No comment

Nell’ex sede dell’Utet residenti ostaggio di un cantiere infinito

Dopo l’arresto dei costruttori nel 2011 tutto è rimasto fermo

Per avere la luce in casa ci si è collegati ai cavi volanti nel cantiere. E, inevitabilmente, la corrente a volte salta. Di tanto in tanto si blocca anche il riscaldamento. Quando piove l’acqua entra dal buco nel tetto fatto per ospitare un ascensore mai sistemato. L’acqua corre sui muri, allaga i pianerottoli, fa ammuffire le pareti. Ovunque ci sono impalcature e materiali edili abbandonati. L’immagine che oggi dà di sé il Palazzo Utet di corso Raffaello è molto diversa dalla promessa di un appartamento di lusso in un edificio storico che veniva pubblicizzata sulla carta dalla società “Raffaello e Michelangelo spa” che aveva iniziato la radicale ristrutturazione prima che il costruttore Guido Callegaro finisse in manette assieme ad una decina di altre persone. Gli effetti dell’operazione si riprodussero anche sul cantiere della Utet – un grandioso quadrilatero di mattoni rossi, vetrate e maioliche nel cuore di San Salvario, che aveva ospitato la sede della casa editrice torinese – poiché il fallimento della società bloccò da un giorno all’altro i lavori. Era il novembre del 2011: in quel periodo una ventina di nuclei familiari si era già assicurata un appartamento firmando un contratto preliminare di acquisto, dopo aver versato anticipi di centinaia di migliaia di euro, ma solo quattro o cinque avevano già traslocato. «Eravamo consapevoli che i muratori stessero ancora lavorando nelle aree comuni, ma gli alloggi erano praticamente finiti e abbiamo accettato il disagio», spiegano i residenti. Immaginando che non dovesse durare molto. «Invece sono passati sei anni, troppi per gestire un fallimento», attaccano. Sei anni in cui per entrare in casa si devono calpestare calcinacci e si deve fare attenzione che i bambini non tocchino gli interruttori scoperti. Molti appartamenti sono ancora sventrati e dalle finestre mancanti entrano gli uccelli a nidificare. Fino a qualche giorno fa incombeva sulle loro teste anche una gru. «Adesso l’hanno tolta ma la struttura non è in sicurezza, c’è in rischio che le infiltrazioni d’acqua danneggino l’edificio e che prima o poi ci siano dei crolli», è l’allarme che lanciano. Ma forse ancora peggio di loro sta chi non è riuscito a trasferirsi prima della data degli arresti e che, pur avendo venduto la vecchia casa, non è mai riuscito a entrare in possesso di quella nuova.
Se sul fronte penale l’inchiesta, coordinata dal pm Roberto Furlan, si è conclusa con la condanna definitiva di tutti gli imputati, sul versante civile la situazione è ancora aperta. Con il fallimento dell’impresa costruttrice è stato affidato al curatore Paolo Cacciari il compito di occuparsi del palazzo. Ma a distanza di tanto tempo non è ancora stata fatta l’asta che permetterebbe di trovare un nuovo impresario disposto a comprare l’immobile e a ultimare i lavori.
In realtà gli abitanti del palazzo Utet hanno anche dovuto intraprendere una battaglia legale, assistiti dall’avvocato Stefano Commodo, perché venisse riconosciuto il diritto di proprietà sugli appartamenti e non finissero nel calderone dei creditori. «Noi avevamo firmato solo un contratto preliminare di vendita, non siamo mai riusciti a fare l’atto dal notaio – spiegano – Eppure molti di noi avevano versato la metà del valore, qualcuno anche di più». E proprio sul valore dell’edificio si sta giocando la partita al tribunale di Torino. In primo grado il giudice ha riconosciuto che, pur in assenza dell’atto notarile, gli inquilini debbano essere considerati a tutti gli effetti proprietari. E questo significa anche dover saldare quanto pattuito al momento della compravendita. Tuttavia l’immobile che è stato venduto loro ovviamente non corrisponde al condominio di lusso in cui immaginavano di trasferirsi, per cui ora è in piedi un ricorso per ridefinire al ribasso la cifra da corrispondere.

[articolo di Federica Cravero per «La Repubblica»]


Utet
Così era nel 2006.

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8 pensieri su “No comment

  1. Così è l’Italia. Tra corruzione, menefreghismo, lungaggini burocratiche e giudici che per decidere qualcosa di serio impiegano anni. Mai una cosa finita, tutto va in rovina. Ciao Claudio, grazie per aver condiviso questa notizia che bella ahimè non è davvero. Isabella

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    • La notizia è particolarmente triste per chi, come me, ha trascorso fra quelle mura una parte considerevole della propria esistenza. La palazzina rossa della Utet era qualcosa di più che il luogo in cui svolgevamo la nostra attività lavorativa: era il simbolo stesso del nostro lavoro. Un’immagine stilizzata della sua facciata, infatti, costituisce il logo aziendale.

      Quando ci fu detto che saremmo stati trasferiti in un edificio alquanto anonimo in tutt’altra parte della città capimmo che la storia della più antica Casa editrice italiana ancora in vita stava volgendo al termine.
      Passare oggi in corso Raffaello e vedere quelle finestre senza vetri, i teli di plastica grigia sbrindellati che non nascondono più i muri interni scrostati e i danni provocati dal maltempo e dall’incuria fa male al cuore.

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      • Ti comprendo benissimo e ti sono vicina. Quando un luogo ha significato tanto nella vita delle persone che lì lasciano un pezzo del loro percorso terreno, è solo pura tristezza vederlo in abbandono come ora è quel palazzo. Mi dispiace davvero perché è come una ferita che sanguina. Un abbraccio. Isabella

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