Silenzio

Nikolaj Jakovlevič Mjaskovskij (20 aprile 1881-1950): Silenzio (Молчание), parabola sinfonica op. 9, da Edgar A. Poe (1909). Orchestra sinfonica di Stato della Federazione russa, dir. Evgenij Fëdorovič Svetlanov.


Mjaskovskij


Silenzio. Parabola
Edgar Allan Poe (1837)

Εὕδουσιν δ’ὀρέων κορυφαί τε καὶ φάραγγες
πρώονές τε καὶ χαράδραι.

Dormono le cime delle montagne;
valli, rupi e caverne sono silenti. (*)

ALCMANE

«Ascoltami», disse il Demone ponendomi una mano sulla testa, «la regione di cui parlo è una tetra zona della Libia, sulle rive del fiume Zaire. Lì non v’è quiete né silenzio.

«Le acque del fiume hanno un malsano color zafferano, e non scorrono verso il mare, ma continuamente ribollono sotto l’occhio infuocato del sole con un moto tumultuoso e convulso. Per molte miglia su entrambi i lati del letto melmoso del fiume si estende un pallido deserto di giganteschi gigli d’acqua. Essi sospirano l’uno nell’altro in quella solitudine, e protendono verso il cielo i lunghi, sottili colli, e dondolano qua e là le teste perenni. Da loro sgorga un indistinto mormorio, come il gorgogliare di una sorgente d’acqua sotterranea. Ed essi sospirano l’uno nell’altro.

«V’è però un confine al loro regno — il limite dell’atra, orribile, alta foresta. Qui, come le acque intorno alle Ebridi, il sottobosco è continuamente agitato. Ma non arriva vento dal cielo. Gli alti alberi primevi ondeggiano eternamente, di qua e di là, con un scroscio possente. E dalle loro alte cime cadono, una dopo l’altra, gocce d’eterna rugiada. E alle loro radici strani fiori velenosi giacciono contorti in un sonno agitato. In alto, con un sordo fruscìo, le grigie nubi corrono in continuazione verso occidente, finché non cadono, una cateratta, oltre l’infuocata parete dell’orizzonte. Ma non arriva vento dal cielo. E sulle rive del fiume Zaire non v’è quiete né silenzio.

«Era notte, e cadeva la pioggia: e mentre cadeva era pioggia, ma una volta caduta era sangue. Io stavo nella palude, fra gli alti gigli, e la pioggia cadeva sulla mia testa ed i gigli sospiravano uno nell’altro nella solennità della loro desolazione.

«E all’improvviso, fra la nebbia sottile e spettrale, sorse la luna, ed era cremisi. Il mio sguardo cadde su un’enorme roccia grigia che si ergeva sulla riva del fiume ed era illuminata dalla luna. E la roccia era grigia e spaventosa e alta; la roccia era grigia. Sulla sua parete anteriore v’erano lettere incise nella pietra. Camminai nella palude dei gigli d’acqua fino a giungere sulla riva, in modo da poter leggere le parole sulla pietra, ma non riuscii a decifrarle. Stavo tornando indietro nella palude quando la luna s’illuminò di un rosso più vivo e io mi voltai; e lessi ancora le lettere sulla roccia — e la parola era DESOLAZIONE.

«Guardai in alto e c’era un uomo sulla sommità della roccia; mi nascosi tra i gigli d’acqua per poter spiare i suoi gesti. Era alto e d’aspetto maestoso, era avvolto dalle spalle ai piedi nella toga dell’antica Roma. I contorni della sua figura erano indistinti, ma le sue fattezze erano quelle di una divinità; il manto della notte, della bruma, della luna e della rugiada aveva lasciato scoperti i lineamenti del suo viso. La sua fronte era alta, pensosa, il suo sguardo tormentato, e nei solchi scavati sulle sue guance lessi storie di dolore, di tedio, di disgusto per l’umanità, e un desiderio di solitudine.

«L’uomo sedette sulla roccia, poggiò il capo sulle mani e chinò lo sguardo sulla desolazione antistante. Guardò in basso l’agitato boschetto di arbusti e in alto gli alti alberi primordiali e ancor più in alto nel cielo corrusco e nella rossa luna. Io ero disteso, nascosto dietro lo schermo dei gigli, e osservavo le azioni dell’uomo. L’uomo tremava in solitudine; ma la notte svaniva ed egli sedeva sulla roccia.

«L’uomo distolse la sua attenzione dal cielo e guardò il tetro fiume Zaire, le gialle orrende acque, la pallida schiera dei gigli d’acqua. L’uomo ascoltava i sospiri dei gigli d’acqua e il mormorio che veniva da loro. Giacevo al riparo delle ninfee e osservavo le azioni dell’uomo. E l’uomo tremava in solitudine — ma la notte svaniva ed egli sedeva sulla roccia.

«Tornai nei recessi della palude, avanzai a fatica nell’intreccio dei gigli, chiamai gli ippopotami che dimoravano nella melma dei recessi della palude. E gli ippopotami udirono il mio richiamo e vennero fino ai piedi della roccia e mugghiarono alte paurose grida sotto la luna. Io giacevo rinchiuso nel mio nascondiglio e osservavo i gesti dell’uomo. L’uomo tremava in solitudine — ma la notte svaniva ed egli sedeva sulla roccia.

«Allora imprecai contro gli elementi con la maledizione del tumulto, e una paurosa tempesta si scatenò nel cielo, là dove prima non c’era alito di vento. Il cielo divenne livido per la violenza della tempesta, la pioggia cadde sulla testa dell’uomo, la corrente del fiume si gonfiò, le rive furono tormentate dagli scrosci, i gigli d’acqua sghignazzavano isterici nel loro letto, la foresta crollava sotto il vento, il tuono rombava, la folgore cadeva, e la roccia oscillava sulla sua base. Io ero racchiuso nel mio nascondiglio e osservavo i gesti dell’uomo. E l’uomo tremava in solitudine — ma la notte svaniva ed egli sedeva sulla roccia.

«Allora mi infuriai e imprecai, con la maledizione del silenzio, contro le rive, i gigli, il vento, la foresta, il cielo, il tuono ed i sospiri dei gigli d’acqua. Furono maledetti e tacquero. La luna cessò di ondeggiare sulla sua traiettoria nel cielo; il tuono morì — il lampo non divampò — le nubi rimasero ferme — le acque sprofondarono al loro livello — gli alberi cessarono di scuotersi — i gigli d’acqua non sospirarono più — il mormorio cessò di levarsi da loro, non c’era più l’ombra di un suono in tutto lo sconfinato deserto. Io guardai le lettere incise sulla roccia ed esse erano cambiate; le lettere dicevano SILENZIO.

«Il mio sguardo cadde sul volto dell’uomo ed il suo volto era pallido di terrore. Sollevò bruscamente la testa dalle mani, si levò in piedi sulla roccia e ascoltò. Ma non c’era alcuna voce in tutto lo sconfinato deserto e le lettere incise sulla roccia dicevano SILENZIO. L’uomo trasalì, volse il viso e fuggì via lontano, veloce, fino a che non lo vidi più.»

Ora si trovano bei racconti nei volumi dei Magi, nei malinconici volumi dei Magi, rilegati in ferro. Là, vi dico, vi sono storie eroiche del cielo, della terra, del possente mare, e dei geni che dominarono il mare, la terra e il cielo sconfinato. Molte leggende sono anche nei responsi dettati dalle sibille, e molte sacre ammonizioni furono udite nell’antichità dalle tremule foglie opache intorno a Dodona — ma, per Allah che vive, quella parabola che mi raccontò il Demone quando sedette al mio fianco nell’ombra del sepolcro credo proprio sia la più splendida di tutte! Quando il Demone ebbe terminato il suo racconto, ricadde nella cavità della tomba e rise. Io non potevo ridere insieme con il Demone, ed egli imprecò contro di me perché non potevo ridere. La lince che dimora in eterno nella tomba ne uscì e si accovacciò ai piedi del Demone, e lo guardò fisso in volto.


(*) Questa non è la traduzione del frammento di Alcmane («Dormono le cime dei monti e le vallate intorno, i declivi e i burroni» nella versione di Salvatore Quasimodo), bensì la… traduzione della traduzione che ne dà Poe: «The mountain pinnacles slumber; valleys, crags and caves are silent».


Poe

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6 pensieri su “Silenzio

  1. Questo tuo post notevole mi riporta a un altro tuo che avevo apprezzato tantissimo “Supernal beauty” in cui avevo letto molto di interessante, ascoltato grande musica e lasciato mie annotazioni con miei ricordi.

    Qui abbiamo Alcmane con questo suo meraviglioso frammento tradotto in poesia da più autori italiani tra cui Quasimodo, Pascoli e Valgimigli.

    E poi, qui, rileggo “Silence – A fable ” di Poe mentre ascolto con piacere profondo la musica del grande Mjaskovskij con quel suo fascino particolare.

    Oh, quanta Arte… che si unisce e che sfida i secoli.
    Meraviglia.

    Grazie, Claudio, per l’emozione forte che mi comunichi questa sera.
    🙂
    gb

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