come in tutte le cose, ci vuole curiosità, allenamento, apertura, disponibilità e… “orecchio”, come cantava Jannacci.
                Io ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove Nono era la normalità (non per me, per mio padre) e mi portavano ai concerti già quando avevo 12 anni. A questo proposito, ricordo ancora (ma forse ne avevo 14) lo scandalo suscitato da Stravinskij a S. Cecilia. Non ci potevo credere, già allora, primi anni ’60!!!

  1. Mentre ti ascolto mi son cercata questo ‘dettaglio’ a me ignoto come tanto altro ovvero che negli spartiti musicali inglesi o americani, non ritroviamo i classici Do, re, mi ecc. La notazione musicale dei paesi anglofoni, infatti, utilizza semplicemente alcune lettere dell’alfabeto.

    Interessante..come mai???

    • E’ molto semplice: gli anglosassoni (non solo gli anglofoni, anche i germanofoni) hanno mantenuto l’antichissima tradizione della notazione letterale, usata già nell’antica Grecia. Noi invece abbiamo avuto un certo Guidone d’Arezzo, ricordi? Aveva osservato che nella prima strofa dell’inno a san Giovanni Battista Ut queant laxis ogni frase musicale corrispondente a ciascuno dei primi sei versi del testo poetico ha inizio con un suono diverso dell’esacordo, e così ebbe l’idea di ribattezzare ogni suono con la sillaba corrispondente; dunque:
      Ut queant laxis
      resonare fibris
      mira gestorum
      famuli tuorum
      solve polluti
      labii reatum
      Sancte Iohannes.
      Poi ut fu sostituito con do per ragioni eufoniche (ma è rimasto nella lingua francese); il settimo suono fu infine battezzato, a quanto pare, facendo un acronimo delle parole che costituiscono l’ultimo verso, Sancte Iohannes = si.
      Ma sono sicuro che queste cose le sapevi già 😉

    • Per la precisione, la nomenclatura che usiamo non è italiana ma latina, ed è leggermente più complicata di quella alfabetica – anche se i tedeschi sono riusciti a incasinare anche quella usando la lettera B per il SI bemolle e l’H per il SI naturale.
      C’è poi da dire che alcuni sistemi didattici anglosassoni basati sul principio del DO mobile (il Tonic sol-fa inglese e il Tonika-Do tedesco) usano sillabe derivate dalle nostre.

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