Origini della fuga

Com’è noto, la fuga fu inventata nel basso Medioevo da un monaco austriaco, Gauner von und zu Diebstahl, abate di Strafanstalt, presso Klagenfurt. Appassionato cultore del canto polifonico, Gauner soffrì rovinosamente l’assenza di una cappella musicale nel monastero affidato alle sue cure, finché un giorno di primavera di un anno imprecisabile giunse a Strafanstalt un pellegrino francofiammingo assai versato nell’arte dei suoni, certo Petivol de La Cambriole. Gauner e Petivol fecero immantinente amicizia e trascorsero diverso tempo a discutere, ovviamente in latino, di contrappunto e di polifonia, e dilettandosi nell’improv­visare canti a due voci in stile imitativo.

All’epoca la principale forma di contrappunto a imitazione, la più frequentemente pra­ticata nel canto a due voci, consisteva in ciò che oggi tecnicamente si definisce «scambio delle parti» (in tedesco Stimmtausch): i due esecutori cantano simultaneamente due frasi differenti che, senza soluzione di continuità, sfociano l’una nell’altra, di modo che la frase in un primo tempo enunciata dal primo cantore viene immediatamente dopo eseguita dal secondo, e viceversa.

1° cantore: A – B

2° cantore: B – A

Gauner e Petivol si dilettarono nella composizione di una miriade di brani siffatti.

Poi a un certo punto i due decisero di dare un assetto teorico alle loro esercitazioni pratiche: e così — non si sa esattamente di chi fosse l’idea originaria — presero a chiamare convenzionalmente «soggetto» la frase A e, trattandosi di contrappunto (per di più invertibile), «controsoggetto» la B.

Fra i tanti artifici contrappuntistici in cui si cimentarono, quello che diede loro maggior soddisfazione fu l’imitazione in diapente, cioè alla quinta superiore, favorita dal fatto che Petivol aveva voce di basso, mentre Gauner era quello che oggi si chiamerebbe un tenore leggero.

Orbene, stando a quanto racconta un frate cronista di Strafanstalt, tutto andò per il meglio fino al giorno in cui entrambi videro inaridirsi le rispettive vene creative. Gauner, a quanto si dice, stava fischiettando dosidò sollà dosidò ressòl, quando si rese conto di non essere in grado di continuare.

Tuttavia, passato il primo momento di sconforto, senza perdersi d’animo, i due decisero di proseguire gli esperimenti non più improvvisando melodie originali, bensì elaborando canti tradizionali, attingendo ai ricchi repertori di melodie popolari dei rispettivi paesi.

E qui successe un fatto curioso.

Quando la scelta del brano toccò a Petivol, questi propose una chanson abbastanza famosa: Mille ducas en vostre bource (1000 ducati nel tuo portamonete). Gauner elaborò un delicato controsoggetto, indi, come di norma, si appropriò di Mille ducas e… non restituì.

Possiamo immaginare la sorpresa di Petivol quando si accorse che l’amico non solo non aveva nessuna intenzione di ripassargli i ducas, ma era addirittura scomparso, in un batter di ciglia, con tutta la bource. Esterrefatto, Petivol rimase per un attimo indeciso sul da farsi, mentre lo sconcerto gli dettava un singolare gorgheggio sulla parte conclusiva del contro­soggetto.

— Ehi, — disse, — ma dove sei finito?

E poi, con una punta di esasperazione nel tono di voce:

— Credi forse che mi stia divertendo?

(E’ indubbiamente questa, secondo i più autorevoli storici della musica, l’origine della denominazione divertimento, con la quale si indicano le sezioni «libere» della fuga, quelle che separano le successive enunciazioni del tema principale e che solitamente sono costituite da elaborazioni di frammenti del soggetto o del controsoggetto, sull’esempio del gorgheggio di Petivol.)

Rimasto senza soggetto e senza portamonete, Petivol rivolse un accorato appello ai colleghi musicisti affinché lo aiutassero a «riacchiappare il mariolo che aveva preso la fuga» (sic!) insieme con i mille ducati. Risposero in molti, promettendo di ricercar il fuggitivo e di dargli la caccia, armati di nodosi bordoni con i quali rondellarlo ben bene, o addirittura minacciando di usare i canoni. Qualcuno disse scuotendo la testa che ci vuole una bella fantasia per affidare mille ducati a un mariolo, altri sentenziarono che tutta la faccenda non prometteva nulla di buono e che avrebbe certamente fatto da preludio a eventi ben più gravi e complessi. Ma tutti, in cuor loro, conclusero che quella di Gauner era davvero una bella invenzione.

Comunque sia, Gauner non si fece mai più vedere. Bisogna dire che sarebbe stato folle ad agire diversamente, considerando che Petivol in un momento di suprema rabbia e disperazione rivolse all’ex amico una tremenda minaccia, quella di usare il tema della sua fuga per stringergli la bource (scrotale) e di appenderlo infine per i piedi (donde le denominazioni di stretto e di pedale poi assegnate alle sezioni conclusive della fuga).

Così è la storia come mi è stata raccontata dal mio insegnante di composizione, un francofiammingo di nome Arsène, che si vantava di discendere dall’abate Gauner von und zu Diebstahl o forse dal maître-chanteur Petivol de La Cambriole.


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10 pensieri su “Origini della fuga

  1. Sconsiglierei decisamente questo post ai melomani deboli di cuore e facilmente soggetti a convulsioni ridanciane… Io comunque mi sto faticosamente risollevando da sotto il tavolo porta-computer dove sono rovinosamente precipitato or non ha guari. Impagabile !

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  2. Impagabile e validissimo tutto quello che hai scritto!
    Ho riso tanto da farmi venire le lacrime agli occhi.
    Ah, quanto mi piace la tua ironia ed il tuo modo di raccontare.
    Grazie, Claudio.
    🙂
    gb

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