Casa, dolce casa

L’altro ieri, dopo aver visto un suggestivo disegno di Paola, ho cercato “home sweet home” nel web, per pura curiosità. Sono rimasto alquanto sorpreso perché, nei primi 150 risultati della ricerca eseguita tramite Google, non compare nemmeno una volta il nome di Henry Bishop.
“Musicista?” chiederete voi. Certo: sir Henry Rowley Bishop (1786 – 1855) scrisse un gran numero di cantate, balletti e opere liriche; fra queste ultime si annovera Clari, or The Maid of Milan (1823), composta su libretto dello statunitense John Howard Payne: fa parte dell’opera l’aria «Mid pleasures and palaces» nota, per via del refrain, appunto con il titolo Home! Sweet Home! Qui potete ascoltarla nell’interpretazione del soprano Greta Bradman accompagnata dall’arpista Suzanne Handel:

Mid pleasures and palaces though we may roam,
Be it ever so humble, there’s no place like home;
A charm from the skies seems to hallow us there,
Which seek thro’ the world, is ne’er met elsewhere.
Home! Home!
Sweet, sweet home!
There’s no place like home,
There’s no place like home!

An exile from home splendor dazzles in vain.
Oh, give me my lowly thatched cottage again,
The birds singing gaily that came at my call
And gave me the peace of mind, dearer than all.
Home! Home!
Sweet, sweet home!
There’s no place like home,
there’s no place like home!

Home! Sweet Home! venne pubblicato come brano a sé stante, in un primo tempo con la dicitura «composed and partly founded on a Sicilian Air» (in seguito Bishop ammise di aver inventato questo particolare a scopo promozionale). Divenne subito incredibilmente popolare: in breve tempo ne furono vendute oltre centomila copie. Nel 1852, curata dall’autore, ne uscì una nuova edizione a stampa come parlour ballad (cioè, in sostanza, una romanza da camera), e in questa veste ottenne ampio successo anche negli Stati Uniti: difatti, ancora oggi è spesso presente nelle antologie di musiche risalenti agli anni della guerra di secessione (1861-1865).

La vasta popolarità di cui Home! Sweet Home! godette nel corso dell’Ottocento è testimoniata dal fatto che la sua melodia è citata in varie composizioni dell’epoca. Già nel 1827 venne utilizzata dallo svedese Franz Berwald (1796 – 1868) nella sezione mediana, Andante con variazioni, del suo Konzertstück per fagotto e orchestra op. 2 – qui interpretato da Patrik Håkansson con l’Orchestra sinfonica di Gävle diretta da Petri Sakari:

[l’Andante con variazioni ha inizio a 5:43]

Altra citazione celebre si trova all’inizio della «scena della pazzia» (aria «Cielo, a’ miei lunghi spasimi», atto II, scena 3ª) nella tragedia lirica Anna Bolena, rappresentata nel 1830, di Donizetti (1797 – 1848) – ascoltate Maria Callas:


Risale al 1855 circa l’opus 72 di Sigismund Thalberg (1812 – 1871), Home! Sweet Home! Air Anglais varié per pianoforte; nel video qui sotto è eseguito da Dennis Hennig:


Un’altra breve serie di variazioni, per cornetta a pistoni sola, si deve a Jean-Baptiste Arban (1825 – 1889); per ascoltarla (o riascoltarla) – potete farlo leggendo (o rileggendo) allo stesso tempo uno spassoso racconto di Jerome K. Jerome – cliccate qui.

Voglio menzionare ancora, per finire, la Fantaisie sur deux mélodies anglaises per organo op. 43 di Alexandre Guilmant (1837 – 1911): in questa composizione, del 1887 circa, Home! Sweet Home! è associato a un altro famosissimo brano inglese, Rule, Britannia! di Thomas Arne (1710 – 1778). Ecco la Fantaisie di Guilmant eseguita da Bernhard Schneider all’organo Klais della Chiesa di Sankt Aegidien in Braunschweig:


Se poi volete riascoltare Rule, Britannia! l’originale, cliccate qui.


Bishop, Home!

Annunci

15 pensieri su “Casa, dolce casa

  1. Secondo me Google non vuole che tu insista con questa malsana propensione al confronto e alla ricerca di cose belle; è un po’ come se ti dicesse che stai percorrendo la strada sbagliata, ovvero quella della conoscenza e per giunta ti ostini a divulgarla. Non va mica bene così… non va mica bene… 😉 Tuttavia, a prescindere da cosa pensa Google, io ti ringrazio.

    • …e quindi è rimasto tagliato fuori. Giusto 😀
      Fra parentesi, avrai notato che ho usato “refrain” anziché “ritornello”: non si tratta di gallofilia bensì di una delle regole che ero tenuto a osservare quando lavoravo nella Redazione del Dizionario di musica della Utet. Il prof Basso diceva che “ritornello” in italiano ha spesso una valenza negativa (in frasi come “è un vecchio ritornello” equivalente a “è la solita solfa”) per cui è preferibile ricorrere al francese d’uso internazionale “refrain”. Per contro, volenti o nolenti, i non italiani che si occupano di musica sono costretti a usare moltissime parole della nostra lingua 🙂

      • Ormai refrain è sempre più spesso pronunciato all’inglese…. non sapevo che tra gli addetti “ritornello” avesse un’accezione negativa. Gli italianismi musicali sono tanti, nella musica alta, ma temo antichi, da quel poco che so. In quella moderna credo prevalga l’inglese ovunque, anche se noi preferiamo per es. rocker a rocchettaro, mentre in spagnolo si dice preferibilmente rockeros.

        • A me “rocchettaro” non dispiace…
          Per quanto riguarda il lavoro in Redazione alla Utet, c’erano anche altre consuetudini che contrastavano con le regole dell’italiano. Per esempio quella del plurale delle parole straniere: se avessi osato lasciar passare cose come “le Suite francesi di Bach” o, peggio ancora, “i Lied di Schubert” avrei subito severe reprimende.
          Tra i “vizi” derivati dall’uso dell’inglese in ambito musicale, uno di quelli che sopporto meno è l’impiego di “canzone” invece di “brano”, “pezzo”, “composizione”. Per gli anglofoni, è vero, oggi qualsiasi composizione musicale è un “song”, non importa se sia cantata o no. E anche noi abbiamo accolto l’abuso.
          Soffro molto, peraltro, la mancanza in italiano di un vocabolo specifico per quello che gli anglofoni chiamano “music setting”: “musicamento” e “musicazione” non esistono, e “messa in musica” non va bene perché può generare equivoci. Bisogna ricorrere a perifrasi che talvolta appesantiscono il discorso e talaltra suonano alquanto ridicole (“rivestire di note”?); quasi sempre è meglio lasciar perdere.

Scrivi un commento:

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.