La più bella del mondo V

Sulla vetta (disegno di Whymper)

Sulla vetta (disegno di Whymper)

Il mondo ai nostri piedi

Il 14 mattina, l’intera comitiva è in piedi prima dell’alba; i sette alpinisti si mettono in cammino non appena la luce è sufficiente per vedere dove si posano i piedi. All’inizio le difficoltà sono poche, dunque gli uomini procedono slegati, con Whymper e Hudson che si alternano in testa. La salita si svolge prevalentemente sulla parete est, in prossimità della cresta che la separa dalla parete nord. Scrive Whymper:

Il Cervino dal Riffelberg, disegno di Whymper«Alle sei e venti eravamo a 3900 metri e so­stammo circa mezz’ora; poi continuammo a salire senza fermarci fino alle dieci; allora soltanto ci permet­temmo un’altra fermata di cinquanta minuti, a 4270 metri. Per due volte passammo sulla cresta nord-est che seguimmo per breve tratto, ma senza alcun vantaggio, poiché essa era, per quasi tutta la sua estensione, molto più spezzata e scoscesa e sempre più difficile da scalare del versante orientale. Tuttavia, per timore delle valanghe di pietre, ce ne allontanammo il meno possibile.
«Eravamo allora giunti alla base di quella parte del Cervino che, vista dal Riffelberg o da Zermatt, appare assolutamente a picco e anche stra­piom­bante sulla valle; non ci era possibile continuare a salire per il versante orientale. Per qualche tempo dovemmo scalare, seguendo la neve, la cresta che discende verso Zermatt; poi di comune accordo piegammo verso destra, cioè sul versante settentrionale della montagna.
«Avevamo allora modificato l’ordine di marcia: Croz era alla testa della colonna, io lo seguivo, Hudson era il terzo; Hadow e il vecchio Peter costituivano la retroguardia.»

Il pendio non è ripidissimo, ma la roccia è coperta di verglas, una sottile e infida patina di ghiaccio che si forma quando la neve si scioglie e l’acqua di fusione si congela quasi istantaneamente. Si procede dunque con cautela. Degli alpinisti britannici, Hudson è il più abile e disinvolto; Hadow invece non è abituato a quel tipo di arrampicata: le sue calzature, inoltre, paiono poco adatte e accrescono le sue difficoltà: bisogna perciò prestargli continua assistenza.
Whymper dice di non aver preso nota di quanto tempo sia stato necessario per superare il passaggio delicato, «il solo veramente difficile dell’ascensione», ma ritiene che sia occorsa circa un’ora e mezza. Croz procede traversando sulla parete nord, dapprima quasi orizzon­talmente, per circa 120 metri; poi supera un salto di una ventina di metri e può infine tornare sulla neve che copre le rocce rossastre della cresta.

«Giunti a questo punto l’ultimo dubbio scomparve: il Cervino era nostro, poiché non avevamo più da salire che una sessantina di metri su un nevato facilissimo.»

L’inclinazione del pendio è diminuita tanto che Whymper e Croz si slegano e si lanciano in una corsa folle, fianco a fianco, giungendo sulla vetta insieme:

«Alle tredici e quaranta il mondo era ai nostri piedi: il Cervino era conquistato! Hurrà!»

Dalla vetta del Cervino

Dalla vetta del Cervino, guardando verso est e verso sud
(foto di Rafał Raczyński)

Un’ora colma di gioia e d’infinito

La prima preoccupazione di Whymper, dopo un istante di legittima felicità, è di controllare che gli italiani non li abbiano preceduti; percorre dunque a passo rapido l’intera cresta sommitale, scendendo e risalendo l’intaglio che divide la cosiddetta “vetta svizzera” da quella “italiana” e scrutando febbrilmente la neve:

«Ancora una volta: hurrà! Nessun piede umano l’aveva calpestata.»

Sporge allora il capo al di sopra delle rocce e segue con lo sguardo la cresta sud-occidentale, dove dovrebbe trovarsi il suo rivale. Eccolo laggiù, ancora lontano, appena visibile a occhio nudo.

«Agitando le braccia e sventolando il cappello presi a gridare:
– Croz! Croz! Venite, in fretta!
– Dove sono?
– Laggiù, non vedete? Laggiù, molto in basso.
– Ah, les coquins ! Sono ancora ben lontani!
– Croz, bisogna assolutamente che ci facciamo sentire!
Gridammo allora a squarciagola fino a rimanere senza fiato. Gli italiani parevano guardare verso di noi, ma non ne eravamo sicuri.
– Croz, voglio che ci odano: e ci udranno.
Afferrai una grossa pietra e la spinsi nell’abisso con tutte le mie forze, poi incitai il mio compagno a fare altrettanto, in nome dell’amicizia. Adoperando i nostri Alpenstock come leve facemmo cadere enormi blocchi di roccia, e ben presto una vera valanga di pietre rotolò lungo i pendii della montagna. Questa volta non era più possibile ingannarsi: gli italiani, spaventati, batterono velocemente in ritirata.
E tuttavia avrei voluto che il capo di quella spedizione fosse stato con noi in quel momento, poiché le nostre grida di trionfo dovettero essere per lui un rude colpo. L’aspirazione di tutta la sua vita era resa vana dalla nostra vittoria. Di tutti coloro che avevano tentato la scalata al Cervino, egli era colui che maggiormente avrebbe meritato di giungere per primo sulla vetta. […] Il suo sogno era di giungervi dal versante che guarda l’Italia, per onorare la valle natìa. Una volta ebbe in mano le carte migliori, le giocò meglio che poté, ma un solo errore gli fece perdere la partita.»

Intanto gli altri membri della comitiva sono finalmente giunti sulla cima. Croz prende il bastone della tenda (l’ha portato fin lassù!) e lo pianta nella neve sul punto più elevato, poi si toglie la camicia e ve l’appende a mo’ di bandiera: un ben misero stendardo, commenta Whymper, ma lo vedono da ogni dove: da Zermatt, dal Riffel, da Valtournenche.
Il tempo incredibilmente bello, l’aria assolutamente limpida dissolvono infine l’eccitazione dei vincitori del Cervino; essi ammirano lo straordinario panorama che si offre ai loro occhi. Whymper osserva le vette che ha già scalato, i verdi pascoli di Zermatt e del Breuil, le foreste fitte e cupe, i laghi, i torrenti, le cascate, le pianure, le distese di ghiaccio, le infinite forme delle montagne, tutti i contrasti che l’immaginazione può sognare.

«Restammo sulla vetta un’ora intera, un’ora colma di gioia e d’infinito che trascorse troppo in fretta, poiché dovemmo prepararci alla discesa.»


Cervino, 14 luglio 2015
Fotografia scattata da Cervinia la sera del 14 luglio 2015.

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6 pensieri su “La più bella del mondo V

  1. “…un’ora colma di gioia e d’infinito che trascorse troppo in fretta, poiché dovemmo prepararci alla discesa.”
    E’ sempre così, ma l’incanto di quell’ora resta in noi.

    Ho guardato con grande attenzione la fotografia. 🙂
    Mi piace tenere negli occhi i suoi particolari mentre mi addormento.
    gb

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