La più bella del mondo VI

Gustave Doré (1832-1883): La catastrophe du Mont Cervin, incisione (1865)

Gustave Doré (1832-1883): La catastrophe du Mont Cervin (1865)

Nell’abisso

È il pomeriggio del 14 luglio 1865, un venerdì. Sette persone stanno preparandosi a scendere dalla vetta del Cervino, appena conquistata. Chiacchierano, fumano, legano i sacchi da montagna, srotolano le corde, battono i piedi per staccare la neve dalle suole. Qualcuno è un po’ teso: pensa a quel passaggio delicato, circa ottanta metri più in basso, che bisognerà affrontare nuovamente da lì a qualche decina di minuti; nessuno però ne parla, temendo di contagiare gli altri con la propria apprensione.
Ma sì, in fondo non c’è da preoccuparsene troppo: lo si è superato in salita, si troverà il modo di andare oltre anche durante la discesa. La giornata è ancora lunga, non c’è fretta, ci si può muovere con calma.
Ah, non avere più niente da temere, percorrere dolci pendii erbosi, ritrovare i sentieri ben tracciati che conducono a Zermatt, fra il profumo dei fiori e il mormorio dei torrenti…

L’ordine in cui ci si disporrà in cordata è stato stabilito da Whymper e Hudson. Croz scenderà per primo, Hadow dietro di lui, poi Hudson: in tal modo l’incerto giovanotto si troverà fra i due membri più esperti della comitiva e potrà essere assistito ora dall’uno ora dall’altro. Seguiranno lord Douglas, il vecchio Taugwalder e Whymper; Taugwalder figlio chiuderà la fila. È stato inoltre deciso che una delle funi non utilizzate per legarsi verrà fissata alla roccia in corrispondenza del passaggio più arduo, in modo da agevolarne il superamento.
Whymper si attarda per completare un disegno; poi qualcuno gli fa notare che, secondo con­sue­tudine, bisognerebbe lasciare presso la sommità, dentro una bottiglia, un foglio con i nomi dei primi scalatori: l’inglese provvede e il gio­vane Taugwalder lo aspetta, mentre il resto della comitiva inizia la discesa. I due ritardatari rag­giungono i compagni quando questi si trovano all’inizio del punto difficile. Per un po’ le due cordate procedono separate, ma poi Francis Douglas prega Whymper di legarsi al vecchio Peter Taugwalder perché, dice, ha il forte timore che questi non sia in grado di reggere un’eventuale caduta di quelli che lo precedono.

Ecco, la parola terribile è stata pronunciata. Timore e incertezza si insinuano nell’animo degli scalatori.

Si procede con grande cautela, muovendosi uno alla volta e solo quando tutti gli altri si trovano in posizione sicura. Croz si prende cura di Hadow in ogni momento; quando lo reputa necessario, non esita a afferrare le gambe del ragazzo per collocarle nel modo giusto. Il reverendo Hudson, sicuro di sé, tiene d’occhio Hadow e dà una mano quando occorre.
Ma nessuno si ricorda di fissare alla roccia la corda supplementare…

In una famosa lettera inviata al «Times» l’8 agosto successivo, Whymper racconta:

D. R. Hadow«Per quanto io sappia, al momento dell’incidente nessuno si stava effettivamente muovendo. Non posso parlare con sicurezza, né lo possono i Taug­walder, perché i due che stavano in testa erano parzialmente nascosti alla nostra vista da una roccia sporgente. Il povero Croz aveva appoggiato la propria piccozza e, per dare maggior sicurezza a Hadow, stava sistemandogli gambe e piedi, uno dopo l’altro, nella giusta posizione. Dal movimento delle loro spalle, io penso che Croz, dopo aver fatto quanto ho detto, stesse per voltarsi e scendere uno o due passi; in quel momento Hadow scivolò, cadde su di lui e lo travolse. Udii un’esclamazione allarmata di Croz, poi vidi lui e Hadow volare giù; un istante più tardi Hudson fu trascinato via dai suoi appigli e lord Douglas immediatamente dopo di lui. Tutto fu questione di un attimo; ma, appena udito il grido di Croz, Taugwalder [padre] e io ci afferrammo quanto più saldamente possibile alle rocce; la corda era tesa fra di noi, e lo strattone ci colpì come se fossimo un uomo solo. Resistemmo; ma la corda si ruppe a mezza via fra Taugwalder e lord Douglas. Per due o tre secondi vedemmo i nostri sfortunati compagni scivolare sulla schiena, protendendo le mani per cercare di salvarsi; poi disparvero l’uno dopo l’altro e caddero di precipizio in precipizio sul sottostante ghiacciaio del Cervino, per un dislivello di circa 4000 piedi [1200 metri]. Dal momento in cui la corda si ruppe fu impossibile aiutarli.»

Ch. HudsonSconvolti e spaventati, i tre superstiti rimangono fermi per una mezz’ora. Superato lo choc scendono in una posizione più sicura. Whymper esamina la corda che si è spezzata: con sorpresa e orrore constata che è la più debole delle tre.
Si decidono infine a sistemare delle corde fisse. Verso le sei di sera giungono all’altezza della «spalla» dell’Hörnli: di là scrutano l’abisso cercando di trovar traccia dei compagni, ma senza risultato. Li chiamano a gran voce, ma nessuno risponde. La notte li sorprende quando si trovano ancora a 3900 metri d’altitudine. Riusciranno a completare la discesa la mattina seguente, arrivando a Zermatt alle dieci e trenta.

lord Francis DouglasAlle due antimeridiane del giorno successivo, domenica, insieme con tre suoi compatrioti e cinque guide, Whymper riparte, ripercorrendo la via seguita il giovedì precedente fino all’Hörnli, per poi piegare a destra e portarsi sul ghiacciaio che copre la base settentrionale del Cervino. Ai piedi dell’immensa parete vengono trovati i corpi martoriati di tre delle vittime: Croz, Hadow accanto a lui, Hudson un po’ più indietro.
Di lord Francis Douglas sono rinvenuti soltanto un paio di guanti, una cintura e una scarpa. Una sorella dello sfortunato alpinista tornerà a più riprese a Zermatt per salire ai piedi del Cervino, nella speranza di trovare il corpo del fratello; invano.


Cervino, parete nord

Cervino, parete nord.
x – punto approssimativo in cui avvenne l’incidente
xx – punto approssimativo in cui furono trovati i corpi
La caduta è di circa 1100 metri; Whymper la stima di oltre 1200 (4000 piedi), ma la sua valutazione sembra un po’ esagerata.

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