Finché vivi, splendi


Epitaffio di Sicilo.

Molto suggestivo: uno dei più antichi documenti musicali di cui si abbia conoscenza, la più antica composizione musicale che ci sia pervenuta completa. E’ incisa su una stele funeraria rinvenuta nel 1883 a Aidini, presso Tralles, dall’archeologo britannico sir William Mitchell Ramsay. Egli pubblicò il testo, ma nemmeno si accorse dei segni musicali che l’accompagnano: furono identificati e trascritti dall’illustre papirologo austriaco Carl Wessely nel 1891. La stele, portata nel Museo di Smirne, andò dispersa nel 1922 a causa dell’incendio che distrusse quasi totalmente la città nel corso della guerra greco-turca; fu poi ritrovata ed è ora conservata nel Museo nazionale danese.

Prima dei versi e della melodia, la stele reca incise queste parole:
Εἰκὼν ἡ λίθος εἰμί. Τίθησί με Σείκιλος ἔνθα μνήμης ἀθανάτου σῆμα πολυχρόνιον.
«Io, pietra, sono un’immagine. Qui mi pose Sicilo come segno duraturo di memoria immortale».

Il testo dell’epitaffio:
Ὅσον ζῇς, φαίνου,
μηδὲν ὅλως σὺ λυποῦ·
πρὸς ὀλίγον ἐστὶ τὸ ζῆν,
τὸ τέλος ὁ xρόνος ἀπαιτεῖ.

«Finché vivi, splendi.
Non ti affliggere troppo per nessuna cosa:
la vita dura poco,
il tempo reclama la sua fine».

La melodia, scritta in notazione ritmica, segue il tropo dorio. E’ databile fra il II secolo avanti Cristo e il I dopo Cristo.
Esegue l’Atrium Musicae de Madrid diretto da Gregorio Paniagua.


Epitaffio di Sicilo