La mia mente m’è confusa – I

Johann Sebastian Bach (31 marzo 1685 – 1750): «O Haupt voll Blut und Wunden», corale tratto dalla Matthäus-Passion (1729). «Arnold Schönberg» Chor e Concentus Musicus Wien, dir. Nikolaus Harnoncourt.
Il corale, n. 54 della Matthäus-Passion, utilizza le prime due strofe di un testo di Paul Gerhardt (1653) che adatta in lingua tedesca il Salve caput cruentatum di Arnolfo di Lovanio (sec. XIII). La melodia è tratta da Mein Gmüth ist mir verwirret, una composizione profana di Hans Leo Hassler pubblicata in Lustgarten neuer teutscher Gesäng (1601).


BWV 244, n. 54
Dedicato a Giovanni 🙂

Annunci

7 pensieri su “La mia mente m’è confusa – I

  1. Non ti dimenticare il mio quesito. Soprattutto, è giustificata la ‘sorpresa’ di questo benedetto Manius nel sentire un canto con due parti, sia pure parallele, a distanza di quarta e di quinta? Mi basta solo questa informazione.

    • Al tuo quesito rispondo subito.
      I musicologi sono propensi a credere che le origini delle tecniche polifoniche affermatesi in Europa nei secoli passati non siano dissimili da quanto si può osservare nella musica di vari popoli di natura, che tendono a sviluppare determinate forme polivocali, praticate individualmente o variamente combinate fra loro:
      l’eterofonia (una melodia eseguita da più voci e/o strumenti all’unisono è soggetta a varianti praticate estemporaneamente da un esecutore)
      il parallelismo (una data linea melodica è eseguita simultaneamente da voci di registro diverso e quindi a altezze diverse, mantenendo costante l’intervallo che le separa)
      il bordone (un suono persistente, di solito grave, che accompagna la melodia per tutta la sua durata)
      l’ostinato (un motivo di pochi suoni viene ripetuto più volte simultaneamente alla melodia principale)
      l’imitazione e il canone propriamente detto (una linea melodica viene ripresa a turno da più esecutori su tempi e altezze diverse).
      Siamo certi che la polifonia abbia una storia plurimillenaria, tuttavia i più antichi documenti di musica polifonica risalgono al secolo IX-X.
      Per quanto riguarda l’intonazione dei canti a intervalli di quarta e di quinta (diatessaron e diapente nella terminologia classica) posso dire che si tratta di una prassi sicuramente attendibile, motivata dalla diversità di registro delle voci (fra basso e tenore e fra contralto e soprano la differenza di registro mediamente è appunto di una quinta).
      Se hai bisogno d’altro chiedi 🙂

    • Aggiungo subito una cosa: il tuo Manio Papirio, se è sorpreso, può esserlo perché non sospettava che il canto polivocale fosse praticato anche da popolazioni barbariche.
      Ma l’uso di cantare a più voci, di per sé, non credo che possa lasciare di stucco un civis romanus del VI (dico bene?) secolo dopo Cristo.

  2. Ottimo, grazie. Mi hai informato in modo completo su tutti i punti per me dubbiosi, e mi hai risparmiato un sacco di ricerche, che continuerò a fare, ma per adesso so che quel passo va bene così. Erano barbari, di qui la sorpresa.

Scrivi un commento:

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.