Brio

Augusta Read Thomas (24 aprile 1964): Brio per orchestra (2018). Curtis Symphony Orchestra, dir. Yue Bao.

I care about craft, clarity, and passion. My works are organic and, at every level, concerned with transformations and connections. The carefully sculpted musical materials of Brio are agile and energized, and their flexibility allows a way to braid harmonic, rhythmic, and contrapuntal elements that are constantly transformed — at times whimsical and light, at times jazzy, at times layered and reverberating. Across Brio’s 11-minute duration, it unfolds a labyrinth of musical interrelationships and connections that showcase the musicians of the Des Moines Symphony in a virtuosic display of rhythmic agility, counterpoint, skill, energy, dynamic range, clarity, and majesty. Throughout the kaleidoscopic journey, the work passes through many lively and colorful episodes and, via an extended, gradual crescendo, reaches a full-throttle, sparkling intensity — imagine a coiled spring releasing its energy to continuously propel the musical discourse. Vivid, clangorous, brassy, and blazing, Brio culminates in music of enthusiastic, intrepid (almost Stravinsky-like) spirits while never losing its sense of dance, caprice, and effervescence.

Augusta Read Thomas


ART

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11 pensieri su “Brio

    • 1964 è l’anno di nascita della compositrice; il brano è del 2018.
      “Musica datata” è un’espressione che per me non ha senso: tutta la musica è presente e viva nel momento in cui viene eseguita.

    • Spiega “musica da thriller”, grazie.
      Sai che in varie scene dei suoi film Dario Argento è riuscito a creare una tensione al limite del sopportabile usando come colonna sonora delle canzoncine per bambini?

      Qualche giorno fa ti ho scritto di Eduard Hanslick, il temibile critico austriaco che aveva definito “musica puzzolente” il Concerto per violino di Čajkovskij. Al di là di questo, Hanslick era una persona molto dotta e tutt’altro che superficiale. Scrisse un saggio fondamentale intitolato Vom Musikalisch-Schönen (Del bello musicale) nel quale in sostanza afferma che la musica non può esprimere altro che sé stessa: qualsiasi interpretazione in chiave psicologica di un brano musicale è arbitraria, dipende esclusivamente dall’ascoltatore, dalle sue esperienze, dal suo vissuto e anche dal suo umore. Per dimostrare la propria tesi, Hanslick cita il caso di un’aria di Christoph Willibald Gluck (quello della via di celentaniana memoria), tratta dall’opera Orphée et Euridice, del 1762/1774:

      Il testo dice «J’ai perdu mon Eurydice, / Rien n’égale mon malheur» (Ho perduto la mia Euridice, / Nulla è pari al mio dolore). Hanslick sostiene che la musica composta da Gluck mantiene intatta la propria efficacia anche se si modifica il testo fino a stravolgerne completamente il significato («J’ai trouvé mon Eurydice, / Rien n’égale mon bonheur» – Ho ritrovato la mia Euridice, / Nulla è pari alla mia gioia).
      Era un figo, ‘sto Hanslick 🙂

  1. Il thriller come ben sai sicuramente meglio di me è un genere dove porti la suspense al limite.
    Nei film determinate scene vengono accompagnate dalla musica come che ne determinano un effetto maggiore.
    Questa musica potrebbe essere usata tranquillamente in un film, io per esempio, mi immagino uno che è entrato dentro un appartamento che sta cercando qualcosa, ed ha paura di essere scoperto.

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